Sport e business

Dalla Lazio all’Ajax: c’è futuro per le grandi decadute del calcio europeo?

di Simon Kuper

Bobo Vieri insieme all’allenatore della Lazio Sven Goran Eriksson (Ansa)

15' di lettura

«Metteteci tutti voi stessi!», incita un grande striscione dietro una porta. Ma in una fredda notte mediterranea invernale, lo stadio Velodrome dell’Olimpique Marsiglia (che ha una capienza di 67mila posti) è a dir tanto mezzo pieno per la partita contro il Troyes. La squadra del Marsiglia, nota a tutti con la sigla «Om», è stata campione d’Europa nel 1993 (quel trionfo, in verità, è stato insudiciato quell’anno stesso quando, poco dopo, la squadra è stata privata del titolo di vincitrice del campionato francese per aver truccato il risultato di alcune partite, anche se da queste parti pochi residenti se ne danno pensiero).

Di questi tempi, tuttavia, l’Om è stata nettamente distaccata dai suoi acerrimi rivali del Paris Saint-Germain, la squadra finanziata dal Qatar. Questo mese, mentre il Psg incontrerà il Real Madrid in Champions League, il Marsiglia affronterà la squadra portoghese del Braga nella meno entusiasmante Europa League.

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Frank McCourt, il proprietario americano del Marsiglia, ha annunciato un «Champions Project» per riportare l’OM ai fasti gloriosi di un tempo. Jacques-Henri Eyraud, presidente della squadra, è animato da belle speranze e dice: «Il bello dello sport è che riserva spesso sorprese». Poi, tuttavia, ammette: «Beh, in verità sempre meno. Ovviamente, sul lungo periodo sembra una missione impossibile».

C’era una volta la «seconda fascia» al potere
Questa è la storia delle squadre di seconda fascia che a un certo punto, tra gli anni Settanta e i Novanta, raggiunsero l’apice del calcio europeo: Leeds United, Aston Villa, Nottingham Forest, Rangers, Ajax Amsterdam e Lazio, per citarne soltanto alcune.

Da allora, queste squadre sono state messe in secondo piano da altre sempre più forti nel mondo del calcio, come il Barcellona e il Manchester United, e da società di calcio, come il Psg, finanziate da miliardari. Eppure, le squadre cadute dall’Olimpo del pallone sopravvivono e contano ancora moltissimo per alcune persone: un paio di migliaia di «ultrà» dell’Om ha vissuto la poco eccitante vittoria per 3-1 sul Troyes saltando e cantando durante tutta la partita, e facendo più chiasso di quello che si potrebbe sentire alle partite delle società di calcio più grandi. Come stanno, dunque, i club decaduto? Hanno ancora qualcosa da dimostrare nel calcio odierno?

Monsieur Tapie e quel gol di Waddel al Milan
Bernard Tapie è stato presidente del Marsiglia ai tempi d’oro. Ancora oggi, a settant’anni, quando parla della squadra si alza dal divano della sua residenza in stile castello di Versailles, in una strada trasversale di Parigi, e imita sul suo lussuoso tappeto il goal del 1991 che Chris Waddle segnò contro il Milan, la squadra che deteneva il titolo di campione d’Europa. Il panciuto Tapie scarta gli immaginari difensori italiani, mette gentilmente a segno la palla in una rete immaginaria, infine saluta in modo informale una folla immaginaria.
Del trionfo in Coppa dei Campioni dice: «Ci sono alcune persone che rivivono quella vittoria ancora oggi. Si tratta di un genere di esperienza che ti rende orgoglioso, quando hai poco altro di cui esserlo». Tapie finì col pagare caro il suo successo al Marsiglia e dovette trascorrere vari mesi in carcere nel 1997 per corruzione e falsa testimonianza. Ciò nonostante, col senno di poi, sembra ritenere che ne sia valsa la pena.

La squadra di Tapie, però, ebbe successo in un contesto economico che non esiste più. Fino ai primi anni Novanta, prima che la televisione scoprisse il calcio, in questo sport giravano davvero pochi soldi. Nel 1990 il Newcastle cercò di lanciarsi nel mercato azionario, ma dopo aver messo insieme soltanto 300mila sterline vi rinunciò. L’anno seguente, le entrate annuali del Tottenham raggiunsero la più alta cifra nel mondo del calcio inglese: 19 milioni di sterline.

