lotta all’evasione

Dalla card del reddito a quella per i pagamenti, quando il governo chiede aiuto alle Poste

La carta unica anti evasione dovrebbe includere anche carta d'identità, codice fiscale, Pin unico per i servizi, patente di guida oltre che rappresentare un mezzo di pagamento tracciabile

di Laura Serafini

2' di lettura

La carta unica anti evasione è il nuovo coniglio estratto dal cilindro dal governo giallo rosso per contrastare l’attitudine degli italiani ad usare il contante, spesso con l’obiettivo di aggirare il pagamento dell’Iva nelle prestazioni professionali. Ancora una volta ad andare in soccorso del governo -per queste operazioni ad alto impatto nell'immaginario collettivo, non si sa quanto altrettanto impattanti in termini di efficacia reale, come il reddito di cittadinanza - sono chiamate le Poste Italiane.

La carta dovrebbe includere anche carta d'identità, codice fiscale, Pin unico per i servizi, patente di guida oltre che rappresentare un mezzo di pagamento tracciabile. Tanta roba, verrebbe dire. Perchè le Poste? Perchè la società dei recapiti qualche anno fa ha vinto una gara indetta dal ministero dell'Economia per gestire attività come il reddito di inclusione varato dal governo Renzi.

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Niente di strano, visto che Poste è tra gli operatori più forti sul mercato dei servizi di pagamento associati alle carte. Il rapporto tra Poste e pubblica amministrazione è stato canalizzato in una convezione pluriennale. È già accaduto lo scorso anno, però, che il governo giallo verde abbia allargato le maglie di quella convenzione per affidare a Poste, senza dover indire una nuova gara, la gestione delle carte per il reddito di cittadinanza.

Ora il governo giallo rosso sembra voler prendere la stessa strada: allargare ancora i varchi per farci rientrare la carta anti evasione. Quello che, però, non si capisce è il motivo per il quale una simile carta, ricaricabile, dovrebbe contrastare l'evasione. Se si vuole aggirare il pagamento dell'Iva, riducendo la spesa per chi compra il servizio e l'esborso fiscale per chi lo effettua, si potrà continuare a farlo usando i contanti. Come avviene già oggi, si può continuare a rendere tracciabile solo una parte dell'incasso per ridurre l'entità del reddito complessivo soggetto a tassazione.

Altra cosa è se, invece, lo strumento vuole avere l'obiettivo di incentivare l'uso degli strumenti di pagamento presso categorie sociali che, anche per motivi di reddito contenuto, sono meno portate a usare carte di pagamento o di credito. Questo può avere un senso. Ma anche qui bisogna tenere conto di alcuni aspetti: un servizio di questo tipo, garantito da Poste su richiesta dello Stato, pone a carico del contribuente il costo della sua gestione.

È sicuro che i benefici derivanti da una riduzione del contante giustifichino il costo? E ancora: proprio in questo mese non solo l'Europa, ma il mondo intero garanzie al processo dell’open banking, sta entrando nell’era dei pagamenti elettronici veicolati tramite le App su cellulari e device. Sappiamo tutti che la diffusione del cellulare, soprattutto in Italia, non conosce distinzioni di reddito. Allora il rischio è che, assunta finalmente la volontà politica di affrontare problemi endemici come evasione e uso del contante, si finisca per utilizzare strumenti desueti per raggiungere l'obiettivo.

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