Appuntamenti

Dalla moda all’arte, indagine sul corpo: le connessioni con naturale e virtuale

Protagonista della conversazione artistica in un tandem di mostre-evento: nuove anatomie conquistano la scena a Lodi, alla Fondazione Prada e alla Biennale di Venezia.

di Alexis Paparo

Francesco Diluca, Giardini, 2021. Installazione.

4' di lettura

Nessuna realtà di serie b, nessuna differenza fra spazio virtuale e fisico, fra un corpo fatto di ossa, organi, muscoli, e un avatar. Con il progredire della tecnologia, gli occhiali AR o le lenti a contatto saranno sostituiti da impianti retinici o cerebrali, che consentiranno di bypassare gli occhi e gli altri organi di senso, consentendo l'accesso a una gamma completa di esperienze simulate. In definitiva, la trasformazione del modo in cui si vive, si lavora, si pensa. «La mia ipotesi è che, entro un secolo, avremo realtà virtuali indistinguibili dal mondo non virtuale», scrive il filosofo David Chalmers nel suo recente saggio Reality+: Virtual Worlds and the Problems of Philosophy. Chalmers crede che, in un prossimo futuro, scegliere di vivere in questi ambienti per qualche tempo non apparirà più strano di emigrare in un altro Paese. «Le simulazioni non sono illusioni. Per esempio, una sedia virtuale viene creata utilizzando processi digitali, proprio come una sedia fisica è fatta di atomi e quark. Di conseguenza, quello che accade in un mondo virtuale succede davvero». Il libro riflette sull'estensione del nostro senso del reale, esplorandone le sue ipotesi più estreme. Ma già dall'inizio della pandemia la nostra realtà ha assunto contorni più labili: l'esponenziale aumento di eventi digitali, conferenze online, e-party, dirette streaming ha fatto crescere la sensazione di abitare già un mondo virtuale comune.
Allora qual è, e quale sarà, il ruolo del corpo? Se la moda lo rende di nuovo protagonista palpabile, attraverso volumi, tagli, materiali che lo esibiscono (anche nel multiverso), come risposta al distanziamento sociale, l'arte lo indaga come oggetto in trasformazione e soggetto di ibridazione con le macchine, ma anche con il mondo naturale; ne immagina nuove forme di esistenza e coesistenza.

Francesco Diluca, Germina, 2016. Installazione di 20 sculture.

A Lodi, cinque giardini come terreno comune 
A Lodi, dal 6 marzo al 24 aprile, la riflessione sul corpo colonizza cinque luoghi suggestivi della città: la Collezione anatomica Paolo Gorini, l'ex Chiesa dell'Angelo, il Teatro alle Vigne, oltre che l'ex Chiesa di Santa Chiara Nuova e la Sala dei Filippini, all'interno della Biblioteca Laudense, queste ultime solitamente chiuse al pubblico. Con cento sculture in ferro che declinano l'ibridazione fra uomo e natura, la mostra Francesco Diluca. Giardini (www.comune.lodi.it/home) a cura di Angela Madesani, si struttura come convivenza armoniosa di pluralità. Ogni sede – ogni “giardino” – dialoga con le altre raccontando, attraverso installazioni dalle forme organiche, una storia di fragilità, di precarietà, ma anche di forza, convivenza e rinascita sotto altra forma. «Giardini è una metafora della vita, delle molteplici forme dell'esistere e del resistere», dichiara l'artista. Se l'unico punto fermo è il continuo mutamento, le sculture sono infatti figure di metamorfosi all'interno delle quali si fa spazio la natura sotto forma di foglie, farfalle o coralli, simboli per eccellenza del cambiamento.

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Elmgreen & Dragset, This is How We Play Together, 2021. Christen Sveaas Art Collection. Courtesy Perrotin. Foto Elmar Vestner.

