Intervista a barbara Colombo

«Dalla crisi la spinta per nuove tecnologie e digitalizzazione»

Parla la neo-presidente di Ucimu, prima donna alla guida dell’associazione dei costruttori di macchine utensili

di Luca Orlando

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Parla la neo-presidente di Ucimu, prima donna alla guida dell’associazione dei costruttori di macchine utensili


4' di lettura

«In effetti il nostro è un settore un po’ particolare, le donne sono sottorappresentate. Qualcosa però sta cambiando, si vedono più ragazze in ingegneria e anche la digitalizzazione dei processi sta producendo una maggiore apertura». Apertura che Barbara Colombo sperimenta anche in termini di rappresentanza, avendo ottenuto da poche settimane la nomina a numero uno di Ucimu-Sistemi per produrre, associazione di categoria dei costruttori di macchine utensili che per la prima volta è presieduta da una donna.

Figlia “d’arte”, in un certo senso, perché già il padre Ezio presidente del gruppo varesino Ficep, aveva ricoperto in passato lo stesso ruolo.

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«All’inizio, dopo la laurea in economia - spiega Barbara Colombo - il mio obiettivo non era quello di entrare nell’azienda di famiglia. Anche se a dire la verità, la tesi sulle macchine utensili già mi avvicinava ad un settore che per forza di cose conoscevo».

A due anni dalla laurea in Bocconi, mentre Barbara si occupa di gestioni patrimoniali, il padre le chiede di entrare in Ficep, ingresso che avviene dopo la partecipazione ad un bando Ice per export manager, che prevedeva un semestre negli Stati Uniti, partendo da finanza e controllo di gestione ma allargando le proprie competenze anche a comunicazione, personale e acquisti.

Fondata nel 1930, arrivata ora alla terza generazione imprenditoriale, Ficep si pone in realtà in modo anomalo riespetto alla media della categoria. Azienda “standard” in termini di governance, con la famiglia saldamente al timone (oltre al padre e a Barbara, amministratore delegato, in azienda vi sono altri due fratelli) ma decisamente più robusta rispetto alla categoria, con un consolidato di 155 milioni di euro, 500 addetti, cinque stabilimenti produttivi in Italia, 17 filiali all’estero.

«Se guardo alla transizione generazionale - spiega - qui da noi non vedo una grande differenza in termini strategici, da sempre siamo un gruppo fortemente managerializzato, con dimensioni rilevanti e noi figli ereditiamo questa impostazione. Se vogliamo, rispetto al passato vedo invece l'impossibilità di gestire tutto da un’unica prospettiva: di fronte alle maggiori complessità organizzative, tecnologiche e di mercato il “tuttologo” non basta più, oggi è fondamentale dividere i ruoli per poter sviluppare e gestire al meglio le competenze».

Competenze e know-how quanto mai cruciali ora, nella fase dell’emergenza, capacità competitive che consentono alle nostre aziende di conquistare ordini anche in queste condizioni critiche.

«Certo, forse in Italia servirebbero aziende più grandi, la dimensione è un valore. Ma va detto che la flessibilità è il nostro principale punto di forza: se i clienti continuano a cercarci anche in presenza di un blocco dei viaggi e con tutti i limiti attuali all'attività commerciale, lo dobbiamo al fatto di essere unici, di riuscire a lavorare nelle nicchie di customizzazione in cui altri non riescono ad operare con la stessa efficacia».

Se il Covid, qui come altrove, ha drasticamente ridotto ricavi e portafoglio ordini, la tecnologia sviluppata dalle imprese e l’elevato tasso di investimento rappresentano un elemento chiave di “resistenza”, per Ficep così come per il settore dei robot.

«I nostri investimenti proseguono - aggiunge - ad esempio impegnando 20 milioni per realizzare nuove linee di lavorazioni meccaniche 4.0 ad elevata automazione, in sostituzione di impianti ormai obsolea crisi abbiamo reagito investendo e riorganizzandoci, ad esempio con la digitalizzazione dei processi di controllo qualità o con nuove metodiche lean in grado da un lato di mantenere la customizzazione della commessa, sviluppandola però su uno schema modulare in grado di garantire più efficienza. E all’impossibilità di viaggiare abbiamo reagito in modo proattivo: stiamo sviluppando un sistema di telecamere evolute, simili alle GoPro, in grado abilitare l’accettazione remota dell’impianto. Il cliente, anche a migliaia di chilometri di distanza, potrà verificare il funzionamento del macchinario in tempo reale nelle diverse condizioni di utilizzo e dare il proprio benestare finale alla commessa».

Internazionalizzazione e digitalizzazione, dunque. Che sono in sintesi i due punti chiave su cui Barbara Colombo impegnerà Ucimu nel prossimo biennio.

«Da un lato vogliamo proseguire e approfondire l’esperienza fatta in India, una rete tra imprese che consente anche alle realtà meno strutturate di accedere a quel mercato in modo efficace. L’idea è estendere questa esperienza ad altri paesi, penso ai paesi centroafricani oppure al Vietnam. Con Simest, su questi temi, abbiamo un dialogo aperto. L’altro punto chiave è la spinta alla digitalizzazione. Noi vorremmo che il piano 4.0 diventasse strutturale, per permettere alle aziende di programmare i propri investimenti. L’obiettivo è quello di incrementare le aliquote del superammortamento, così come di estendere il credito d’imposta sulla formazione ai costi dei formatori esterni, spesso la voce di spesa principale per molte Pmi».

Programmi di sviluppo che guardano oltre l’emergenza Covid, che ha frenato ma non abbattuto le aziende del settore: dopo un secondo trimestre disastroso, dalle commesse iniziano ad arrivare segnali meno negativi, seppure non del tutto rassicuranti. «Nel nostro caso, tranne un paio di eccezioni, non abbiamo avuto ordini cancellati e tutti i clienti hanno pagato. Partendo da un portafoglio robusto acquisito anche nel primo bimestre i problemi per noi non saranno nei numeri 2020. È l'ingresso di nuovi ordini a preoccupare, così come l’andamento dei mercati da novembre in poi. L’incertezza è diffusa su scala globale e a giudicare da quello che vediamo il 2021 sarà ancora un anno difficile».

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