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Dalla Mediterranea alla Diciotti: tutte le navi respinte da Salvini

Il no del ministro dell’Interno Matteo Salvini all’ingresso in acque italiane della nave dell’Ong Mediterranea è l’ultimo atto della politica dei porti chiusi. Fin dal suo insediamento al Viminale è partita la “guerra” alle navi delle Ong

di Andrea Gagliardi


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4' di lettura

Divieto di ingresso in acque territoriali italiane per la Alan Kurdi (con 65 migranti a bordo) della Ong tedesca Sea Eye e per la nave Alex (battente bandiera italiana) della Ong Mediterranea Saving Humans, indirizzata a Malta dopo il salvataggio di 54 migranti in difficoltà in acque libiche. Sono gli ultimi atti (odierni) della politica dei porti chiusi messa in campo da Matteo Salvini, con il placet di fatto dell’alleato M5s. Ma fin dal suo insediamento al Viminale è partita la “guerra” del ministro dell’Interno alle navi delle Ong, dopo che già il suo predecessore Marco Minniti aveva avviato una stretta con “il codice di condotta” e minacciato di negare l’approdo alle navi non italiane.

La guerra di Salvini alle navi delle Ong
Ai primi del giugno 2018 il primo caso, la Aquarius di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere, con 629 profughi a bordo. Dopo il veto allo sbarco posto da Salvini, la nave umanitaria è stata presa in carico dalla Spagna che ne ha autorizzato lo sbarco a Valencia. A fine giugno tocca alla Lifeline, dell’omonima Ong tedesca che, dopo una lunga odissea e le minacce di sequestro da parte dei ministri italiani, è sbarcata a Malta con 230 migranti soccorsi.

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Open Arms al centro delle polemiche
A luglio la linea 'porti chiusi' non risparmia la motovedetta Diciotti della Guardia costiera che ha preso a bordo 67 persone salvate da un mercantile. La nave è restata a lungo in mare per il divieto di Salvini. E la situazione poi si è sbloccata - dopo il pressing per una soluzione anche del capo dello Stato Sergio Mattarella - con l’intervento del premier Giuseppe Conte. A fine luglio è stata invece la Open Arms ad essere al centro delle polemiche: il 7 agosto, dopo una settimana in mare con a bordo 87 migranti soccorsi davanti alla Libia, ha ricevuto il via libera da Madrid per approdare ad Algeciras dopo i rifiuti di Malta e Italia.

Il nuovo scontro sulla Diciotti e l’indagine su Salvini
Ad agosto ha tenuto banco un nuovo caso Diciotti. La nave con 177 migranti a bordo è finita al centro di un braccio di ferro Italia-Malta: il 22 agosto (dopo 5 giorni di navigazione e due nel porto di Catania) sono stati fatti scendere 29 minori, mentre è stato necessario arrivare fino al 25 per lo sbarco degli altri. È questa la vicenda per cui è stato indagato il ministro Salvini con l’accusa di sequestro di persona aggravato. Ma prima la giunta per le autorizzazioni e poi l’Aula di Palazzo Madama hanno evitato che il titolare del Viminale andasse a processo.

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La direttiva contro Mare Jonio
A dicembre è ancora la Open Arms a vagare per giorni, Natale compreso, in mezzo al mare con il suo carico di salvati. Il 28 i migranti sono sbarcati a Algeciras in Spagna dopo essere stati rifiutati da Italia, Malta e Francia. A gennaio, tocca alla Sea Watch 3, fatta approdare a Catania, dopo aver stazionato per giorni davanti a Siracusa in attesa dell’ok allo sbarco. A gennaio, è toccato di nuovo a Sea Watch 3. La nave è stata fatta approdare a Catania, dopo aver stazionato per giorni davanti a Siracusa in attesa dell'ok allo sbarco. Il 19 marzo è stata la Mare Jonio, la nave della piattaforma Mediterranea Saving Humans con 48 persone soccorse al largo della Libia, a entrare nel porto di Lampedusa. Questa volta, a differenza di casi precedenti, la soluzione è stata rapida, perché eravamo alla vigilia del voto del Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini per la vicenda Diciotti. E il Governo non voleva infilarsi in lunghe giornate di polemiche per l'ennesimo contestato sbarco di una nave umanitaria.

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Ma la Mare Jonio è finita comunque nel mirino di Salvini, che ad aprile ha firmato una direttiva ad hoc (con malumori della Difesa) rivolta alle forze armate e di polizia disponendo «di vigilare» sul rispetto delle norme di ogni genere, nazionali e internazionali, da parte dell'Ong. Dal testo emergeva l’intenzione di Salvini di colpire ogni violazione delle regole di navigazione così come delle caratteristiche e funzioni dichiarate dal mezzo navale. Ma la Mare Jonio è tornata protagonista il 10 maggio dopo aver sbarcato a Lampedusa 30 profughi soccorsi in mare. «Non mi risulta che entrerà a Lampedusa da nave libera» ha tuonato Salvini. Il capomissione e il comandante della nave sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Il caso Sea Watch
È diventato un caso internazionale la vicenda della nave Sea Watch 3, dopo che la comandante Carola Rackete, 31 anni, cittadina tedesca, è stata arrestata il 30 giugno dalle autorità italiane per essere entrata nel porto di Lampedusa violando il divieto d’ingresso nelle acque italiane e l’alt intimatogli dalla Guardia di Finanza. Sull’Italia sono piovute le critiche di Francia e Germania concordi nel rimarcare che «il salvataggio in mare non può essere criminalizzato», prima che il gip di Agrigento non convalidasse l’arresto della comandante. L’ingresso della Sea Watch nelle acque italiane ha fatto poi scattare per la prima volta contro una Ong le misure contenute nel decreto sicurezza bis (entrato in vigore il 15 giugno), fortemente voluto da Salvini proprio per contrastare l’attività delle navi umanitarie, con una multa di 16mila euro per comandante, armatore e proprietario della nave.

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