noi e la burocrazia

Dalla foto bocciata alla marca non pagabile col Pos: chiedere il passaporto è un’odissea

di Nicoletta Cottone

(FOTOGRAMMA)

6' di lettura

Per ottenere il passaporto elettronico dimenticate di avere un bancomat perché i pagamenti sono ancora poco “elettronici”. Se avete trovato un volo vantaggioso, lo avete prenotato, e vi ricordate che il passaporto è scaduto, la vostra meta immediata è ottenere il nuovo passaporto elettronico. Che per la verità ha dei tempi molto accelerati rispetto al passato, ma una procedura che in alcuni casi può diventare farraginosa e discrezionale.

Entro in un commissariato della Capitale per sapere quali documenti servono per il passaporto. «C’è una persona prima di lei, poi può salire», dice un cortese poliziotto di turno al gabbiotto del commissariato di via Guido D’Arezzo a Roma. Effettivamente l’attesa è di una decina di minuti. Intanto arrivano altre persone che sono lì per fare denunce o per chiedere come ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. Nella sala d’attesa, che coincide con la reception, un po' triste e disadorna, ci sono sedie per attendere il proprio turno e una macchinetta che distribuisce acqua e merendine.

Una decina di minuti di attesa e scatta il mio turno: salgo al primo piano ed entro nell'ufficio passaporti. Una gentile poliziotta mi consegna un foglietto sul quale sono annotati i documenti che dovrò presentare. Mi chiede se ho figli minori. No: nel mio caso, dunque, è una richiesta di passaporto per maggiorenni. Servono due foto formato tessera identiche, la ricevuta di pagamento di un c/c postale di 42.50 euro (con causale «importo per il rilascio del passaporto elettronico»), un contrassegno amministrativo da 73,50 euro da comprare in tabaccheria. E un documento di riconoscimento valido, oltre al vecchio passaporto. Le stesse informazioni si trovano online.

La missione inizia dal fotografo, per ottenere una immagine presentabile. Perché, diciamolo, sulla maggior parte dei documenti ci sono foto inguardabili. Trucco, parrucco e 10 euro e ottengo delle foto decenti. Poi è la volta del tabaccaio. E lì arriva la prima sorpresa. Il bollettino postale, mi dicono, non si può pagare in tabaccheria come si fa tutti i giorni per le bollette, ma bisogna fare obbligatoriamente la fila alla Posta.

Allora compro il contrassegno amministrativo da 73,50 euro. Tiro fuori il bancomat e scatta la seconda sorpresa. «No, si paga solo in contanti». Perché non col bancomat? Non si parla sempre di usare la moneta elettronica? E non è un obbligo accettare il pagamento elettronico? «Solo contanti», dice perentorio il tabaccaio. Perchè anche se la legge prevede che io possa pagare col bancomat, l’aggio del tabaccaio sui pagamenti elettronici è talmente basso da fargli sostenere addirittura che non sia possibile farlo. E siccome faccio parte di quelli che usano solo il bancomat per i pagamenti, nel borsellino ho solo pochi spiccioli. Esco dalla tabaccheria a caccia di un bancomat. Quello lì vicino, di fronte al commissariato, sputa fuori il bancomat: è vuoto. Cerco il successivo.

Intanto passo davanti all'ufficio postale di via Yser ed entro. Alla macchinetta per prendere il numero c'è un gentile impiegato che consegna il bigliettino per fare la coda giusta e segnala dove trovare il bollettino da compilare. Anzi è così gentile che mi accompagna a prenderlo dal dispenser dove per la verità ce ne sono di tantissimi tipi. È in seconda fila, un po’ nascosto da altri prestampati. Lo compilo e osservo le persone che attendono nella sala, una quarantina: sedute nella carrellata di sedie lungo il muro, in piedi, al telefono, impegnati nella lettura dell'Ipad o in giochi sul cellulare, immersi in chiacchiere su tempo e politica. «Signora mia ...».

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La calma dell'attesa è interrotta da un signore straniero irritato. Il suo numero è stato chiamato, ma lui si è alzato con qualche secondo di ritardo. Quel che basta perché lo sportello sia già occupato da una signora che si è “imbucata” fingendo di avere il numero giusto. L'impiegata alza le braccia, la signora è stata molto disinvolta. È già in atto l'operazione e al malcapitato non resta che attendere. A quel punto gli altri sportelli continuano a chiamare numeretti e lui deve aspettare pieno di rabbia che la signora abbia fatto i suoi comodi. Il tabellone segna il numero 21, il mio: pago rapidamente col bancomat. In totale me la cavo in una trentina di minuti. Esco con il mio bollettino pagato, ma è già tardi, devo andare al giornale.

