ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl vertice di Glasgow

Dalla Cop26 piccoli passi per l’uscita dal carbone

Il gruppo si allarga a Polonia e Indonesia, ma restano fuori Cina, India e Usa. L’Italia firma in extremis l’intesa sullo stop ai sussidi all’estero alle fonti fossili

di Gianluca Di Donfrancesco

La Finanza mondiale promette 100mila miliardi per il clima. Ma i conti rischiano di non tornare

3' di lettura

C’è la Polonia, ma mancano Cina e India, come pure Stati Uniti, Giappone e Australia. Resta allora davvero molta la strada da fare per «consegnare il carbone alla storia», una delle aspirazioni della Cop26 di Glasgow. Il carbone è il maggior responsabile del cambiamento climatico. Farne a meno è ritenuto fondamentale per frenare l’aumento delle temperature, ma dirlo è molto più facile che farlo, soprattutto per Paesi che hanno ancora una forte dipendenza dalla più sporca delle fonti fossili.

Le nuove entrate

Il Governo di Boris Johnson, padrone di casa della Cop26, ha annunciato con grande enfasi che sono ora 77 i soggetti ad aver sottoscritto un patto per eliminarlo, inclusi 46 Paesi: significa spegnere le centrali a carbone e smettere di costruirne altre nel giro di 10-20 anni. Si parla degli impianti sprovvisti dei costosi sistemi di cattura e stoccaggio (Ccs) della CO2.

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I nuovi soci del club sono una trentina, compresi Ucraina, Vietnam, Cile, Corea del Sud. C’è anche la Polonia e non è un passaggio da poco per il Green Deal dell’Unione Europea. Varsavia è il partner più ostico da convincere. Nel 2020, le sue centrali a carbone hanno generato il 70% dell’elettricità prodotta nel Paese. Il Governo si è rassegnato a fissare al 2049 la data di chiusura delle miniere, che impiegano in modo diretto circa 80mila persone e altrettante nell’indotto. Un portavoce dell’Esecutivo ha affermato che l’abbandono del carbone non avverrà prima del 2040.

C’è anche l’Indonesia: il ministro delle Finanze, Sri Mulyani Indrawati, ha ricordato che i Paesi emergenti hanno bisogno di assistenza finanziaria per accelerare l’uscita dal carbone. Jakarta è il più grande esportatore di carbone, dal quale ricava il 65% della sua energia.

I grandi assenti

I maggiori consumatori al mondo restano però fuori dal patto. A cominciare da Cina e India, che ospitano quasi la metà degli impianti a carbone attivi o in costruzione in tutto il mondo. Pechino si è impegnata a fermare i finanziamenti di centrali all’estero. Ma non in casa, dove la crisi energetica e la fame di crescita economica la costringe anzi ad aumentare l’estrazione. Il carbone rappresenta il 60% della produzione di energia della Cina, che ha in costruzione 95 centrali, con sei volte la capacità operativa di tutta la Germania.

L’India è in una situazione analoga: il carbone rappresenta circa il 44% del mix energetico, con 28 centrali in costruzione e annunciate.

All’appello mancano, però, anche gli Usa. Il presidente Joe Biden sta provando con fatica a far passare i propri piani per il clima, dopo i passi indietro del suo predecessore, Donald Trump, che avrebbe voluto dare nuova vita alle miniere. E però, anche durante la sua Amministrazione, il peso del carbone è sceso, fino ad arrivare al 19% del mix energetico nel 2020, ai minimi da 50 anni e il 60% in meno rispetto al picco del 2007.

Lo stop ai sussidi con l’imbarazzo dell’Italia

Giovedì 4 novembre è stata siglata un’altra dichiarazione, che prevede lo stop entro la fine del 2022 a «nuovi sussidi pubblici al settore internazionale dell’energia da combustibili fossili» senza tecnologie di cattura e stoccaggio. La dichiarazione conta 25 firmatari. La sigla dell’Italia, inizialmente assente dall’elenco pubblicato dalla presidenza britannica della Cop, è arrivata dopo forti imbarazzi all’interno del Governo e nei rapporti con Londra.

Per Luca Bergamaschi, direttore del think tank Ecco, «è una notizia molto gradita, che invia un segnale forte della necessità di spostare la politica estera e la cooperazione italiana dai combustibili fossili, compreso il gas, all’energia pulita. Questo è un mandato forte anche per una trasformazione più rapida delle società controllate dallo Stato ancora attive nel business di gas e petrolio, in particolare Eni, Saipem e Snam». «Mettere fine ai sussidi ambientalmente dannosi forniti dall’Italia fuori dai confini è un ottimo segnale», scrivono Greenpeace, Legambiente e Wwf. «Speriamo - continuano - si traduca nella definizione di una roadmap per la loro progressiva cancellazione entro il 2030 anche nel nostro Paese. Ancora oggi ammontano a 17,7 miliardi di euro».

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