La mappa del rischio

Dall’Asia all’America Latina: quali sono i Paesi in piena emergenza coronavirus

I paesi in cui la pandemia infuria possono essere guardati come esperimento in vista di una possibile seconda ondata autunnale

di An.Man.

Coronavirus, crescono i timori per nuovi casi a Pechino

4' di lettura

Mentre l’Europa si può concedere il lusso di pensare se andare in vacanza in Grecia, Spagna o Italia perché ovunque è stato raggiunto il picco tranne che in Svezia e in Polonia, altre parti del mondo sono ancora accerchiate dal virus. Non è questione di un singolo focolaio che scoppia in una scuola (come in Francia) o dopo una messa (come in Germania) o in una clinica (come a Roma). È una situazione ben più grave.

È la prima ondata che non è mai finita come negli Stati Uniti. Che si allarga come un’ombra in paesi sterminati e popolosi come Brasile, India e Indonesia. Che arriva in paesi completamente impreparati a gestire l’emergenza. Come tutta l’America Latina dove i malati muoiono per strada, come in Ecuador, o dove un minifocolaio scoppia persino nel governo con tre ministri positivi in Cile.

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In questo inizio giugno in Italia e in Europa si parla di coda epidemica, alcuni virologi mettono in dubbio l’arrivo di una seconda ondata ma i mercati già cadono sicuri che arriverà. Da una parte l’ottimismo giustificato del ministro delle finanze tedesco,Olaf Scholz, esponente di uno dei pochi paesi autorizzati all’ottimismo vista l’efficiente gestione dell’emergenza.

Stati Uniti, emergenza continua

Alla parte opposta, gli Stati Uniti con il Texas trumpiano delle manifestazioni anti-chiusura pronto a richiudere perché i contagi aumentano, gli ospedali si riempiono e i posti di terapia intensiva sono quasi al limite. In mezza dozzina di Stati tra cui anche l’ Arizona aumentano i casi mentre le manifestazioni per l’omicidio dell'afroamericano George Floyd con gli inevitabili assembramenti non hanno certo aiutato una una situazione sanitaria sempre precaria che non avrà il tempo di normalizzarsi nei 50 stati se come temono le borse arriverà una seconda ondata.


Il paradosso asiatico

Il paradosso in Asia è che il lockdown ha solo rimandato la diffusione del virus.

In India il graduale alleggerimento delle condizioni di quarantena imposte a 1,3 miliardi di persone ha portato a un veloce aumento dei contagi, 10mila al giorno, è la stima della settimana scorsa. Il numero totale è ora superiore a quello del Regno Unito e l’India è il quarto paese al mondo più colpito dalla pandemia. Mentre la Corte Suprema denuncia condizioni disumane negli ospedali con “ammalati trattati peggio degli animali”, Maharashtra, lo stato occidentale della capitale finanziaria Mumbai, è l’epicentro della pandemia con 100mila casi, più di tutta la Cina.

Altro paese asiatico vicino dell’India, in cui lentamente, silenziosamente il virus si è infiltrato è il Pakistan. Anche qui la riapertura del 9 maggio dettata dall’urgenza economica ha portato a un aumento record dei contagi nei primi giorni di giugno (numeri cresciuti anche grazie a un aumento dei test, 23mila al giorno con un positivo su cinque negli ultimi 10 giorni contro 1 positivo su 10 del periodo pre-lockdown). Al Pakistan l’Oms raccomanda “ lockdown intermittenti” da introdurre subito cioè chiusure mirate che in Italia e in Europa sono un’ipotesi in vista di una seconda ondata autunnale.

L'Indonesia è l’altro popoloso stato asiatico che registra tra i 900 e 1.200 casi al giorno mentre ripartono i voli nazionali e la capitale Jacarta allenta le restrizioni sociali.

Brasile, il grande malato

Altri due grandi paesi in cui l'emergenza sanitaria non lascia intravedere una fine sono Russia e Brasile, quest’ultimo dal 14 giugno secondo paese per numero di vittime dietro gli Stati Uniti e davanti alla Gran Bretagna. Le due grandi economie emergenti hanno in comune l’alto tasso di crescita dei contagi (mille infettati al giorno solo a Mosca, record di morti nello stato di San Paolo questa settimana) ma è il Brasile a preoccupare davvero anche se l’Oms sostiene che il sistema sanitario “non è ancora sopraffatto”. In entrambi i paesi si allevia il lockdown mentre la pandemia infuria. Una dinamica diversa da quella vista in Italia e in Europa.

I primi della classe in difficoltà

Il successo contro la pandemia in Asia può essere rivendicato da Corea del Sud e Singapore. Modelli da imitare, almeno nella prima fase. Nelle ultime settimane però, in entrambi i paesi , sono scoppiati focolai che hanno costretto a riconsiderare il ritorno alla normalità. A Seul, dove vive metà della popolazione, il coronavirus è riesploso nei night club e nei bar di Itaewon, in un’azienda di stoccaggio merci e in un centro commerciale. Il governo sudcoreano ha deciso il 12 giugno che le misure di allerta e prevenzione rimarranno in vigore a tempo indeterminato e ha rinviato la riapertura delle scuole. Un’altra lezione per l’Europa perché dimostra oltre ogni ragionevole dubbio di virologo che il nuovo coronavirus può tornare facilmente ovunque anche nel più virtuoso dei paesi e che le scuole sono luoghi di incontrollabile diffusione di Covid19.

Singapore è stato a lungo indicato come il paese del lockdown morbido che ha ottenuto grandi risultati con app e tracciamento. In realtà, in questo momento, è il paese del sudest asiatico con il più alto numero di casi causa focolai negli alloggi dormitori, casa per centinaia di lavoratori immigrati. A inizio giugno le scuole e molte imprese hanno ripreso la normale attività ma le riaperture continueranno in modo graduale perché si è scoperto che metà dei nuovi casi sono asintomatici e, a dispetto delle avventate dichiarazioni dei tecnici dell’Oms, gli asintomatici fanno paura.

Nel frattempo la Cina, dove tutto è nato e che sembrava aver superato l’emergenza, deve fare i conti con un nuovo focolaio nel più grande mercato alimentare di Pechino, dove il 15 giugno dieci quartieri sono stati posti in quarantena e sono state sospese attività culturali e sportive.

Iran

L’Iran merita un discorso a parte anche se non possiamo fidarci completamente dei dati forniti dal regime. O forse potremmo ragionare in altri termini: se persino il regime non nasconde che il 12 giugno si sono registrati 2.369 contagi in 24 ore vuol dire che la situazione è seria e non è molto migliorata da marzo, mese in cui l’Iran era il primo paese colpito dall’epidemia assieme all’Italia fuori dalla Cina.

Anche l’Iran come gli Stati Uniti non ha avuto tregua, non ha vissuto un picco seguito da una discesa. Non ha fatto in tempo a prendere fiato che il virus si è di nuovo scatenato.

Articolo aggiornato il 15 giugno

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