Se si lascia l’ultimo passaporto a casa, gambe in spalla
La mattina dopo vado al bancomat, poi in tabaccheria, pago il contrassegno da 73,50 euro in contanti e faccio la fila al commissariato. Ho tutto in borsa e solo due persone davanti: sono al traguardo. L'addetta controlla la documentazione e mi dice che il passaporto che ho portato non è l'ultimo, ma il penultimo. O lo trovo, o devo fare una denuncia di smarrimento. Mentre corro al giornale penso a dove potrò averlo messo. La sera cala la tensione, è dentro lo stesso cassetto dove avevo trovato l'altro.


Se la foto viene bocciata
Avendo tutta la documentazione pronta, dormo un po' di più e torno al commissariato a fare la fila nella tarda mattinata. È fatta, penso. Invece no, perché si occupa di me un'altra impiegata, con i capelli bianchi, che non apprezza le foto che il giorno prima avevano passato l'esame della collega. Per lei si vede una porzione troppo ampia del vestito. Prende le forbici e taglia la foto, ma ancora non va bene e mi dice che vanno rifatte. Protesto, è il fotografo dove vado da una vita per fare le foto per i documenti, ma lei è tranchant e mi invita a tornare dopo aver fatto le foto alla macchinetta per strada, poco lontano dal commissariato. Guardo perplessa la mia bella foto. «Non si preoccupi, il fotografo non serve, vada alla macchinetta qui dietro», insiste. Vado.

Le 4 foto per documenti alla macchineta su viale Liegi costano 5 euro. Come al solito non ho contanti. Vado al bancomat che dispensa però solo banconote da 20 euro. Allora vado al supermercato per cambiarle, ma al momento di pagare mi dicono che non hanno il resto. «Paghi col bancomat». Vabbè, non è giornata, vado al lavoro.

La mattina dopo è giovedì, quindi il commissariato vicino a casa mia non riceve la mattina, ma solo il pomeriggio. Mi procuro i soldi spicci e decido di andare a quello di via di Villa Ricotti che viene indicato sul sito della Polizia come l’ufficio centrale, l’unico aperto il giovedì mattina.

Procedo e mi faccio guidare dal navigatore in via di Villa Ricotti 40. Il parcheggio è una chimera. Servono due giri per piazzare l'auto nelle strisce blu. Pago un euro alla macchinetta e vado. Strada facendo trovo un centro copie dove fanno anche foto per i documenti: mi fermo e mi scattano la foto. Sei euro per 6 foto. Due me le tagliano della misura per il passaporto. «Siamo sicuri che sono giuste?», chiedo. «Sì le facciamo tutti i giorni». Non mi piacciono, ma non importa.

Quando entro al commissariato di via di Villa Ricotti, davanti a me c'è solo un ragazzo che ha l'obbligo di firma. Operazione rapidissima la sua e subito dopo sta a me. «Buongiorno ho tutti i documenti da presentare per il passaporto elettronico» dico al poliziotto nel gabbiotto. E lui: «Ha l'appuntamento?». «No - dico io - su Internet non c'era scritto che bisognava prenotare». «Mi dispiace - dice perentorio - ma qui si riceve solo per appuntamento, vada al suo commissariato di zona». Protesto: «Ma è chiuso il giovedì mattina». «Vada di pomeriggio, dalle 15». Vado.

Riprendo la macchina e torno a casa. Quasi mezz'ora per trovare un parcheggio. Attendo l'apertura pomeridiana del commissariato vicino casa. Ci sono tre persone davanti a me nonostante sia arrivata parecchio prima dell'orario di apertura. Quando arriva il mio turno mi capita la gentile signora del primo giorno. È tutto a posto. Spiego che ho rifatto le foto, ma che secondo me anche le prime andavano bene. Arriva la signora del secondo giorno, quella con i capelli bianchi che mi aveva contestato le precedenti (bellissime) foto del fotografo e mi dice: «Ma lei ha fotografato una sua foto! Sembra una foto posticcia!». Inizio un po' a seccarmi: «Le ho fatte in un centro copie accanto a via di Villa Ricotti dove mi hanno detto che le fanno tutti i giorni». A questo punto le faccio osservare che secondo i parametri indicati sul sito anche le precedenti andavano bene.

La signora del primo giorno, che si occupa della mia pratica, le ritiene corrette. Procediamo: compilo e firmo il modulo di richiesta del passaporto e passiamo al prelievo delle impronte digitali degli indici: prima quello della mano destra e poi quello della sinistra. Perché il passaporto elettronico è biometrico e contiene le impronte digitali. Solo gli uffici di polizia, questure e commissariati, sono abilitati a rilevarle. È una questione di pochi secondi: si poggia il polpastrello su una macchinetta. Al momento del rilascio del passaporto, verificato il suo funzionamento, tutte le impronte verranno cancellate dagli archivi centrali e da quelli della questura, assicurano. Rimarranno solo all'interno del passaporto elettronico. Consegno tutto.

E il ritiro? «Fra 15 giorni lavorativi». Dopo la lunga maratona non mi resta che attendere.

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