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Dalla difesa comune una spinta alla ricerca

di Alberto Quadrio Curzio

(AFP)

4' di lettura

La vittoria di Macron nelle elezioni presidenziali francesi non risolverà in un sol colpo tutti i problemi di Ue e Uem. Essa è tuttavia un punto di svolta dal quale ripartire per rilanciare politiche di rafforzamenti funzionali e settoriali unificati la cui concretezza conta assai di più delle enunciazioni astratte. Macron è stato chiaro nel suo orientamento europeista nella direzione del fare piuttosto che del dire anche non solo su temi economici classici (ministro dell’Economia e bilancio dell’Eurozona), ma anche su temi su cui la Francia ha sempre rivendicato la sua sovranità. Si tratta del tema della difesa comune che ha una portata politico-istituzionale forte, ma anche una marcata valenza economica e tecnologica su cui ci intratteniamo qui nella logica delle dotazioni infrastrutturali europee di cui ci siamo spesso interessati. Partiamo da tre quesiti: quanto spende oggi il complesso dei Paesi Ue in difesa? Che vantaggi economici comporterebbe una difesa europea unificata? Come rispondere alla secca richiesta di Trump ai Paesi europei di spendere più per la difesa e la Nato?

La difesa europea: un gigante addormentato. Nel 2015, l’insieme della spesa in difesa dei Paesi della Ue superava i 200 miliardi di euro, posizionandosi così al secondo o al terzo posto dopo la Cina (per la quale ci sono incertezze circa la valutazione delle spese). L’obiettivo della Ue non può e non deve essere quello di raggiungere gli Usa che spendono intorno ai 600 miliardi di dollari annui.

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Malgrado le spese, la Ue non è certo la seconda o la terza potenza militare globale ed è per questo che spesso si parla della politica europea di difesa come quella di un gigante addormentato. Il sonno è stato intercalato da qualche risveglio dopo che negli anni 50 del XX secolo il primo ministro francese René Pleven propose un esercito europeo e un bilancio comune per gli approvvigionamenti. Fu poi il Parlamento francese a bloccare queste proposte, via via riprese con improvvisi risvegli, tra cui quello del Trattato di Lisbona nel 2009 al quale sono seguiti dibattiti frequenti ma non risolutivi anche se ci sono alcune forme di collaborazione tra Paesi europei per la difesa.

Anche molte delle analisi delle istituzioni europee sul tema sono così come gli intendimenti di procedere, ambiziosi a parole, verso forme di integrazione che comporterebbero simultaneamente grandi risparmi e grandi aumenti di efficienza dell’apparato di difesa europeo. Sui costi della non-Europa in politica della sicurezza e della difesa comuni ci sono vari studi tra cui quello del servizio Ricerca del Parlamento europeo che è importante anche per l’autorevolezza dell’istituzione di riferimento.

Si dimostra che l’integrazione delle strutture di difesa degli Stati membri, che separatamente costa più di 200 miliardi di euro annui, porterebbe a un risparmio che va da un minimo di 26 miliardi annui a un massimo di 130 miliardi annui anche con effetti in aumento di efficienza ed efficacia. Si spiega, infatti, che la difesa europea su scala nazionale comporta inefficienze e duplicazioni sia nella produzione e nella concorrenza di prezzo/qualità sia nel grado di innovazione sia nella estensione e nella operatività d’intervento. In particolare nell’industria europea della difesa, i guadagni possibili sono cifrati sulla competizione, specializzazione, scala, sostituibilità.

Il sonno si sta interrompendo? Dal 2016 si ha però l’impressione che il sonno si stia interrompendo con una simultanea attenzione del Parlamento europeo sulla Unione europea di difesa, della Commissione europea del Consiglio Ue per gli Affari esteri, presieduto da Federica Mogherini che già nel giugno 2016 presentò una proposta organica, le cui conclusioni della riunione di marzo sono incoraggianti. Delle stesse sottolineiamo solo un punto. Quello di spingere la Commissione a presentare, come da impegno assunto nel novembre del 2016, un Fondo europeo per la difesa anche per finanziare un programma europeo per la ricerca su cui costruire la collaborazione tra Stati membri. Orientare la spesa per la difesa soprattutto nella direzione della tecno-scienza avrebbe il vantaggio di maggiori ricadute e interrelazioni con il settore civile della dell’innovazione rendendo anche più accettabili maggiori finanziamenti, sin d’ora, dalla Banca europea degli investimenti (a ciò invitata anche dal Consiglio dei Capi di Stato e di Governo) e in prospettiva sul Quadro finanziario pluriennale europeo 2021-2027.

Il diktat di Trump e la difesa 5.0. Purtroppo l’Europa, dopo più di mezzo secolo, è ancora agli inizi del processo per una difesa comune mentre ora Trump, duramente, chiede ai Paesi Ue membri della Nato di aumentare il loro contributo all’Alleanza atlantica e di spendere di più in difesa.

La richiesta non sorprende perché la Nato grava per il 70% sugli Usa e perché nel Consiglio Atlantico del 2006 e nel Summit di South Wales del 2014 era stato stabilito che ogni Stato Nato avrebbe dovuto destinare il 2% del proprio Pil alla difesa. A oggi questo parametro è soddisfatto solo da Estonia, Grecia (un Paese in miseria!), Polonia e Regno Unito e sarebbe inconcepibile procedere su questa strada di difesa nazionale data la situazione economica di vari Paesi europei. L’Italia, che nel 2016 ha speso in difesa l’1,11% del Pil pari a circa 20,7 miliardi di euro (che si riducono a 17 per la difesa in senso stretto), dovrebbe quasi raddoppiare. Sarebbe impossibile ma anche inutile perché la disunione dell’apparato di difesa europeo rende l’aggregato comunque debole e perché in un contesto di innovazioni tecno-scientifiche radicali il modo principale per avere strutture di difesa forti è quello di solidificarli investendo in ricerca scientifica e tecnologica e in formazione. L’apparato militare europeo dovrebbe essere espressione di solidarietà difensiva e innovativa anche per spostare risorse verso la sicurezza interna dei cittadini. Ci vorrebbe quindi in questi comparti un modello industria 4.0 o meglio 5.0.

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