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Dalla Epsilon alla Delta, l’identikit di tutte le varianti in circolazione

Di quelle conosciute sono quattro in particolare le sorvegliate speciali da parte delle autorità sanitarie internazionali

di Nicola Barone

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3' di lettura

All’emergere nei mesi a venire di nuove varianti bisognerà abituarsi, ma per fortuna fino a un certo punto. Il processo di evoluzione è ritenuto inevitabile e molto lascia credere che l’infezione da SARS-CoV-2 diventi un passo alla volta stagionale, consegnando ai vaccini il ruolo di maggiore protezione disponibile. I cambiamenti che presuppongono una meticolosa e costante sorveglianza attraverso il sequenziamento sono quelli capaci di trasmette il virus di più, di accrescere la gravità della malattia e di “bucare” la difesa degli anticorpi (compresi quelli indotti dai vaccini). Delle varianti spuntate fuori sono undici quelle attualmente all’attenzione delle autorità sanitarie internazionali e fra queste quattro vengono considerate preoccupanti (le cosiddette VOC) ovvero Alfa, Beta, Gamma e Delta.

Il punto di saturazione

Il coronavirus che ha scosso il mondo non ha dimostrato secondo gli studi di cambiare troppo celermente, eppure circola molto in tutti i continenti e si replica incessantemente. «Il virus infetta e tende a replicarsi all’infinito, proprio perché è un parassita di fondo. Ora ogni volta che replica fa mutazioni che sono del tutto casuali e la maggior parte le perde o revertono. Quelle che evolutivamente gli danno un vantaggio verso l’ospite invece le trattiene ed ecco la formazione della variante», spiega Massimo Ciccozzi, responsabile dell'Unità di ricerca in Statistica medica ed Epidemiologia molecolare presso l'Università Campus Bio-Medico di Roma. Tuttavia «le mutazioni in un sito non sono infinite, arrivano ad un certo punto a saturazione. Ovvero si arriverà alla situazione che quel sito specifico ha mutato così tanto che alla fine non muta più perché non ha più un senso evolutivo».

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Focus sulle proteine di superficie

Per quanto solo una minima quota del virus si trasformi nel passaggio di persona in persona, le modificazioni possono essere tali da dare sorprese, a volte anche assai spiacevoli come sta accadendo in larga parte dei Paesi con la variante Delta. «Solitamente sono le proteine di superficie a modificarsi perché sono quelle che antigienicamente determinano la risposta anticorpale. Difficile, anche se non impossibile, la mutazione di proteine più interne come quelle del nucleocapside o delle proteine strutturali», esplicita Ciccozzi. «Nel caso di SARS-CoV-2 non si hanno molte notizie sul legame tra le mutazioni (escludendo quelle sulla Spyke) e la virulenza o la patogenicità. In genere comunque la maggior parte del virus rimane la stessa, grossolanamente non muta il 60-70% del suo genoma». Una ricerca pubblicata su Science, condotta negli Stati Uniti dalla Duke University in collaborazione con il Laboratorio di Los Alamos, indica che le varianti più diffuse di SARS-CoV-2 sono al momento nate da mutazioni proprio della proteina Spike, con la quale il virus ai aggancia alle cellule, rendondo il virus più efficiente nel legarsi alle cellule umane.

L’incognita Epsilon

Mettendo da parte la Delta, ormai presente in oltre un centinaio Stati, anche la Epsilon si presenta con mutazioni che impensieriscono i ricercatori. Sotto la lente per la prima volta è finita in California, nel settembre 2020, e pochissimi sono i casi rilevati in Italia considerando la banca internazionale Gisaid che raccoglie le sequenze genetiche dei virus. Tre sono le mutazioni che rendono l’attività degli anticorpi diminuita di tre volte, secondo uno studio, il che beninteso non vuol dire che i vaccini non funzionino. In Europa sono stati rilevati casi in Danimarca (37 casi), Germania (10), Irlanda e Francia (7), Olanda e Spagna (5), Svizzera (4), Norvegia (3), Svezia, Finlandia e Italia (2), Belgio (1).

Alfa ancora largamente dominante

Secondo l’ultima indagine rapida condotta dall’Istituto superiore di sanità, pubblicata il 2 luglio, la Delta (ex “indiana” B.1.167.2) aveva una prevalenza pari al 22,7%, con un range tra lo 0 e il 70,6%. La prevalenza della variante Alfa (B.1.1.7, prima definita “inglese”) era invece del 57,8%. La variante Gamma (P.1, precedentemente “brasiliana”) aveva una prevalenza pari a 11,8% (con un range tra 0 e 37,5%). Quanto alla Beta (prima denominata “sudafricana” B.1.351) - che sta registrando una crescita in Francia e che preoccupa perchè sembrerebbe essere più resistente ai vaccini - l’ultima indagine dell’Iss non l’ha rilevata in alcuna Regione. Secondo una successiva stima, però, la Delta è ormai presente nel 32,6% delle sequenze depositate dal nostro Paese nella banca internazionale Gisaid, che raccoglie le mappe genetiche del virus SarsCoV2 da tutto il mondo, mentre la variante Alfa è scesa al 37,9%.

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