la sentenza

Salvataggi bancari, dalla Corte Ue spallata al bail in

Respinto il ricorso della Commissione europea su Tercas: legittimo l'intervento del Fondo banche. La sentenza accelera i tempi per rivedere le norme sulle crisi e completare l'Unione bancaria.

di Laura Serafini

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3' di lettura

La Corte di Giustizia europea ha respinto il ricorso della Commissione Ue contro la decisione del Tribunale europeo che nel 2019 aveva riabilitato l’utilizzo del Fondo interbancario di garanzia dei depositi (Fitd) per i salvataggi bancari. Una sentenza storica che chiude una pagina molto difficile per la gestione delle crisi bancarie nell’Unione europea durata oltre sei anni. E che crea le premesse perché se ne apra una nuova, che possa portare in tempi non lunghissimi alle revisione delle direttive europee in materia, a partire dal bail in, e al completamento dell’Unione bancaria europea.

Ma andiamo per gradi. La vicenda di origine è l’interpretazione della Direzione Concorrenza della Ue, allora guidata da Margrethe Vestager, che a fine 2015 definì aiuto di stato l’intervento preventivo del Fitd a supporto di Banca Tercas. Interventi di quel tipo negli anni precedenti ne erano stati fatti a decine. Ma l’Unione europea in quel monento aveva cambiato le regole per la gestione delle crisi bancarie e la direttiva sul bail in stava per entrare in vigore. Nel 2019 il Tribunale europeo - anni dopo la risoluzione delle quattro banche (Carichieti, Etruria, Banca Marche e CassaFerrara) e l’iter tortuoso e costoso (per lo Stato) per la cessione delle due Popolari venete a Intesa Sanpaolo - ha stabilito che quel divieto era basato su un errore di diritto. Errore oggi riconfermato dalla Corte di Giustizia.

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Le decisione della Corte, riunita in Grande Sezione, nei fatti era attesa. Il ricorso della Commissione nel 2019 era stato più che altro un atto dovuto e aveva consentito la chiusura della legislatura europea che aveva prodotto quell’obbrobrio. Frattanto ci sono state le elezioni e una nuova Commissione, guidata da Ursula von der Leyen, è stata eletta. Il giudizio della Corte ora fa meno male.

Il ricorso in realtà avrebbe dovuto essere per il vizio di forma, anche se la Corte ha accettato l’impostazione in base alle quale è stato chiesto di rivedere anche nel merito il giudizio. Ma anche entrando nel dettaglio, la Corte ha riconosciuto che il tribunale non aveva commesso errori nello stabilire che nell’intervento del Fitd non poteva essere visto un aiuto di Stato e che la Commissione non aveva fornito sufficienti prove a supporto della propria tesi.

Secondo la Corte il tribunale ha semplicemente preso atto delle oggettive differenze esistenti tra una situazione in cui l’ente erogatore dell'aiuto è un'impresa pubblica, come tale soggetta al controllo dello Stato, e quella in cui tale ente è controllato da privati, come è il Fitd. La Corte ha messo in evidenza che l’assenza di un vincolo di capitale tra l’ente interessato e lo Stato è un elemento di sicura rilevanza nel valutare l’imputabilità della misura allo Stato. Ha respinto l’argomento in base al quale il Fondo doveva considerarsi un ente emanazione dello Stato. Ma anche la tesi per cui la sentenza del tribunale avrebbe potuto consentire l’elusione dell’attivazione di procedure di risoluzione delle banche.

La sentenza della Corte nei fatti riabilita il ruolo del Fondi di garanzia statali per interventi preventivi atti a scongiurare crisi bancarie. Tutto questo mentre la nuova Commissione guidata dalla von der Leyen ha messo in consultazione nelle scorse settimane un documento per la revisione delle norme sulle crisi bancarie. In esso ci sono le basi non solo per rivedere la direttiva sul bail in, ma anche per costituire il nuovo sistema di garanzie incrociate tra Fondi di tutela dei depositi nazionali europei per intervenire a supporto del fondo di uno stato impegnato a evitare crisi nel proprio paese. Il meccanismo delle Edis, che dovrebbe portare al completamento dell’Unione bancaria e sul quale, pur con vari distinguo nelle modalità di attuazione, si sono espressi a favore il capo del braccio di vigilanza della Bce, Andrea Enria, ma anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco (che auspica l’adozione del modello statunitense).

L’Associazione bancaria, ma anche Federcasse e Assopopolari esprimono soddisfazione per la decisione. Per l’Abi la Corte ha «definitivamente accertato l’errore di diritto della precedente Commissione europea». E questo apre il varco alle richiesta di risarcimento danni. Che ora viene chiesto a gran voce da più parti. Il presidente Antonio Patuelli chiede che vengano «adeguatamente e tempestivamente risarciti i danni». Chi è abilitato a chiederli? Sicuramente chi ha fatto ricorso: il Fitd, la Banca d’Italia, la Popolare di Bari (che doveva rilevare Tercas), lo Stato italiano. E poi i risparmiatori: in parte già ristorati dal Fir. In teoria anche le banche che avrebbero dovuto rilevare con minori costi Tercas e anche la Cassa di Ferrara, che aveva approvato in assemblea l’intervento del Fitd. E poi ci sono state le liquidazioni delle Popolari venete e la ricapitalizzazione preventiva a spese dello Stato di Mps. Un conto da miliardi di euro.

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