l'azienda di lucca

Dalla Cisa il sistema che disinfetta e riutilizza le mascherine monouso

Si stima di passare dai 20 milioni di fatturato 2019 (il 70% all'estero) a oltre 23

di Silvia Pieraccini

Si stima di passare dai 20 milioni di fatturato 2019 (il 70% all'estero) a oltre 23


3' di lettura

Ha appena inventato un sistema per disinfettare, e rendere così riutilizzabili più volte, le mascherine monouso indossate negli ospedali da medici e infermieri, garantendo così la rimozione del coronavirus. Tutto questo grazie all’esperienza accumulata nella progettazione e costruzione delle centrali di sterilizzazione degli strumenti chirurgici, comparto in cui l’azienda lucchese Cisa è leader (prima in Italia, dove ha installato circa 200 centrali, e uno dei sette operatori del mondo occidentale).

Il sistema di disinfezione delle mascherine, attivabile attraverso una modifica applicata alla centrale di sterilizzazione, sarà fornito al prezzo di costo - diversi ospedali toscani, lombardi e pugliesi hanno già chiesto di sperimentarlo - e dunque non porterà ricavi significativi a Cisa. Che sta comunque spingendo sulla sviluppo in altre direzioni.

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«Il nostro business è legato soprattutto all’attività chirurgica degli ospedali e interessa progetti a medio-lungo termine - spiega l’amministratore delegato, Antonio Veronesi - progetti realizzati perlopiù sui mercati esteri: l’Europa, compreso quella dell’est, è strategica, così come il Sud-est asiatico e l’India, che è il nostro primo cliente. Grazie a questi mercati quest’anno puntiamo a una crescita a doppia cifra, fermo restando l’impatto ancora ignoto del coronavirus».

La previsione è di passare dai quasi 20 milioni di fatturato 2019 (con un margine operativo lordo del 7%), per il 70% realizzato all’estero, agli oltre 23 milioni del 2020, con un margine lordo (ebitda) che punta al 12%. La crescita attesa quest’anno è dunque intorno al 15%.

Le centrali di Cisa servono a sterilizzare gli attrezzi (bisturi, pinze, divaricatori) che arrivano dalle sale operatorie, processo che avviene in un’area solitamente interna agli ospedali. Fondamentali, in questo campo, non sono tanto le macchine sterilizzatrici quanto la ricerca e sviluppo sul fronte logistico (ad esempio sugli accessi sala sterile/sala chirurgica attraverso ascensori dedicati), su quello digitale (con software che programmano le macchine sterilizzatrici per l’accensione quando arrivano gli strumenti chirurgici), sul risparmio idrico: il brevetto “acquazero” di Cisa, ad esempio, permette di generare il “vuoto” con una pompa a secco, risparmiando 300 litri d’acqua per un ciclo di sterilizzazione della durata di un’ora.

Ma l’azienda lucchese di medical device (86 addetti), che allo sviluppo-prodotto affianca l’assistenza tecnica, può contare su altre frecce al proprio arco: prima fra tutte, aver “assorbito” approcci, idee e filosofie del suo fondatore, quel Fabio Perini oggi 80enne riconosciuto un inventore geniale e illuminato, che ha innovato sia il comparto delle macchine per la carta igienica e per uso domestico (con l’azienda Fabio Perini, ora del gruppo tedesco Koerber) che la nautica da diporto (con la Perini Navi, leader mondiale nelle grandi barche a vela, ora della famiglia Tabacchi).

La prima idea migrata da Fabio Perini, e dalla sua holding Faper Group, a Cisa è quella della linea: «Perini ha rivoluzionato l’industria del converting (cioè la trasformazione della carta dalle grandi bobine ai prodotti di consumo come i rotoli di carta igienica o i fazzoletti, ndr) - spiega Veronesi - passando dalle singole macchine che dovevano essere assemblate al concetto di linea produttiva. Lo stesso stiamo facendo in Cisa. La centrale di sterilizzazione è ancora spesso considerata un aggregato di pezzi, ma noi stiamo lavorando sull’idea di “insieme” unico, idea che porta verso il progetto chiavi-in-mano».

La seconda “filosofia” trasmessa da Fabio Perini è quella di semplificare il processo e integrare la logistica: «Partendo dall’idea che l’innovazione dev’essere semplificazione - afferma Veronesi - stiamo cercando di rendere meno complessa possibile l’attività all’interno della centrale per ottimizzare tempi, flussi e priorità. Questo mentre il mercato sta andando verso automazioni complicate. Nella nostra visione la centrale di sterilizzazione diventa una sorta di cucina di un ristorante, pronta a svolgere l’attività non appena arrivano gli ordini, integrata col blocco operatorio e con il suo software».

Infine, la terza filosofia “importata” da Fabio Perini è quella di mettersi dal lato dell’operatore, in questo caso l’ospedale: «Stiamo sperimentando software che “riconoscono” ogni singolo strumento, bisturi o pinze - spiega Veronesi - e tra qualche anno, quando non si tracceranno più i kit per le operazioni, come si fa oggi, ma diventerà obbligatorio tracciare i singoli strumenti che li compongono per ottenere importanti risparmi per gli ospedali, noi saremo già pronti». Grazie al fatto di guardare avanti, come professa da sempre il gruppo lucchese: «I valori e la filosofia che sono alla base di Faper Group - afferma l’amministratore delegato Fabio Boschi - danno forza a tutte le società del gruppo e ne garantiscono la sostenibilità».

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