Quando i calciatori restavano «a vita»
La penuria di denaro concesse una gloriosa incertezza ai successi calcistici. Un uomo d’affari del posto come Tapie, che riuscì a racimolare qualche milione, poté vincere la Champions League. E un gruppo provinciale che riuscì a mettere insieme alcuni eccellenti giocatori poi se li è tenuti pressoché per sempre. Il Leeds, per esempio, giocò la finale della Coppa dei Campioni del 1975 con sei calciatori che erano scesi in campo per la loro prima partita a livello europeo ben dieci anni prima. Non si può certo dire che a quei tempi esistesse un vero e proprio mercato del calcio internazionale, e una squadra poteva trattenere un calciatore e impedirgli di giocare altrove anche se il suo contratto era scaduto.

L’avvento delle pay tv
Nel 1992, le squadre del Leeds e del Marsiglia vinsero i rispettivi campionati. Ma, a quel punto, il calcio stava già per decollare dal punto di vista economico, visti i soldi che affluivano dalla televisione. Alla metà degli anni Novanta, ero un giovane giornalista e mi occupavo delle piccole imprese britanniche per conto del Financial Times. Il mio vecchio album di ritagli di giornale offre (in retrospettiva) una cronaca in tempo reale di una bolla finanziaria. Intervistai giovani dirigenti in ascesa che mi dissero che, una volta arrivata la televisione pay-per-view, i fan in Malesia si sarebbero vestiti da capo a piedi con copie delle vere uniformi di calcio dei loro beniamini e non avrebbero potuto fare a meno di seguire la loro squadra del cuore ogni settimana. Per le mitiche squadre storiche come il Leeds o il Nottingham Forest non ci sarebbero più stati confini.

La Lazio di Cragnotti e la «bolla» di Vieri
Nel 1996, le azioni delle quattro squadre inglesi quotate al mercato azionario balzarono verso l’alto del 200 per cento in media. Quell’anno mi dovetti occupare per lavoro della prima «battaglia a colpi di offerte in perfetto stile City per una squadra di calcio»: tre gruppi rivali si contesero i Leeds e i vincitori, quelli del gruppo mediatico Caspian, versarono circa 30 milioni di sterline. Nel 1997, la quotazione in borsa del Newcastle portò il valore della squadra vicino ai 180 milioni di sterline.

Anche molte squadre dell’Europa continentale ambivano a risultati grandiosi. Alla fine degli anni Novanta, Sven-Goran Eriksson era l’allenatore della Lazio. «Il presidente che avevo era molto generoso», ricorda a distanza di anni. «Se io volevo un giocatore, lui cercava di comprarlo. Un giorno lo chiamai e gli dissi che volevo Vieri». Eriksson e il suo presidente Sergio Cragnotti presero un volo per la Spagna per fare un’offerta e acquistare l’attaccante dell’Atlético Madrid, Christian Vieri. L’Atlético chiese 50 miliardi di lire. Eriksson ricorda: «Era la somma più elevata che si fosse sentita al mondo. Nessun giocatore era mai stato quotato tant».
La trattativa, per come la racconta Eriksson, si svolse così:
Cragnotti: «Sono davvero tanti soldi».
Eriksson: «Lo so».
A quel punto, l'Atlético accennò al fatto che, a parziale pagamento di Vieri, avrebbe potuto accettare alcuni calciatori della Lazio.
Cragnotti: «Possiamo fare una cosa del genere?»
Eriksson: «No, non possiamo dare via quei giocatori».
Cragnotti: «E quindi, che cosa dovremmo fare?»
Eriksson: «Comprarlo».
Cragnotti: «Va bene».
Eriksson si stupì: «Non cercò nemmeno di ottenere uno sconto e pagare 49 miliardi invece di 50, per esempio. Tirò fuori 50 miliardi di lire».
Nove mesi dopo l’ingresso di Vieri in squadra, l’Inter manifestò il desiderio di comprarlo dalla Lazio. Eriksson riporta questa conversazione.
Cragnotti: «Quanto dovrei chiedere per cederlo?»
Eriksson: «Chiedi il doppio. Chiedi cento».
Cragnotti: «Non posso fare una cosa del genere».
Eriksson: «E così chiese 90 e ne ottenne 90. Si trattò di un ottimo affare» (o di un caso di studio per capire come si comporta una bolla).

