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Dall’era di Benigni ai cinesi e alla crisi del tessile: ecco perché Prato «non studia»

dall'inviato Francesco Prisco


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8' di lettura

«Che faccia o meno piacere, Prato è stata più brava a raccontare il proprio declino che il periodo in cui le cose funzionavano. Certe dinamiche esistevano già quando l'economia girava a mille. La crisi le ha accentuate, per certi versi sviluppate. Tutto qua». Parola di Edoardo Nesi, premio Strega per «Storia della mia gente», romanzo autobiografico sul declino della sua impresa nella Prato invasa dai cinesi, una legislatura da deputato del gruppo misto dietro le spalle cui non ha fatto seguito la ricandidatura. Quando parla della sua terra ci mette dentro la stessa passione che gli è valsa un bestseller.

Anche se si tratta di parlare di primati poco noti e poco onorevoli: la provincia che in Italia è sinonimo di industria tessile figura al terzultimo posto per numero di laureati in rapporto alla popolazione: dalle elaborazioni condotte dal Sole 24 Ore sui dati Istat, risulta che se ne contano solo 57 ogni mille abitanti, poco meglio di Olbia-Tempio Pausania (45) e Bolzano (27). Il numero medio di anni di studio che si registra per la popolazione con almeno 25 anni d'età è di dieci anni, periodo minimo previsto dalla legislazione vigente, performance che vale la 94esima posizione in un'ideale classifica delle 110 province dello Stivale.

Per non parlare del fenomeno della dispersione scolastica: secondo l'ultimo report dell'Osservatorio provinciale sulla scuola, il tasso di abbandono prima del conseguimento del diploma è del 16,2%, ben al di sopra della media italiana (14,7%) e della ancora migliore media toscana (13,4%). Il tutto nonostante il Pil procapite (26mila euro) sia da 36esima posizione in Italia, non esattamente roba da serie B.

I numeri in questione fanno di Prato una piazza centrale di un dibattito elettorale che ha avuto proprio nell'istruzione uno dei temi più controversi, dalla proposta di tagliare le tasse universitarie in giù. Ma perché da queste parti siamo alle ultime posizioni dell'Italia scolarizzata? «La tentazione più grande», risponde Nesi, «sarebbe quella di dare tutta la colpa ai cinesi. Qui succede spesso e volentieri, a volte pure a sproposito. In realtà il fenomeno esisteva già molto tempo prima che i cinesi arrivassero». E per ragioni molto diverse dall'immigrazione: «Negli anni d'oro del tessile, trovavi lavoro senza neanche finire gli studi. Conosco casi di persone che si licenziavano, uscivano dalla fabbrica, entravano nel capannone accanto e subito firmavano un nuovo contratto a migliori condizioni».

Scene da età del boom. «Negli anni Sessanta – spiega infatti lo storico locale Riccardo Cammelli – la Nazione scriveva addirittura di bambini di nove anni che trovavano posto in azienda. Per l'opinione pubblica dell'epoca il fenomeno non rappresentava un problema: il lavoro veniva prima di tutto il resto». Questo mondo non esiste più: il distretto del tessile si sarà pure rimesso in moto dopo la grande crisi, ma non offre certo le occasioni occupazionali di una volta. «E allora – sottolinea Cammelli - ti accorgi che l'immigrazione, nelle statistiche sull'abbandono, esercita il suo bel peso».

La città della grande immigrazione
Il fenomeno è noto: a fronte di oltre 193mila residenti, a Prato si contano 38.199 stranieri di cui 20.695 appartenenti alla comunità cinese, letteralmente esplosa dopo il 2001, anno in cui la Repubblica maoista entrò nel Wto e l'area industriale cittadina cominciò a popolarsi di aziende pronto moda cinesi. Mentre le storiche imprese tessili pratesi si ritrovavano fuorigioco perché impossibilitate a competere sul prezzo con i tessuti importati dalla Cina. Ed ecco allora che quello toscano diventa il primo comune italiano per incidenza degli stranieri sulla popolazione residente (18,9%), davanti a Milano (18,7%) e Brescia (18,4%). «Questa è storia», secondo il vicesindaco Simone Faggi, responsabile in giunta (e nel Pd locale) delle politiche di integrazione, «ma sarebbe sbagliato credere che nella comunità cinese di Prato tutto è rimasto com'era 15 anni fa».

Se il cinese diventa «Neet»
Il presente parla infatti di imprese che stanno cominciando a reclutare personale di altre etnie e fanno una certa fatica a formare quadri aziendali. «L'immigrazione di manodopera cinese – spiega il vicesindaco – si è fermata, un po' perché il livello di benessere medio in Cina è cresciuto, un po' perché l'Italia della crisi è meno attrattiva rispetto a quella di qualche anno fa. E poi c'è il tema dei cinesi di seconda generazione che non riescono a finire gli studi, si arenano e di avvicinarsi alla cabina di comando delle aziende fondate dai loro padri proprio non ne vogliono sapere». Il tasso di ritardo degli alunni stranieri nelle scuole secondarie di secondo grado pratesi, per esempio, è del 58,7% contro il 17,2% dei loro compagni italiani. Come dire: anche presso la comunità cinese di Prato prende piede la figura del «Neet», il ragazzo «not in education, employment or training» che non studia, non lavora e non cerca lavoro. E nelle statistiche sulla bassa scolarizzazione della provincia pratese fa sentire tutto il suo peso. «La conoscenza della lingua italiana – commenta Xu Qiulin, in arte Giulin, presidente dell'Associazione di amicizia dei cinesi a Prato - è un grande problema per i bambini cinesi e probabilmente questo resta uno dei motivi per cui i ragazzi lasciano la scuola. Molti di loro restano in Cina fino a dieci, undici anni e arrivano a Prato già grandi. I genitori lavorano e preferiscono farli crescere in Cina con i nonni. L'Associazione è decisa a impegnarsi per sostenere l'insegnamento della lingua italiana ai ragazzi che sono più in difficoltà. Abbiamo già dato la disponibilità al Comune».

Il «ritorno a scuola» dei ragazzi italiani
Particolare che inquadra la complessità del tema sul territorio pratese: tra i ragazzi italiani c'è addirittura un ritorno a percorsi di istruzione medio-alti. «Un vero e proprio ritorno di fiamma», secondo Andrea Cavicchi, presidente della sezione Sistema Moda di Confindustria Toscana Nord e imprenditore del gruppo tessile Furpile Idea, 30 milioni di fatturato per 50 dipendenti. «Un exploit che premia il lavoro di partnership della nostra categoria con alcune scuole d'eccellenza del territorio, come l'Istituto tecnico Buzzi, punto di riferimento per i mestieri del settore». Dai dati in possesso degli imprenditori, spiega Francesca Fani, a lungo membro della commissione formazione dell'Unione industriale pratese, «ci risulta che quasi il 70% dei ragazzi italiani continua gli studi dopo il diploma, tenta la carta dell'università. In alcuni casi anche quando provengono dagli istituti tecnici e professionali».
Il rapporto scuola-lavoro dell'Osservatorio provinciale sulla scuola evidenzia come su 526 ragazzi degli istituti tecnici e professionali a 18 mesi dal conseguimento del diploma è occupato stabilmente oltre un quarto dei diplomati (141). A questi si aggiungono gli studenti che continuano il percorso formativo iscrivendosi all'università: scelta fatta dal 44% dei diplomati degli istituti tecnici e dal 17,2% dei diplomati degli istituti professionali.
La Fani è al timone di Pafasystem, azienda familiare del comparto meccano-tessile fondata dal padre 55 anni fa, 18 dipendenti e fatturato di 8,5 milioni, per il 90% realizzato all'estero. «Se si guarda la sola popolazione italiana, si va indubbiamente più a scuola rispetto al passato». Il tema, semmai, diventa l'attrattività del distretto tessile pratese per i giovani: «I ragazzi validi – continua l'imprenditrice – puntano a essere assunti da multinazionali, ambiscono a prospettive di carriera e retribuzione proprie dei grandi gruppi e allora succede che dopo la laurea, o addirittura dopo il diploma, lascino Prato. Mentre il distretto avrebbe bisogno di manodopera qualificata».

Tessile a caccia di competenze
Ma a Prato tessile e abbigliamento hanno ripreso ad assumere? «Qualcosa si muove», sottolinea Paolo Crocetta di Cunningam, azienda di confezione abiti da donna per conto terzi, 9 milioni di fatturato per 26 dipendenti. «Certo, il quadro è completamente diverso rispetto a prima che scoppiasse la crisi». Il settore sul territorio muove 4,9 miliardi con un'incidenza dell'export del 51% e dà lavoro a più di 33mila persone. Nei territori del distretto i livelli produttivi nel quarto trimestre 2017 sono cresciuti dell'1,8%, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. «C'è soprattutto ricerca di manodopera altamente qualificata – continua Crocetta – ma non sempre la si trova sul mercato del lavoro. Le scuole che, su impulso delle imprese, hanno rinnovato l'offerta formativa sono ancora poche. Si potrebbe fare di più».

