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Dalla Bce uno scudo d’emergenza sugli spread

di Riccardo Sorrentino

2' di lettura

Non è una scelta semplice. La Banca centrale europea interverrà contro i rischi di frammentazione finanziaria dell’Eurozona: dopo la crisi del 2011, è una scelta obbligata. Il solo parlarne ha avuto effetti importanti, sui mercati, con una riduzione degli spread. L’applicazione di questo principio, però, nasconde diverse insidie.

La “frammentazione” che la Bce si prepara ad avversare con un nuovo strumento si traduce oggi in spread troppo alti. Contrastarli significa acquistare titoli dei Paesi con rendimenti elevati, vendendo nel caso titoli con tassi più bassi. Semplice? Per nulla. Si potrebbe fissare una soglia di tolleranza (200 punti base? 300? 400?); ma il rischio è che, anche se non esplicita, gli investitori - possano “sfidare” la banca centrale e la sua determinazione a difenderla. Nei rari - non a caso - interventi sulle valute accade sempre. Oltretutto il superamento di una soglia è troppo poco per giustificare un intervento sui mercati: forse la Bce chiederà a se stessa - e le parole di Isabel Schnabel, componente del board, vanno in questa direzione - di intervenire solo quando sia chiaro il rischio di «spirali di prezzi dirompenti e autoavverantisi sui mercati dei bond sovrani che minaccino la coesione della moneta unica». Come avvenne nel 2002, quando la Bce sostenne il cambio euro/dollaro schiacciato da «scommesse in una sola direzione»: tutte verso il ribasso. Occorre insomma una vera patologia del mercato perché la Banca centrale possa intervenire.

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La Bce non può finanziare - per Trattato - i singoli governi, né può alimentare il moral hazard, l’opportunismo, dei Paesi che si ostinano a non fare riforme tali - qualunque esse siano, si potrebbe aggiungere - da stimolare la crescita. Non a caso Schnabel ha accennato a una certa condizionalità del nuovo programma allo studio.

È anche importante aver ben chiare le circostanze in cui cade la politica monetaria della Bce in questa fase. L’inflazione totale (e quindi i tassi reali, anche quelli ufficiali) e quella core (ovvero aggredibile dalla banca centrale) dei singoli Paesi, non sono mai state così disperse, lontane le une dalle altre. Si passa dal 20,1% dell’Estonia al 5,8% di Francia e Malta per l’indice totale, e dal 13% di Lituania al 3,4% di Francia e Italia per il core. Mai come in passato la politica monetaria unica inciderà in modo diverso da Paese a Paese. La frammentazione comincia da qui e sarà inevitabile. Non si può pensare che la Bce possa puntare a rendimenti reali uguali in ogni Stato: i mercati la sfiderebbero e lo strumento in preparazione è di “emergenza”. L’Italia, insomma, non ha ricevuto un biglietto omaggio per entrare in una stanza della politica fiscale più ampia. I vincoli diventeranno comunque più rigidi.

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