Quanto conta il «bacino globale»?
Al Leeds, nel 1997 l’uomo d’affari Peter Ridsdale era diventato presidente della squadra di calcio con l’ordine esplicito di «far espandere il marchio». Sottoscrisse un prestito di 60 milioni di sterline – il più alto mai registrato per una squadra di calcio, a quei tempi – e investì i soldi nel calciomercato, in giocatori, jet privati, e perfino una fornitura di pesci tropicali per il suo ufficio. Nel 2001, il Leeds arrivò in semifinale in Champions League. Ma la manna della pay-per-view non si materializzò. Si scoprì che squadre come il Leeds e il Marsiglia avevano un bacino di tifosi molto locale. Volendo utilizzare il gergo sportivo americano, erano «club da piccolo mercato».

A Marsiglia «sotto certi punti di vista, città e squadra erano un’unica cosa, la stessa cosa», mi ha detto McCourt. L’Om ha un’identità forte – incarna la città come l’Arsenal o perfino il Real Madrid non potranno mai fare – ma non potrebbe restare in vetta senza una base globale di sostenitori. Del resto, né il Leeds né il Marsiglia hanno una grande fila di imprenditori disposti a mettersi in coda per comprare abbonamenti vip allo stadio. Le società di calcio che hanno un sostegno globale – in particolare Manchester United, Barcellona e Real Madrid — hanno iniziato a distaccare chiunque altro.

Gli effetti della sentenza Bosman e l’addio di Nedved
Cosa quanto mai importante, le grandi squadre a quel punto poterono scegliere i giocatori migliori. Nel 1995, la Corte europea di giustizia emanò la sentenza Bosman che permetteva ai giocatori di calcio di spostarsi più liberamente, anche attraverso le frontiere. I termini di quell’accordo andarono a discapito di squadre come il Marsiglia.
Nel 2001, Cragnotti della Lazio si rese conto di non potersi più permettere Pavel Nedved, la sua star. Mino Raiola, agente internazionale del giocatore cecoslovacco, lo mise in guardia dicendo: «Pavel, la Lazio non ce la fa. Questo progetto non andrà a buon fine». Raiola consigliò a Nedved di entrare alla Juventus, ma racconta che il calciatore amava la Lazio, detestava la Juve, cattiva e «capitalista», e non volle trasferirsi.
Così, Raiola convinse Cragnotti a dare lui la brutta notizia a Nedved, ma non funzionò. A distanza di anni, Raiola ricorda così quell'episodio: «Cragnotti guardò Nedved e gli disse: “Pavel, non Posso farlo. Dovrei venderti, ma non ci riesco. Ti offrirò un contratto. Sei disposto a un taglio dello stipendio?”» Nedved accettò, i due si strinsero la mano e sugellarono il nuovo accordo.
Il giorno seguente, racconta Raiola, Nedved si recò negli uffici della Lazio per firmare il contratto con il figlio di Cragnotti. Ma il figlio, prosegue Raiola, esterrefatto per il fatto che Nedved non fosse venduto in cambio di un bel mucchio di denaro – afferrò una biro di plastica, la lanciò al cecoslovacco e gli disse: «Tieni, firma!». Nedved firmò, i due si strinsero la mano e se ne andarono. Fuori, il calciatore si voltò verso Raiola e gli chiese: «Ho commesso uno sbaglio, vero?» Raiola rispose di sì.
Secondo Raiola, infatti, Juve e Lazio avevano già firmato un contratto di trasferimento per Nedved. Poiché Cragnotti non l’aveva strappato, il documento manteneva la sua validità legale e, alcuni giorni dopo, il calciatore passò alla Juventus per 39 milioni. Nel 2002, la Cirio, società alimentare che apparteneva a Cragnotti, fallì e lui fu condannato al carcere, episodio che perfino per gli standard del calcio italiano, squassato dagli scandali, era davvero eccessivo. Ripensando al passato, Eriksson riflette: «Se guardi la Lazio, ti accorgi che non era una squadra in buona salute. Ma vincemmo il campionato e vincemmo la Coppa delle Coppe. Vincemmo tutto».

L’importanza del contesto
Nel 2003, Ridsdale lasciò il Leeds tra voci di un debito della squadra di calcio salito ben oltre i cento milioni di sterline. Nel 2007, il Leeds è precipitato nella terza divisione del calcio inglese per la prima volta nella storia. Oggi gioca nella seconda. Le grandi squadre hanno preso il sopravvento sul calcio. Oggi l’unico modo di vincere qualcosa è avere una base di tifosi globale (come il Manchester United), un proprietario miliardario (come il Manchester City e il Chelsea, squadre di calcio che hanno uno status storico simile al Leeds), oppure giocare a Londra, la città il cui stadio ha i biglietti con i prezzi più alti sulla Terra (tre squadre londinesi – Arsenal, Chelsea e Spurs — rientrano ormai nel novero delle undici con le maggiori entrate nel calcio mondiale, secondo il rapporto annuale «Money League» di Deloitte).
Il Marsiglia non aveva la possibilità di attirare un paperone facoltoso, perché la potente mafia della città ha sempre cercato di interferire con le vicende della società di calcio. Tapie dice che quando comprò l’Om per la cifra simbolica di un franco, nel 1986, gli snack bar e gli stand che vendevano i capi d’abbigliamento della squadra erano gestiti da mafiosi. Afferma di aver risolto il problema della sicurezza reclutando come guardie del corpo alcuni atleti esperti in arti marziali. Ma, ancora nel 2013, Adrien Anigo, un ladro di gioielli, figlio dell’allora direttore sportivo dell’Om, José Anigo, è stato ucciso nel corso di una sparatoria tra gang a Marsiglia.

L’avvento di McCourt a Marsiglia
Invece di uno sceicco ricco grazie ai suoi pozzi di petrolio, l’Om ha trovato McCourt. Al pari della maggior parte degli americani che investono nel mondo dello sport, l’ex proprietario della squadra di baseball degli La Dodgers è un avveduto uomo d’affari, più che un paparino facoltoso. Il presidente del Marsiglia, Eyrayd, ammette: «Dicemmo che avremmo speso 200 milioni di sterline in quattro anni per rafforzare la squadra. Ma che saranno mai 200 milioni nel mondo odierno del calcio? È il prezzo che si deve pagare per il solo Neymar», il calciatore brasiliano che il Psg ha comprato dal Barcellona l’estate scorsa per 222 milioni di euro. McCourt ci ha tenuto a ripetermi che l’Om può ancora «riconquistare la sua gloria di un tempo». Poi ha aggiunto: «Detto ciò, non riusciremo a vincere ogni partita. Essere poveri in parte significa questo».
Si tratta, a dir poco, di un eufemismo. Il budget del Marsiglia per questa stagione è di circa 120 milioni di euro, rispetto ai 540 del Paris Saint Germain, secondo quanto riporta il giornale sportivo francese L’Equipe. McCourt dice: «Non voglio sembrare un ingenuo. Quando non hai grandi introiti, hai un margine d’errore di gran lunga minore. I grandi introiti servono a mascherare anche le decisioni sbagliate. I soldi contano. Ma Golia aveva anche più risorse».

Il caso Leicester: quando Davide batte Golia
Di certo, nel corso di una stagione qualsiasi, una squadra di calcio con poche entrate può – se tutto va per il verso giusto – sconfiggere i più forti. Il Leicester City ha iniziato la stagione 2015/16 con 104 milioni di sterline derivanti dalle entrate dell’anno precedente, rispetto al Manchester che ne aveva 395 milioni. Ciò nonostante, quell’anno il Leicester ha vinto il campionato inglese. Nella Champions League i gironi a eliminazione diretta sono un dispositivo random che facilita l’azzardo. Ma se lo si misura nel corso di dieci stagioni, il rapporto tra le entrate di una società calcistica e la sua posizione media in classifica nel campionato si colloca attorno al 90 per cento circa, come l’economista sportivo Stefan Szymanski e io dimostriamo nel nostro libro Soccernomics (2009). Volendo citare il famoso aneddoto di Damon Runyon che parafrasa l’Ecclesiaste, «La corsa non sempre è vinta dal più veloce, né la battaglia dai forti, ma queste sono le scommesse intelligenti».

Mentalità «ultras»
Il problema delle squadre come il Marsiglia e il Leesd è che i tifosi non adeguano facilmente le loro aspettative alle nuove realtà. Anthony Clavane, autore del libro Promised Land sul suo adorato Leeds, dice: «Io sono parte del problema. Non appena per il Leeds iniziano ad andare bene le cose, sono travolto non soltanto da una mania di grandezza, ma anche da un senso di diritto acquisito».
I tifosi delle squadre decadute vivono inevitabilmente nel passato, dice Clavane. In qualche caso, vacillano addirittura nella venerazione degli antenati. Di fronte allo Stadio Elland Road del Leeds, per esempio, sorge una statua dedicata al temibile centrocampista Billy Bremner degli anni Settanta. La squadra sta progettando adesso di ribattezzare Piazza Bremner lo spazio che la circonda e di riempirla con altre dieci statue di altrettante «leggende del Leeds United». I tifosi sono così fortemente legati alla tradizione del Leeds che il mese scorso la società calcistica ha dovuto ritirare il nuovo stemma proposto poche ore dopo averlo presentato, visto che in migliaia hanno firmato una petizione di protesta. «Siamo al cospetto di un culto, di una vera religione», dice Clavane.

