Industria

Dall’occupazione all’ambiente l’impatto virtuoso della rete

di Andrea Biondi

3' di lettura

«L’attività delle aziende non va misurata solo per il profitto, ma anche per le implicazioni. La parola magica è impatto: quello che va determinato a livello ambientale e sociale». Riccardo Giovannini, responsabile dell’attività di consulenza sui temi della sostenibilità di EY, introduce così i risultati di uno studio presentato nei giorni scorsi sulla “Valutazione sugli effetti e potenziali impatti della realizzazione e gestione della rete in fibra ottica”.

Si tratta di uno studio che parte dall’esperienza di Open Fiber considerata come emblematica per valutare gli impatti di un’operazione di sistema che poggia sull’infrastrutturazione a banda ultralarga del Paese e nella fattispecie in fibra ottica. «Quello di soffermarsi sul tema degli impatti a livello ambientale e sociale degli investimenti non è un esercizio teorico, tutt’altro. Basti pensare a quanto previsto da Bruxelles a proposito dei Pnrr». Il riferimento di Giovannini è al fatto che la Commissione Ue ha chiarito che le misure previste dai Piani nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr) dovranno rispettare il principio di “non arrecare danni significativi” (Dshn: do no significant harm) agli obiettivi ambientali.

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Lo studio EY considera quindi tutto l’arco dei vantaggi dell’infrastrutturazione in fibra, in generale, segnalando anche alcuni specifici punti di favore dell’esperienza Open Fiber. Per quest’ultimo caso, ad esempio, indica – a valle della somministrazione di questionari – un 64% di operatori telco interpellati secondo i quali Open Fiber ha generato nuovi posti di lavoro. Rifacendosi invece a «dati Open Fiber con integrazione di dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (per gli aspetti legati al costo del lavoro)» EY stima poi in 95.040 euro «il costo stimato del lavoro sostenuto da Open Fiber per la manodopera di un cantiere dei cluster C&D» e in «325.131.840» la «stima dell’indotto occupazionale generato mediamente in un anno per le risorse in campo».

C’è poi tutto il tema dell’istruzione. E qui si legge che «al 15 giugno 2021 Open Fiber ha cablato 11.728 scuole con connessione FTTH, di cui 7.709 istituti (il 65,73%) sono presenti nei Bandi Infratel “Scuole”. La regione con il maggior numero di scuole cablate è la Sicilia, ben 1.502, seguita dalla Lombardia con 1.130 e dalla Campania con 1.109».

Qualitative invece le risultanze dell’impatto della fibra ottica e di Open Fiber sui piccoli comuni ad esempio. Qui EY ha sottoposto questionari da cui sono emersi i vantaggi, per come percepiti, di un’infrastrutturazione in fibra ottica. E qui per esempio si citano l’«aumento netto di nuovi residenti nei piccoli comuni, senza mitigare l’abbandono del comune di residenza» oltre all’«impatto limitato sulla nascita di nuove attività commerciali, sul mantenimento delle attività esistenti, nonché sulla percezione di attrattività del comune». E sempre qualitative sono le valutazioni sulla telemedicina e sui vantaggi che un’infrastruttura future proof può garantire.

È chiaro però che queste ultime indicazioni valgono come per Open Fiber come per qualsiasi altra azienda attiva nell’infrastrutturazione digitale del Paese. Così come non ci sono risultanze nello studio sulla quantificazione di vantaggi legati a tempi più o meno lunghi di realizzazione. «Si tratta di un primo esercizio - replica Giovannini – ma va visto come un passo avanti nella giusta direzione e cioè di considerare l’avanzamento dei progetti e il loro impatto, sociale ed economico. Perché l’obiettivo, alla fine, è poter realizzare lo sviluppo del Paese». Nel quale oggi il 92,7% delle famiglie in Italia è coperto da un’infrastruttura a banda ultralarga (in grado cioè di garantire una velocità di download superiore ai 30 Megabit al secondo). Ma occorre considerare che nel 2015 era del 41 per cento.

Andando a stringere verso performance più sfidanti, la copertura Fttp (Fiber to the premises, equivalente della fibra più performante) riguardava (si veda anche altro pezzo in pagina) il 34% delle famiglie (33,7% per la precisione).

Sono dati relativi al 2020 e tratti dalla batteria di numeri e cifre sulla quale la Commissione europea costruisce il suo Desi (Digital Scoreboard index) riguardante tutti i Paesi dell’Unione europea e quest’anno non ancora arrivato a definizione. Il Desi 2020 relegava l’Italia al 25esimo posto in Europa.

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