Politica 2.0

Dalla finanziaria al Quirinale, prove generali di regia comune

L’iniziativa per un accordo politico sulla legge di bilancio promossa dal segretario del Pd Enrico Letta è la ricerca di un metodo per arrivare a un’ordinata elezione del capo dello Stato

di Lina Palmerini

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2' di lettura

L’iniziativa di Letta nasce dalla necessità di arrivare a un accordo politico sulla legge di bilancio - visto che sarà esaminata solo dal Senato - ma sembra pure l’embrione di quel metodo che servirebbe per arrivare a un’ordinata elezione del capo dello Stato.

Come si sa, con il Quirinale si mettono in gioco una serie di caselle: innanzitutto il Governo, la durata della legislatura, la tenuta dei gruppi parlamentari e di conseguenza quella dei leader.

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Ogni tassello può provocare una reazione a catena e sotto ci può finire uno dei capi partito come accadde a Bersani che provò a eleggere un presidente solo contando sul suo schieramento ma fu tradito dai suoi.

Ora il Parlamento è perfino più sfilacciato di quello che uscì dal voto del 2013 - quando per la prima volta si entrava nel tripolarismo con il boom dei 5 Stelle – perché le divisioni covano dentro ciascuna forza.

Insomma, Letta che a quel tempo di Bersani era il vice, sembra aver appreso la lezione e attraverso la legge di bilancio cerca di impostare una regia comune - o almeno in parte condivisa - con gli altri leader.

Ieri è arrivato un coro di sì alla sua proposta ma le distanze sui tagli fiscali restano, così come resta arduo pilotare tutti quei passaggi che portano al Colle. Trovare un’intesa tra Letta e Salvini, Conte e Renzi più Berlusconi non vuol dire accordarsi solo su un nome da eleggere ma mettere i pilastri istituzionali del prossimo anno.

E il primo di questi è chiarirsi sulla data delle elezioni politiche. Se il gioco tattico di alcuni include anche l’opzione voto, è evidente che le prove generali di una regia comune falliranno. Il presupposto per chi cerca le urne è scomporre la coalizione che oggi sostiene Draghi. Per questo le soluzioni di maggiore garanzia per tenere tutto in piedi sono quelle di una conferma di Mattarella oppure del premier al Colle perché non scalfiscono l’attuale unità nazionale.

Per Draghi però c’è una complicazione: la sua sostituzione a Palazzo Chigi. Il sospetto di Pd e 5 Stelle è che Salvini, pur accordandosi sul suo nome al Quirinale, possa poi approfittare di un nuovo presidente del Consiglio per sfilarsi e andare all'opposizione giocando ad “armi pari” con Meloni durante la campagna elettorale. Diffidenze tra leader e dentro i partiti. Infatti, l’indicazione dei rispettivi segretari dovrà superare soprattutto il test di fiducia dei gruppi e dei parlamentari, i più sospettosi perché preoccupati dal rischio voto. Sul nome proposto per il Colle peseranno le prospettive di stabilità che garantisce. E, al momento, se Draghi “trasloca” al Quirinale, quelle prospettive non appaiono tanto solide.

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