Cultura rurale

Dall’olio e dalla vite alle tisane: così l’agricoltura valorizza la Valle dei Templi

Nuove colture che recuperano la tradizione e ampliamento di quelle esistenti per il progetto Diodoros

di Antonio Schembri

La Valle dei Templi di Agrigento è anche un parco agricolo (Agf Creative)

5' di lettura

L'agricoltura come strumento di manutenzione e valorizzazione del paesaggio. Nella Valle dei Tempi di Agrigento, il territorio dell'antica Akràgas, “la più bella città dei mortali” per Pindaro, oggi con i suoi quasi 1.400 ettari (di cui circa 800 demaniali) uno dei parchi archeologici e paesaggistici più rilevanti del Mediterraneo, questa finalità muove uno sfaccettato percorso di promozione legato a antiche produzioni. A cominciare da quelle più iconiche della Valle, l'olio e il vino.

A segnarlo e diversificarlo nel tempo è il progetto Diodoros, concepito 15 anni fa da Coop Culture, la società gestrice del Parco. Dopo gli stop dell'emergenza sanitaria, proprio in questi giorni l'iniziativa apre a ulteriori produzioni agricole all'insegna del combinato di qualità e storicità: dalle marmellate di arance e mandarini, ai limoni canditi e le polveri aromatizzanti ottenute dalle scorze delle arance, passando per le confetture di Fico d’India, le spezie (origano, rosmarino e zafferano), le lenticchie della Valle e le creme ottenute da pistacchi e da mandorle, altri frutti rappresentativi dell'area agrigentina.

Loading...

Pronta a partire, da luglio, è altresì la produzione di tisane di fiori secchi di “ficodindia” mentre nelle prossime settimane sarà avviata la piantumazione di altri legumi, come la cicerchia, il cece sultano e la varietà nera del fagiolo Badda (presidio Slow Food), per la cui prima raccolta si dovrà però attendere il prossimo anno.
Quello attivato dal progetto Diodoros su questa porzione di Sicilia agreste, costellata da migliaia di nodosi ulivi saraceni ultrasecolari, «segna un iter di rinascita agricola diventato una delle ‘costole' del Parco della Valle dei Templi – spiega il direttore Roberto Sciarratta –. È il risultato di una sinergia tra settore pubblico e proprietari privati con cui siamo poco a poco riusciti a allargare lo spettro produttivo dell'area a colture in larga parte recuperate dopo un lungo oblio, ed esercitate su terreni comunque esclusi da problematiche di tutela archeologica con rigorosi metodi di coltura biologica».

Nel cosiddetto ‘arborato misto' al cospetto dei monumenti dorici dedicati agli dei dell'Olimpo, colture come la vite e gli uliveti, insieme con i mandorleti, si combinano anche con i campi di grano, dove la mietitura parte in questi giorni. Un secolare scenario agreste magnificato da tanti viaggiatori del passato: dal geografo arabo Al-Idrisi, giunto a Girgenti (l'antico nome di Agrigento) nel 1138, il pittore Jean Houel alla fine del 1700 così come Wolfgang Goethe che al termine del suo Grand Tour italiano nel 1787 elencò con precisione la rotazione delle colture nella Valle, soffermandosi in particolare sulla raccolta della ‘tumenia', specie di grano a rapida maturazione.

Nell'area archeologia dei Templi il progetto Diodoros punta anzitutto anzitutto su vino e olio. Al vigneto di 3 ettari, impiantato nel 2006 sotto il Tempio di Giunone, se ne sono aggiunti altri due, per un totale di 6 ettari, vitati prevalentemente a Nero d'Avola e una piccola parte con vitigni di Nerello. A curare l'intero processo produttivo, dalla vendemmia all'imbottigliamento, è la CvA, ex cantina sociale della vicina Canicattì, oggi realtà da quasi un milione di bottiglie all'anno e un volume d'affari di 5milioni di euro con un tasso di crescita annua attestato, prima del Covid, al 6 per cento.