Il Notthingham e il passato che non torna
Egli sospetta che le cose vadano più o meno nello stesso modo per le altre squadre decadute. In verità, Phil Soar, che negli anni Settanta come tifoso del Nottingham Forest vide quella «squadretta di provincia, assurdamente irrilevante» vincere due Coppe dei Campioni, dice che ancora alla fine degli anni Novanta, quando dirigeva il Forest, gli azionisti scattavano in piedi alle riunioni annuali e chiedevano arrabbiati: «Quando recupereremo il nostro posto di diritto ai vertici dell’Europa?». Ma il Forest – come l’Aston Villa, altro campione d’Europa – adesso gioca nella medesima divisione del Leeds.
Nelle squadre decadute, anche dopo decenni di fallimenti, ogni ulteriore insuccesso è accolto con totale distacco. I tifosi dell9Ajax Amsterdam (quattro volte campione d’Europa tra il 1971 e il 1995), durante alcune partite mal giocate gridano ancora oggi: «Vogliamo vedere l’Ajax!», come se la vera squadra dell’Ajax fosse rinchiusa o trattenuta da qualche parte, nei sotterranei, mentre il posto dei giocatori titolari è occupato da impostori.

Un Macron poco «presidenziale»
I tifosi del Marsiglia, che negli ultimi venticinque anni hanno potuto esultare un’unica volta per la vittoria del campionato francese, ne sanno qualcosa di delusione. Prendiamo il tipico francese medio, sui quarant’anni circa che, come molti altri della sua generazione, è diventato un tifoso del Marsiglia all’inizio degli anni Novanta. In un documentario sulla campagna di Emmanuel Macron, mandato in onda poco dopo che è stato eletto presidente, lo si vede controllare più volte il suo smartphone e inveire: «Merda! È la seconda volta, cazzo!» La moglie Brigitte si precipita da lui preoccupata: «Di che cosa si tratta?», gli chiede. E Macron spiega: «Il Monaco ha sconfitto l’Om di nuovo». Lei gli toglie di mano il telefono e lo rimprovera dicendo: «Oh no, non preoccupiamoci di questo». Più tardi, quando un giornalista ipotizza che l’intera scena sia stata architettata per motivi di relazioni pubbliche, lei risponde: «No, lui sarà fedele alla squadra fino alla fine».
Un medico di Marsiglia una volta ha riferito a Eyraud che esisteva una correlazione statistica tra le sconfitte dell’Om e le visite al pronto soccorso del suo ospedale. «Dimostra un’aspettativa enorme», dice Eyraud. È anche quanto basta per far disperare coloro che amministrano queste squadre. Quando era presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, accanito fan del Psg, disse all’allora presidente del Marsiglia, Vincent Labrune: «Il suo mestiere è il più difficile di tutta la Francia, subito dopo il mio». I dirigenti della squadra sono indotti a fare promesse stravaganti che non potranno mantenere. Oggi McCourt è deriso per aver proclamato il suo «Champions Project».

Il «management» della delusione
Le squadre di calcio decadute devono saper gestire la rabbia e la delusione dei loro tifosi. Si potrebbe supporre che si tratti di una battaglia persa in partenza. E invece, c’è un dato sorprendente: nonostante tutta la frustrazione e le sconfitte, in termini emotivi queste squadre vanno alla grande. Anzi, alcune di esse attraggono folle ancora più vaste di quelle che riuscivano ad attrarre nei loro tempi d’oro.
Oggi Leeds, Forest e Villa attirano insieme più o meno lo stesso numero di spettatori nel campionato di quanti ne attirassero all’apice della loro gloria in Europa. I Rangers – campioni in Scozia per 34 volte – hanno avuto una media di 45.750 spettatori nella loro stagione del 2012/13, giocata nell’equivalente della serie C2. Quanto all’Ajax e al Marsiglia, hanno raddoppiato i loro spettatori malgrado la loro mediocrità. E, a differenza dai tempi d’oro, tutte le partite di queste squadre oggi sono trasmesse e seguite in diretta alla televisione tutte le settimane, spesso in tutto il mondo.

