materie prime

Dall’oro al rame, il minidollaro alimenta la corsa dei metalli

di Sissi Bellomo


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(Bloomberg)

2' di lettura

Insieme al petrolio hanno fatto da traino alla ripresa delle commodities nel 2017. E anche nel 2018 i metalli continuano a correre. Il principale motore dei rialzi continua ad essere la debolezza del dollaro, che favorisce l’oro ma non solo.

Il metallo giallo – che l’anno scorso ha registrato a sorpresa la migliore performance dal 2010 – sta continuando ad apprezzarsi e ieri, ha sfiorato 1.345 dollari l’oncia. In parallelo il biglietto verde è sceso ai minimi da tre anni nei confronti di un paniere di valute, dando una spinta ulteriore anche agli altri metalli.

Il palladio, dopo un 2017 stellare, in cui ha guadagnato il 54%, ha nuovamente aggiornato il record da 17 anni, toccando 1.138 dollari l’oncia. E il platino, che era rimasto indietro, è finalmente tornato a scambiare sopra 1.000 $/oz.

Anche l’argento sta riprendendo quota: ieri si è spinto a 17,42 $/oz, massimo da tre mesi, sulla scorta del rinnovato favore degli investitori. La settimana scorsa al Comex i fondi sono tornati a schierarsi in maggioranza su posizioni rialziste, anche se la posizione netta lunga è ancora limitata a 38.102 contratti.

Per l’oro l’esposizione netta all’acquisto sfiora ormai 200mila contratti, dopo un balzo del 32% rispetto alla settimana precedente che secondo gli analisti di Commerzbank aumenta il rischio di correzioni.

In realtà lo scenario per il lingotto dipende in buona parte da ciò che accadrà sui mercati valutari. E sul dollaro in questo momento non soffiano venti favorevoli.

La settimana scorsa Bloomberg ha riferito di una presunta intenzione di ridurre, se non addirittura interrompere, gli acquisti di Treasuries da parte della Cina: uno scenario che non solo ha accelerato i ribassi del dollaro, ma ha fatto volare i rendimenti dei titoli di Stato Usa (di cui l’oro tende a seguire la traiettoria).

La divisa americana, nonostante la promessa di altri tre rialzi dei tassi di interesse nel 2018, soffre in modo particolare nei confronti dell’euro, a sua volta rafforzato dall’accordo per il governo di coalizione in Germania e dalla previsione del possibile avvio di una stretta monetaria anche da parte della Bce: il cambio euro-dollaro ieri ha superato quota 1,23 per la prima volta dal 2014.

Ma il biglietto verde è debole anche nei confronti della altre grandi valute, compreso lo yuan che è ai massimi da due anni: un aspetto importante per le materie prime, poiché un maggior potere di acquisto da parte della Cina potrebbe tradursi in maggiori importazioni e dunque avere un impatto anche sulla domanda fisica, oltre che su quella finanziaria.

Il gigante asiatico è il maggiore importatore mondiale di petrolio e di molti metalli. Non a caso, anche il comparto dei non ferrosi – già sostenuto da fondamentali favorevoli – sta continuando a rafforzarsi. Al London Metal Exchange lo zinco ha aggiornato il record decennale a 3.440 dollari per tonnellata, il rame è tornato a superare 7.200 dollari.

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