LE STORIE DI SALWA E ATWA 

Dall’Italia due progetti per garantire acqua potabile nella Striscia di Gaza

di Andrea Carli

3' di lettura

L’Italia è meta dei migranti che abbandonano i loro paesi in Africa e Medio Oriente alla ricerca di un futuro migliore. Ma è anche un paese che sta in prima linea nei progetti di assistenza internazionale.

A Gaza più del 97% dell’acqua delle falde non è adatta al consumo
A cominciare dalla Striscia di Gaza. In quei territori sono in pochi ad avere accesso all’acqua potabile. «In un report del 2012, le Nazioni Unite affermavano che la situazione a Gaza sarebbe diventata invivibile entro il 2020 se non si fosse agito - spiega Dina Taddia, presidente di GVC, una Ong che opera nella cooperazione allo sviluppo per garantire i diritti fondamentali in 21 paesi del mondo (tra questi Siria, Libano e Palestina) -. La profezia sembra essersi avverata prima della scadenza del termine. Una delle sfide più importanti per i due milioni di residenti – la metà dei quali sono bambini- rimane l’accesso all’acqua potabile e a condizioni igienico sanitarie adeguate. Oggi - continua Taddia - più del 97% dell’acqua delle falde di Gaza non è adatta al consumo e più di 100mila metri cubi di acqua di scolo al giorno vengono scaricati nelle acque del Mar Mediterraneo. È l’equivalente di 43 piscine olimpioniche. Circa 40 mila fogne non sono connesse alle reti con un accumulo di 18.804 tonnellate di rifiuti solidi che non vengono trattati o riciclati al giorno. Ciò si traduce in condizioni insalubri per le famiglie che vivono nella Striscia di Gaza», conclude la responsabile della Ong bolognese.

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La storia di Salwa: acqua potabile solo tre volte a settimana
Se questa è la situazione in quella zona, la storia di Salwa dimostra che qualcosa può cambiare. E in meglio. Vedova, rimasta sola con un figlio disabile, vive in una casa dalle mura distrutte. Una perenne invasione di mosche. Condizioni igieniche insopportabili. Freddo in inverno, troppo caldo in estate. Il pozzo nero, intasato, non può essere svuotato con regolarità: in famiglia dolori addominali e malesseri sono problemi all’ordine del giorno. La famiglia di Salwa può ricevere acqua potabile solo tre volte a settimana, quando la municipalità riusce a raggiungere Rafah, comunità tra le più vulnerabili della Striscia di Gaza. Grazie a GVC, la situazione ora è cambiata. In meglio: grazie a un progetto sostenuto da Unicef attarverso fondi del governo giapponese, è intervenuta per fornire a questa famiglia un serbatoio per l’acqua da 1.500 litri e una pompa per riempirlo. Ha poi garantito a Salwa e Mohammed acqua potabile e svuotato la fogna, ristabilendo condizioni igieniche ottimali nella casa danneggiata dal conflitto del 2014. Per la loro famiglia significa anche non dover pagare somme ingenti per avere acqua potabile.

Atwa: la fogna vicino alle camere da letto (quasi mai svuotata)
In un’altra comunità, questa volta a Khan Younis, una famiglia di quattordici persone vive in condizioni insopportabili in una casa piccolissima. Il buco che serve per raccogliere l’acqua fognaria è vicino le camere da letto e non viene quasi mai svuotato. La salute dei bambini è a rischio. «Non c’era un altro posto in cui potessimo installare la latrina. Non potevamo permetterci di pagare più di 30 euro al mese per svuotarla regolarmente» racconta Atwa, contadino che guadagna 5 euro al giorno, unica entrata per tutta la famiglia. Anche in questo caso le difficoltà sono tante e anche lavarsi è un problema, dal momento che la sola fonte d’acqua accessibile per la famiglia è il pozzo privato dei vicini, la cui acqua non è sempre disponibile e costa loro circa 13 euro al mese. Le spese raddoppiano, poi, a causa della necessità di acquistare anche i kit igienici. Per aiutare Atwa e i suoi figli l’Ong, oltre a riabilitare la fogna, ha fornito kit igienici gratuiti, installato un serbatoio da 1.500 litri e distribuito taniche di acqua potabile due volte al mese.

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