Studenti e ricercatori

Dalla laurea una seconda opportunità per i detenuti

di Davide Madeddu

2' di lettura

Una laurea in carcere per una seconda chance. Dall’area politico sociale alle materie artistiche e letterarie passando per l’economia, la giurisprudenza e le discipline ambientali. È in crescita il numero dei detenuti che si iscrivono ai corsi universitari in carcere. I dati elaborati dalla Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari parlano chiaro: si è passati dai 796 dello scorso anno agli attuali 1.340, che significa una crescita del 29,9 per cento. Di questi, 896 sono gli studenti che frequentano corsi di laurea triennale (87%), mentre 137 frequentano corsi di laurea magistrale (pari al 13% del totale). Tra gli iscritti spicca l’incremento della componente femminile che, seppure con numeri ridotti, passa da 28 studentesse nel 2018-19 a 64 nel 2020-21, quindi con un incremento del 128 per cento.

A coordinare l’attività la Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari che nell’ultimo triennio ha visto crescere le adesioni: gli atenei che aderiscono alla Conferenza sono passati dai 27 di tre anni fa agli attuali 32 mentre gli istituti penitenziari in cui operano i poli universitari sono passati dai 70 del 2018/21019 agli attuali 82. E presto ne apriranno altri in Puglia e in Sicilia. All'interno 196 dipartimenti universitari, che corrispondono al 37% dei dipartimenti presenti nei 32 atenei coinvolti. «È chiaro che c'è un incontro tra una domanda e un’offerta - commenta Franco Prina dell’università di Torino e presidente della Conferenza - e la domanda è sollecitata anche dal fatto che gli atenei vanno nelle carceri a fare orientamento e questo fatto suscita l’interesse delle persone che si incontrano».

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Le aree disciplinari più frequentate dagli studenti in regime di detenzione sono quella politico-sociale (25,4%) seguita dall’area artistico-letteraria (18,6%), dall’area giuridica (15,1%), dall’area agronomico-ambientale (13,7%), dall’area psico-pedagogica (7,4%), dall’area storico-filosofica (7,3%), dall’area economica (6,5%).

In questo contesto nasce poi, sopratutto nei territori, quello che viene definito «l'interscambio tra università e carcere». «In Toscana, dove da dieci anni i poli penitenziari si sono consorziati nel polo regionale - dice Andrea Borghini, docente all’università di Pisa - si portano avanti diverse iniziative che riguardano i progetti per il miglioramento delle condizioni di studio degli studenti detenuti». Attività che prevedono la «figura dello studente-tutor, le cui finalità sono quelle di sviluppare un rapporto peer-to-peer con gli studenti detenuti», le giornate di orientamento per gli immatricolandi, «che stanno diventando una consuetudine particolarmente gradita per la popolazione penitenziaria e per gli stessi operatori carcerari». Oppure, è il caso dell'università di Sassari che recentemente ha elaborato una parte specifica del Regolamento carriere studenti sotto il titolo Regolamento studenti con esigenze speciali.

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