dieci vittime, sconosciuto il numero dispersi

Dall’uragano Harvey almeno cento miliardi di danni. Ferme 10 raffinerie

di Marco Valsania

(AFP)

3' di lettura

È stato il più violento uragano a colpire gli Stati Uniti dal 2004, più ancora di Katrina. E se il bilancio è ancora provvisorio, Harvey sarà anche uno dei più costosi: decine di miliardi di dollari che salgono di ora in ora. Forse 30 miliardi di ferite all’economia. Ma molti temono - una volta sommati i disastri a infrastrutture e trasporti, servizi energetici, produzione e raffinazione petrolifera e abitazioni e aziende di ogni settore - che supererà i cento miliardi, avvicinandosi, quando si tratta di danni e non di vite umane (finora dieci morti accertati ma il numero dei dispersi e delle persone bloccate non è noto) , al record di 108 miliardi che spetta proprio a Katrina. Lo shock è nei paragoni: un “normale” uragano si aggira sui due o tre miliardi di dollari.

Katrina, a fine agosto del 2005, si abbatté con venti di categoria 3 su New Orleans e nel suo percorso letale tra Louisiana e Mississippi lasciò un’eredità di distruzione per oltre cento miliardi di dollari e 15 miliardi di perdite alle assicurazioni. Le incerte quanto drammatiche stime per Harvey - che ha colpito con violenza di categoria 4 e venti di 212 chilometri l’ora il Texas - arrivano da broker assicurativi, analisti banche di Wall Street, uffici studi governativi e tengono in ostaggio anche le piazze finanziarie, che hanno sofferto brusche oscillazioni nei future energetici.

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La cifra più prudente di 30 miliardi è frutto delle “formule” di Chuck Watson della Enki Research, specializzato in disaster models, che l’ha tuttavia bruscamente alzata dopo aver ipotizzato dieci miliardi venerdì scorso. Abbastanza, comunque, per diventare il settimo nella storia americana, guidata da Katrina e da Sandy che nel Nordest del Paese, New York compresa, nell’ottobre del 2012 fece danni per 75 miliardi. JP Morgan colloca Harvey a sua volta tra i primi dieci uragani con 10-20 miliardi solo di danni assicurati. L’analista assicurativo David Havens della Imperial Capital teme invece i cento miliardi finali.

Houston colpita dall’uragano Harvey

Houston colpita dall’uragano Harvey

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Con il Texas che è tra i fari dell’espansione: la costa del Golfo dello stato vanta un Pil di oltre 600 miliardi, il 3% dell’output del Paese, forte di metà dell’export statunitense di petrolio e gas e di un quinto di quello chimico.

A rendere difficili i conti è anzitutto l’impatto tuttora incompleto delle inondazioni. La regione di Houston, quinta metropoli americana, è già stata sepolta da 60 centimetri di piogge, con almeno altrettanti in arrivo in questi giorni dai resti di Harvey, declassato a tempesta tropicale ma fermo sull’area. A questo si somma il fatto che le devastazioni alle abitazioni e alle attività provocate da inondazioni, al contrario di quelle causate dal vento, spesso non sono coperte da normali polizze assicurative, bensì solo attraverso garanzie pubbliche dell’agenzia per la protezione civile Fema, oggi fortemente indebitata (deve 24 miliardi al Tesoro). Nell’insieme probabilmente non più di un terzo delle perdite si riveleranno assicurate, la percentuale più bassa tra i maggiori uragani dal 1992.

Il cuore economico delle devastazioni - che hanno fatto anche almeno sei vittime, rispetto alle 1.836 mietute da Katrina a causa degli inadeguati preparativi e soccorsi - è nel comparto energetico. L’elevata concentrazione di raffinerie tratta oltre cinque milioni di barili di greggio al giorno. La chiusura totale di oltre una decina di enormi impianti ha eliminato un quinto della raffinazione di petrolio e derivati del Texas. La violenza di Harvey ha anche congelato un quarto della produzione dei pozzi nel Golfo del Messico e reso inagibile il porto di Corpus Christi, vicino a Rockport, dove l’uragano è “atterrato”, leader nelle spedizioni di greggio oltreoceano. Da queste paralisi sorgono le maggiori incertezze sul futuro: la valutazione definitiva dei danni dipenderà della durata di simili blocchi.

I mercati finanziari sono rimasti scossi da queste preoccupazioni: i future della benzina a ottobre si sono impennati del 2,7%, mentre quelli del greggio sono scesi del 3% per i danni immediati alla domanda da parte delle raffinerie superiori agli stop all’estrazione.

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