Dove Nuti e Benigni «facevano scuola»
Il «genio» pratese, nell'immaginario collettivo, ha probabilmente due volti: quello dei comici Francesco Nuti e Roberto Benigni. Curioso a dirsi, ma furono rispettivamente allievi delle due scuole che formavano il personale tecnico e amministrativo del locale distretto tessile. Nuti andava al «Buzzi», tecnico nato nel 1886 con gli indirizzi tessile-sistema moda e chimica tintoria. Oggi gli indirizzi sono cinque – accanto al tessile c'è il chimico, poi meccanico, informatico, elettronico e meccanico energetico – e la scuola che sforna 147 diplomati in un anno, nel ranking del progetto Eduscopio della Fondazione Agnelli, è ai vertici dell'istruzione toscana con un indice di occupazione di chi si diploma pari al 79% e un tasso di iscrizione all'università pari al 52%, quasi anomalo per una scuola tecnica. «Dieci anni fa – racconta il preside Erminio Serniotti, storico torinese trapiantato in Toscana dagli anni Ottanta – la crisi del tessile portò a una disaffezione nei confronti degli indirizzi che guardavano al distretto. Acqua passata, se consideriamo che adesso tocchiamo quota 2mila iscritti e abbiamo rischiato di dover ricorrere al numero chiuso». Qui l'incidenza degli studenti stranieri non supera il 10 per cento. La dispersione è marginale. Il «motore» del «Buzzi» è il Buzzi Lab, avanguardistico laboratorio di analisi chimiche che fa controlli di qualità sui prodotti delle griffe dell'alta moda, da Gucci a Louis Vuitton passando per Ferragamo e Prada, dà lavoro a 40 persone, in molti casi ex studenti, fa stage agli alunni e muove un giro d'affari di alcuni milioni di euro. Che la scuola può re-investire sulla struttura. Quando si dice un modello da esportare.
Benigni, invece, frequentava il «Datini», scuola intitolata al mercante pratese che nel Trecento inventò la lettera di cambio, antesignana della cambiale. In principio era un tecnico commerciale, oggi ospita l'indirizzo professionale alberghiero e quello tecnico agrario con annesso orto. La scuola è cambiata, come il tessuto economico pratese. «Facciamo i conti – racconta il preside Daniele Santagati – con un boom di iscrizioni, perché la vocazione turistica del territorio toscano offre notevoli prospettive occupazionali a chi si diploma». Oggi siamo a 1.400 iscritti, con un'incidenza degli stranieri del 40 per cento. «Qui la percentuale di abbandono – aggiunge Santagati – è molto alta. Triste dirlo, ma per alcune comunità si frequenta soltanto finché non si assolve agli obblighi scolastici».

L'esplosione dell'Ict
Non di solo tessile, in ogni caso, vive l'economia pratese. A una manciata di chilometri dai capannoni dove si lavorano i filati sorge per esempio una piccola Silicon Valley con la gorgia toscana. Al centro c'è la Tecnosistemi che dal 1984 vende soluzioni hardware e software per le imprese, con un portafoglio prodotti che va da grandi reti wireless ai sistemi realtà virtuale e clienti illustri come Leonardo, Ge e Autostrade per l'Italia. Il fatturato nel 2017 ha toccato i 44 milioni con una crescita del 20% sull'anno precedente, i dipendenti sono 112 ma se ne arrivano ad assumere dai due ai dieci l'anno. Come? «L'alternanza scuola-lavoro – sottolinea il patron Riccardo Bruschi – con noi sta funzionando. Ci permette di individuare i profili più promettenti, cui proponiamo la nostra academy interna, un percorso di training on the job che passa per tirocinio e affiancamento. I migliori, dopo il diploma, tornano da noi a lavorare». E non è detto che interrompano gli studi: «Abbiamo casi – racconta Bruschi – di giovani dipendenti che alternano università e lavoro». Alla faccia di chi dice che i pratesi non studiano.

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