la svolta grillina

Dalla democrazia diretta alla centralità del Parlamento: la metamorfosi dei Cinque Stelle

di Manuela Perrone

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(Reuters)

3' di lettura

«Il M5S vuole realizzare la democrazia diretta, la disintermediazione tra Stato e cittadini, l'eliminazione dei partiti, i referendum propositivi senza quorum: il cittadino al potere». Era l’11 gennaio 2013 quando Beppe Grillo dal blog spiegava la post-ideologia del M5S e scriveva parole che, rilette oggi, danno il senso della completa giravolta che sta andando in scena in questo esordio di legislatura.

Tiene l'accordo, Casellati e Fico presidenti

Nessuno streaming, nessuna votazione online, il Movimento che con Roberto Fico conquista la terza carica dello Stato, il trionfo dei partiti e delle trattative tradizionali: da un lato quella tra i leader Luigi Di Maio e Matteo Salvini; dall’altro quella, sottotraccia, tra i pontieri che lavorano alle convergenze programmatiche in vista di un’intesa che guardi a Palazzo Chigi. E la democrazia diretta? La disintermediazione? Soltanto sospese o definitivamente archiviate?

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Grillo nel 2013 giurava che «le porte per i partiti, anche per quelli riverginati, sono chiuse, serrate per sempre». E delineava questo scenario per il Movimento «né di destra né di sinistra». «Non ci sono italiani di serie A o di serie B. Nel merito delle votazioni nei Comuni e nelle Regioni, il M5S ha votato finora le proposte considerate attinenti al suo programma, chiunque le avesse fatte. E questo è ciò che farà in Parlamento. Il M5S si è alleato e si alleerà con i movimenti di cui condivide gli obiettivi, come è avvenuto per i No Tav, i No Gronda, l’acqua pubblica, i rifiuti zero, i No Dal Molin, il nucleare e tanti altri».

Cinque anni e due mesi dopo il Movimento ha imboccato tutt’altra strada. Ha stretto un patto di ferro con la Lega, partito nato nel 1989 e in Parlamento dagli anni 90, per l’elezione dei due presidenti delle Camere. Grillo oggi ha sdoganato del tutto l'alleanza con il Carroccio: «Salvini è uno che mantiene la parola». Le dinamiche spregiudicate che hanno visto imporre l'azzurra Casellati al Senato e Fico alla Camera assomigliano molto più a quelle della Prima Repubblica che a novità da Terza Repubblica, annunciata con enfasi da Di Maio all'indomani del voto del 4 marzo.

Ma è nelle parole del discorso di Fico sulla «centralità del Parlamento» che la metamorfosi appare più sorprendente. «Dobbiamo impegnarci a difenderlo - ha scandito in Aula - da chi cerca di influenzare i tempi e le scelte per vantaggio personale. Le decisioni finali devono maturare solo e soltanto nelle commissioni e nell'Aula perché soltanto un lavoro indipendente può dare vita a leggi di qualità». E ancora: «Dobbiamo far sì che in quest'Aula i cittadini possano sentirsi rappresentati, vedendola come un punto di riferimento in cui tornare a riporre la propria fiducia». È il pieno riconoscimento dell’istituzione “intermedia” per eccellenza, quella che Grillo cinque anni fa prometteva di «aprire come una scatoletta di tonno», quando profetizzava che «la rete bypassa tutte le intermediazioni».

La democrazia diretta viene citata da Fico solo una volta, in maniera più che rassicurante, ovvero ancorata nell’alveo della Carta costituzionale: «Dobbiamo aprire ancora di più quest'Aula ai cittadini, sia in senso fisico sia valorizzando gli istituti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione. Per esempio, attraverso la previsione di tempi certi per l'esame delle proposte di legge di iniziativa popolare». Subito dopo però cita le nuove tecnologie digitali «a supporto del processo legislativo, per coinvolgere maggiormente le persone».

Inevitabile, a quel punto, ripensare al fatto che il M5S è il primo partito digitale al mondo che potrebbe arrivare al governo di un Paese. Inevitabile aspettarsi chiarimenti sul ruolo che l'associazione Rousseau di Davide Casaleggio, e la piattaforma che gestisce - alla quale da senatori e deputati confluiranno 300 euro al mese: quasi 1,2 milioni di euro l’anno - svolgerà per una forza non più solo parlamentare. Inevitabile, infine, domandarsi se davvero l’utopia della democrazia diretta e l’attacco ai corpi intermedi fossero solo slogan oppure se, una volta conquistato anche Palazzo Chigi, riemergeranno. Come un sottomarino giallo.

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