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Dalla contagiosità all’efficacia dei vaccini in uso, cinque cose da sapere sulle varianti

Anche se i vaccini autorizzati sembrano funzionare le aziende stanno lavorando ad aggiornamenti in corsa. Non dimostrato che i bambini siano più suscettibili di tutti gli altri

di Nicola Barone

Covid, Draghi: accelerare sui vaccini, priorità alle prime dosi

3' di lettura

Per le autorità sanitarie il diffondersi delle varianti condizionerà l’andamento dell’epidemia. Dell’arrivo di un uragano di categoria cinque sugli Stati Uniti ha parlato poco tempo fa un epidemiologo consulente di Joe Biden, e agli stessi tavoli di confronto delle cancellerie europee è tenuta d’occhio con apprensione una dinamica dei contagi che potrebbe risultare non facilmente controllabile proprio a causa delle nuove “versioni” del coronavirus.

Per quanto i ricercatori affilino le armi della mappatura con sequenziamenti sempre più tempestivi, in attesa di farmaci con maggiore capacità di cura, la difesa dalle mutazioni rimane affidata ai comportamenti individuali. Cinque cose in particolare, emerse negli ultimi giorni, vanno tenute presenti.

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Variante inglese più contagiosa del 37%

Nel nostro Paese secondo le stime fatte in uno studio di Istituto superiore di sanità, ministero della Salute, Fondazione Bruno Kessler, Regioni e Province autonome la cosiddetta “variante inglese” del virus Sars-CoV-2 ha una trasmissibilità superiore del 37% rispetto ai ceppi non varianti, con una grande incertezza statistica (tra il 18% e il 60%).

Per l’Iss che ha aggiornato le “Faq” del suo portale «questi valori sono in linea con quelli riportati in altri Paesi, anche se leggermente più bassi, cosa che induce a considerare l’opportunità di più stringenti misure di controllo che possono andare dal contenimento di focolai nascenti alla mitigazione».

Ma che la variante inglese diventi nello spazio di pochi giorni prevalente, in Italia, è ampiamente prevedibile a dire dei responsabili delle autorità sanitarie.

Adattamento dei vaccini, iter accelerato nell’Ue

I vaccini autorizzati sembrano funzionare contro le varianti in circolazione, ma le aziende stanno pianificando degli “aggiornamenti” che risulteranno più facili nella messa a punto rispetto alla creazione di una formula ex novo.

I vaccini di Pfizer e Moderna, ad esempio, utilizzano un pezzo di codice genetico per la proteina Spike che consente essenzialmente al sistema immunitario umano di imparare a combattere il virus. Nel caso in cui le caratteristiche peculiari di una variante non venissero intercettate da un vaccino in uso, si potrebbero modificare soltanto quelle informazioni necessarie a realizzare una migliore corrispondenza.

Moderna ha annunciato la consegna delle dosi del suo candidato vaccino specifico contro la variante sudafricana al National Institutes of Health (Nih) statunitense e presto sarà avviato lo studio clinico. Pfizer è in procinto di valutare sicurezza e immunogenicità di una terza dose del proprio vaccino per valutare l’efficacia di un richiamo contro l’infezione causata da varianti di Sars-CoV-2 già circolanti o che potrebbero emergere in futuro.

E nel frattempo l’Agenzia europea del farmaco ha pubblicato la guida rivolta alle aziende produttrici di vaccini anti Covid per eventuali “correzioni” in corsa, prevedendo una procedura accelerata.

Malattie più gravi? Forse, ma solo primi dati

Malgrado manchino evidenze univoche e certe, in base ad analisi preliminari condotte nel Regno Unito è ipotizzabile un aumento della gravità di malattia, con maggiore rischio di ospedalizzazione e di decesso per i casi con variante inglese.

Per il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie gli Stati dovrebbero accelerare le campagne di vaccinazione in ragione della maggiore trasmissibilità che può portare, come conseguenza, più persone ad ammalarsi in modo importante. Come scrive l’Iss «tale aumento di gravità o di letalità non è stato ipotizzato, al momento, per le varianti brasiliana e sudafricana».

A New York preoccupa un nuovo tipo

Forme mutate del coronavirus spuntano di continuo nell’incontro con la specie umana. I ricercatori del Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons hanno individuato una variante che si sta facendo largo velocemente a New York. Dal nome B.1.526, è stata identificata la prima volta in campioni raccolti in città a novembre e, entro la metà di febbraio, ammontava al 12% dei casi rilevati. Non è escluso che la variante possa indebolire l’efficacia dei vaccini.

Nuova variante spaventa Ny, si teme per i vaccini

I bambini non sono un target “preferito”

«I bambini, in particolare i più piccoli, sembrano essere meno suscettibili all’infezione da SARS-CoV-2 rispetto ai bambini più grandi e agli adulti, il che sembra verificarsi anche per la variante B.1.1.7, la cosiddetta variante “inglese”, che manifesta un aumento cospicuo della trasmissibilità in tutte le fasce di età», precisa l’Istituto superiore di sanità.

Come è stato spiegato dal presidente della Società italiana di pediatria (Sip), Alberto Villani, «in particolare quella inglese ha una capacità di diffondersi del 30-40 per cento in più. E questo è vero anche nella fascia 0-18 anni: i bambini ora sono più coinvolti perché le varianti sono forme che si diffondono più facilmente».

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