«L'imbottigliato con il marchio Diodoros ammonta adesso a 6.500 pezzi, di cui 4mila bottiglie riempite con il vino direttamente ricavato dai vigneti sotto i Templi, il resto da altri filari di proprietà della CvA ubicati nei poco distanti territori di Naro e Campobello di Licata. Ma contiamo di incrementare presto la produzione a almeno a 20mila bottiglie», dice Giovanni Greco, presidente della azienda agrigentina. Di certo una produzione di nicchia ma «di alta qualità – sottolinea – e con potenzialità di traino turistico dell'area archeologica».

Una prospettiva del resto confortata dal fatto che negli ultimi anni almeno il 60% dei gadget portati a casa dai turisti in Italia riguarda proprio i prodotti del settore food.

Prima realtà produttiva a aderire al marchio Diodoros, nel 2006, è stata la Val Paradiso, azienda olivicola attiva a Naro da oltre 40 anni. «Ci impegnammo inizialmente in un piano per la potatura degli ulivi della Valle e una prima campagna olivicola sperimentale che delineò la possibilità di realizzare il sogno di una sistematica produzione di olio extravergine dalle migliaia di ulivi sparpagliati nel Parco archeologico. Almeno 300 di questi sono ultracentenari (antichi anche di 700 anni) e ancora produttivi grazie al loro particolare adattamento al clima siccitoso di questa porzione della Sicilia», racconta Massimo Carlino, proprietario della Val Paradiso.

Anche l'olio Diodoros costituisce una piccola realtà, da 4mila bottiglie annue. Ma è riuscita a innescare un circolo virtuoso di qualità e valorizzazione del prodotto: tra i piccoli 20 olivicoltori della Valle, 6 conferiscono le olive alla produzione veicolata da questo brand e hanno la garanzia di poterle vendere a un prezzo di almeno il 15% superiore rispetto a quello che spunterebbero se non partecipassero a questa rete.

Nel solco del progetto anche la produzione del miele è diventata centrale. A portarla avanti è l'azienda Al Kharub: «Operiamo da quasi 9 anni all'interno della Valle dei Templi dove abbiamo reintrodotto l'apis mellifera siciliana dopo almeno 50 anni di assenza e scongiurandone l'estinzione, grazie al progetto di ricerca Ape Slow, che ha coinvolto l'Istituto Nazionale di Apicoltura di Bologna e le Università di Palermo e Messina – illustra il presidente Carmelo Roccaro –.Fino ad oggi l'obiettivo della salvaguardia del patrimonio genetico dell'ape nera è stato prioritario rispetto a quello della produzione mellifera, attualmente attestata sui 5 quintali annui. Un limite comunque superabile allorquando verrà incrementato il numero di piante nettarifere all'interno del Parco archeologico».

Il riferimento, nel brand agricolo della Valle dei Templi, al grande storico greco siceliota è stata, specificano dall'ente Parco, una scelta fortemente identitaria anche nella scelta delle etichette, concepite dallo studio grafico Atelier 760. Il simbolo è la tipica scanalatura della colonna dorica dei Templi, stilizzata con i colori che individuano il prodotto (rossa per il vino, verde per l'olio).Luogo fisico del progetto Diodoros è Casa Barbadoro, suggestivo immobile in pietra calcarea situato sotto la cinta muraria dell'antica città degli Dei.

«Era già stato restaurato alcuni anni fa e già utilizzato per manifestazioni culturali – riprende Sciarratta - adesso con un finanziamento del Parco di 140mila euro lo stiamo trasformando in centro di degustazioni per declinare in tutte le sue forme il racconto dell'agricoltura della Valle, anche con una cucina visitabile»

La conservazione del tesoro agricolo della Valle dei Templi è al centro anche di un intervento parallelo: il progetto Demetra, che viene finanziato con i fondi del Psr (Programma di Sviluppo Rurale) del settennato 2013-2020. Obietttivi sono gli investimenti per la conservazione della biodiversità e la salvaguardia delle risorse genetiche in agricoltura. Il valore del progetto ammonta a 400mila euro.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti