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Dalla maggioranza ai ministri: ecco tutti gli effetti dello scontro Meloni-Berlusconi

Forza Italia più debole al governo. La premier in pectore ha fatto capire che non vorrà nel governo nessun senatore che non abbia votato per La Russa. A rischio quindi la capogruppo uscente di Fi Anna Maria Bernini

di Emilia Patta

Scontro Berlusconi-Meloni. Lei: "non sono ricattabile"

4' di lettura

«Sono sicuro che anche fra Giorgia e Silvio tornerà quell’armonia che sarà fondamentale per governare, bene e insieme, per i prossimi cinque anni». Il leader della Lega Matteo Salvini - così come fanno altri dirigenti del centrodestra tra cui l’azzurro Maurizio Gasparri e il meloniano Raffele Fitto - getta acqua sul fuoco dello scontro andato in scena giovedì in Senato tra Berlusconi e la premier in pectore, quando i senatori di Forza Italia - per mandare un avvertimento sulla formazione del governo - hanno deciso di non votare per Ignazio La Russa presidente del Senato finendo tuttavia per risultare ininfluenti, visto il soccorso giunto dai vari gruppi di opposizione anche su sollecitazione di Fratelli d’Italia.

Una frattura anche personale aggravatasi nelle ore successive con la pubblicazione degli appunti su Meloni presi da Berlusconi sugli scranni del Senato e rubati dai fotografi in cui il vecchio leader definisce la premier in pectore “supponente, arrogante, presuntuosa, offensiva, ridicola, una con cui non si può andare d’accordo”. Bordate a cui Meloni ha risposto con una stilettata: «Si è dimenticato di scrivere che non sono ricattabile».

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Il primo effetto dello scontro: Fi più debole nel governo

L’affondo fallito è senz’altro un pessimo ritorno in campo - dopo nove anni dalla decadenza da senatore per effetto della legge Severino - per il fondatore di Forza Italia e leader storico del centrodestra, uscito molto indebolito dal braccio di ferro tanto da dover rinunciare al “pomo della discordia”, ossia la presenza della fedelissima Licia Ronzulli nella squadra di Meloni. E forse non solo della Ronzulli, visto che la leader di Fratelli d’Italia ha fatto capire che non vorrà nel governo nessun senatore che non abbia votato per La Russa.

A rischio quindi la capogruppo uscente Anna Maria Bernini, mentre potrebbe entrare l’ex presidente del Senato Elisabetta Casellati, unica assieme allo stesso Berlusconi a depositare la scheda nell’urna il 13 settembre: per lei sarebbe pronto il ministero delle Riforme, fondamentale per il progetto di presidenzialismo, mentre il leghista Roberto Calderoli andrebbe al ministero delle Autonomie e degli Affari regionali, fondamentale per portare avanti i progetti di autonomia differenziata delle Regioni del Nord cari alla Lega. Di certo Meloni ora ha più argomenti per sbarrare agli azzurri la strada del ben più pesante ministero della Giustizia (Berlusconi aveva indicato Casellati): a Via Arenula siederà l’ex magistrato Carlo Nordio, garantista ma molto vicino alla leader di FdI. Mentre non sembra a rischio la candidatura del coordinatore azzurro alla Farnesina Antonio Tajani.

Il secondo effetto: rafforzato l’asse tra Lega e FdI

Un’impuntatura, quella di Berlusconi su Ronzulli, che ha a che fare più con le categorie psicologiche (il ruggito del vecchio leone per rimarcare un potere che gli sta sfuggendo dalle mani) che con le categorie della politica. Impuntarsi su un nome discutibile invece che su una questione di posizionamento politico, magari sull’Europa e contro il sovranismo vista la storica appartenza di Forza Italia al Partito popolare europeo, è stato un boomerang che si rifletterà sulla composizione del governo e anche sugli equilibri politici della maggioranza: a uscirne rafforzato nel ruolo di paciere e di principale e leale alleato della premier in pectore è infatti Salvini. Che ottiene intanto l’elezione alla presidenza della Camera di un fedelissimo come Lorenzo Fontana, una personalità dai trascorsi filo-putiniani che probabilmente la stessa Meloni non gradisce fino in fondo per i risvolti internazionali.

E poi, soprattutto, una rappresentazione maggiore nel costituendo governo: le caselle sono ancora in via di definizione ma la Lega dovrebbe avere almeno quattro ministeri di peso, tra cui l’Economia per il competitor interno a Salvini nonché amico di Mario Draghi Giancarlo Giorgetti (un colpo da maestra da parte di Meloni, che in questo modo assicura continuità e imbriglia le voglie di pazza spesa pubblica del leader leghista) e le Infrastrutture o lo Sviluppo economico per lo stesso Salvini. Agli Interni dovrebbe invece andare il prefetto Matteo Piantedosi, ex capo di gabinetto di Salvini al Viminale. Mentre per la Difesa sono in pole Adolfo Urso e Guido Crosetto (per il quale c’è anche l’ipotesi dello Sviluppo economico), entrambi di Fratelli d’Italia. Così come Giovanbattista Fazzolari, che dovrebbe ricoprire l’incarico di sottosegretario a Palazzo Chigi.

Il governo Meloni nascerà: non ci sono alternative

Il fatto che la squadra di governo si stia definendo nonostante tutto è il segno che la “protesta” di Berlusconi non ha reali sbocchi. Non ci sono alternative: la maggioranza creatasi in emergenza al Senato per l’elezione di La Russa non è evidentemente una maggioranza politica. Ed è chiaro che i gruppi parlamentari azzurri non seguirebbero mai Berlusconi qualora dovesse tentare la strada suicida di non indicare Meloni come premier durante le consultazioni al Quirinale. Non a caso Fitto lo rimarca, lanciando un ponte verso Forza Italia: «L’unico governo possibile è quello di una coalizione di centrodestra», spiega escludendo la ricerca del sostegno nel Terzo polo e in altri gruppi minori se non si ricomponesse lo strappo con Fi. Resta da capire se la vincitrice Meloni concederà al vecchio leader la consolazione anche mediatica di un incontro riparatore, auspicato e previsto un po’ da tutti nelle prossime ore, o se deciderà di andare avanti comunque.

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