Tutti al Velodrome (pure oggi)
Eyraud dice: «Non smetto di stupirmi per la profondità del sostegno che abbiamo, riscontrabile in tutta la Francia. Penso che l’Om sia la squadra preferita dal popolo francese. Abbiamo sorpassato il Psg in termini di media di spettatori». Poi ha raccontato che quando una delegazione del Marsiglia fece visita al Senegal, i giocatori furono accolti con tutti gli onori all’aeroporto da gente del posto che indossava la loro maglia e cantava: «Chi non salta marsigliese non è!». Il Velodrome mezzo pieno, in occasione della recente vittoria della squadra sul Troyes, conteneva in ogni caso 37.949 spettatori, circa diecimila in più della media raggiunta dalla squadra di Tapie nella stagione in cui vinse la Champions League.
Questo dimostra, in primo luogo, che la maggior parte dei tifosi di calcio non va a caccia di gloria. Non va allo stadio perché si aspetta trofei. Ci va semplicemente perché ama il calcio, e perché si tratta di un modo per passare un po’ di tempo assieme ai genitori, ai figli e agli amici, stando vicini, ricordando la propria infanzia in quel medesimo stadio. E se andare allo stadio è un’esperienza sicura e piacevole, la folla dei tifosi ci andrà anche se la sua squadra non sarà più ai massimi livelli. Per la maggior parte delle persone, essere tifosi è qualcosa che ha a che vedere con la nostalgia, l’appartenenza a un luogo preciso, lo stare insieme, il divertirsi insieme. Non la gloria.

«Sempre contro questo calcio moderno»
A dire il vero, molti tifosi – specialmente quelli che tifano per le squadre decadute – disdegnano la gloria. In parte, trovano una loro identità nell’essere avversari dei vincitori di oggi che hanno tanti soldi da spendere, e che sembrano quasi corporation, più che squadre. Perdere ancora una volta quando si gioca contro una squadra forte può diventare prova di una superiorità morale. A McCourt piace raffigurare il Marsiglia come David che lotta contro Golia. «L’Om è il perdente, il combattente, chi rende al di sotto delle sue possibilità». In altre parole, è un personaggio essenziale in quella soap opera che è il calcio.
È il declino, il crollo stesso a dare alle squadre decadute la loro identità. Correttamente gestito, il declino può essere una fonte illimitata di sorpresa e di ossessione. Clavane ricorda una partita in trasferta nella piccola Yeovil Town, dove un grosso contingente di tifosi del Leeds scandì per buona parte del secondo tempo in coro: «Non siamo più famosi!». Nello stesso modo, anche i tifosi del Manchester City, durante la loro permanenza nelle divisioni inferiori intorno all’inizio del millennio, scandivano in coro: «Noi non siamo davvero qui».

Quelli che il Muppet Show...
Clavane dice: «Nella mia mestizia sono felice. Nel mio lamentarmi sono felice. E quando vinciamo, siamo la più grande squadra di calcio che esista». Conosco bene quel sentimento. A maggio, seduto nell’Amsterdam Arena, ho assistito a bocca aperta alla schiacciante vittoria per 4 a 1 dell’Ajax – la squadra per la quale tifo in modo tiepido – sul Lione nella semifinale dell'Europa League. Tutte le volte che la squadra ha segnato, sono scattato in piedi dal mio posto nella tribuna stampa per esultare. Attorno a me ho visto uomini appesantiti di mezza età che sembravano in delirio, proprio come me. Siamo stati riportati indietro di vent’anni. Non ci saremmo mai aspettati che succedesse di nuovo. Anzi, se non fosse mai più successo saremmo stati bene. Avremmo continuato a trascinarci con fatica allo stadio fino a tarda età, felici di lamentarci, come i due vecchi pupazzi che cantavano prima di ogni Muppet Show: «Perché veniamo al campo?/ Io proprio non lo so/ È tipo una totura/ assistere allo show».

Il Marsiglia (come l’Aston Villa e l’Ajax e tutte le altre squadre citate in questo articolo) probabilmente non tornerà a essere campione d’Europa. Ai suoi tifosi, anche se non lo ammetteranno mai, non credo interessi molto.


Traduzione di Anna Bissanti
Simon Kuper ha una sua rubrica sul FT
© 2018, The Financial Times

Riproduzione riservata ©

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