Alla Fondazione Prada, il rapporto con le macchine
È un indizio il punto interrogativo nel titolo della mostra Useless Bodies? del duo Elmgreen & Dragset (www.fondazioneprada.org/project/useless-bodies) , alla Fondazione Prada dal 31 marzo al 22 agosto. Quattro spazi espositivi e il cortile della sede milanese, per un totale di oltre 3mila metri quadri, ospiteranno una delle indagini tematiche più estese realizzate dalla Fondazione: l'esplorazione della condizione del corpo nell'era post-industriale attraverso scultura e performance, i media prediletti dagli artisti scandinavi. Che hanno dichiarato: «Nel XIX secolo il corpo produceva i beni di consumo, mentre in quello successivo ha assunto prevalentemente il ruolo di consumatore. Nel primo ventennio del XXI secolo il corpo detiene lo status di prodotto i cui dati vengono raccolti e venduti dalle Big Tech. In un'epoca in cui la mercificazione dei dati personali da parte delle aziende tecnologiche è di dominio pubblico e l'influenza di queste organizzazioni su ogni aspetto della nostra vita è dilagante (basti pensare alla recente querelle fra Meta e l'Unione Europea sul trasferimento di dati personali dei cittadini europei, ndr), ci fa un po' paura pensare al ruolo futuro dei nostri corpi».
In un crescendo di distopia, il piano terra ospita sculture classiche e neoclassiche associate a opere di Elmgreen & Dragset, per mettere in luce similitudini e differenze nelle modalità di riproduzione artistica del corpo umano. Si prosegue al secondo piano del Podium, convertito in un ampio ufficio abbandonato, che rimanda al mutamento del ruolo del corpo nel contesto professionale. La pandemia ha accelerato lo spostamento delle relazioni attraverso gli schermi, facendoci accettare una realtà non più tri, ma bidimensionale. Nella galleria Nord ci si immerge nella visione futuristica di un ambiente domestico – un po' bunker, un po'astronave e un po' laboratorio – pervaso dalla tecnologia. Gli spazi della Cisterna diventano una spa desolata, per ospitare la domanda: se i corpi sono davvero inutili, perché si rincorrono le innovazioni hi-tech che mirano a risolvere “il problema del corpo imperfetto”? Ed è un altro grande interrogativo l'opera What's Left?, un corpo appeso a un filo che esita a trovare il proprio ruolo di attore politico o strumento di cambiamento sociale.

Bridget Tichenor, La Espera (L'Attesa), 1961. Foto Javier Hinojosa. Collezione privata. Proprietà di Bridget Tichenor.

Alla Biennale di Venezia si indagano nuove anatomie
Ideata e costruita in tempi di distanziamento, e posticipata di un anno a causa della pandemia, la 59esima Biennale d'Arte di Venezia (dal 23 aprile al 27 novembre, www.labiennale.org/it/arte/2022) non poteva che riflettere sulla rappresentazione del corpo e sulle sue metamorfosi, sulla relazione tra individui, tecnologie e altri esseri viventi. Il titolo datole dalla curatrice Cecilia Alemani – Il latte dei sogni – arriva dall'omonimo libro di favole dell'artista surrealista Leonora Carrington: vi si descrive un mondo magico nel quale la vita viene reinventata attraverso forme ibride. Questa è la chiave per decifrare l'esposizione: non tanto una denuncia dei problemi dell'oggi e di quelli futuri, ma una rilettura della realtà attraverso la lente dell'immaginazione, che disvela stratificazioni e nuove strade possibili.
Oltre 200 artisti, di cui 180 al loro debutto, con una preponderanza di nomi femminili, hanno immaginato nuove combinazioni di organico e artificiale, oppure analizzato i rapporti che legano gli uomini e le macchine, il corpo e il linguaggio. Se il mondo oggi appare diviso tra ottimismo tecnologico – che promette il perfezionamento all'infinito del corpo – e lo spettro di una totale presa di controllo da parte dell'intelligenza artificiale, molti artisti hanno ritratto la fine dell'antropocentrismo guardando oltre, celebrando nuove comunioni – anche fisiche – con il non-umano, l'animale e la Terra. Come dopo ogni grande periodo di crisi, l'arte suggerisce altre vie e aiuta a pensare in modo nuovo.

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