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Dalla prescrizione alla politica penale, quei silenzi di Orlando

di Donatella Stasio

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(LaPresse)

3' di lettura

L’incipit di Andrea Orlando suona come un’excusatio non petita. «Mi perdonerete se questa relazione non affronterà tutti i campi del funzionamento della giustizia», dice il guardasigilli alle Camere. E in effetti, colpiscono alcuni silenzi e qualche contraddizione su passaggi importanti di una relazione orgogliosamente rivendicativa di una politica della giustizia che sta dando risultati concreti: su prescrizione, proroga delle pensioni dei magistrati, riduzione dei detenuti, politica penale c’è stato qualche non detto di troppo.

Anche stavolta, ad esempio, è assordante il silenzio sul numero dei processi prescritti, sebbene quest’anno il ministro abbia speso qualche riga in più sull’argomento, per rilanciare «l’intervento incisivo» ed «equilibrato» contenuto nel Ddl sulla giustizia penale, bloccato al Senato dopo il «no» dell’ex premier Matteo Renzi alla fiducia, prima del referendum costituzionale, e ora lasciato nel congelatore dalla conferenza dei capigruppo.

Era andata così anche l’anno scorso, un po’ in sordina, come se il numero dei processi fulminati dalla prescrizione fosse tutto sommato secondario, con buona pace dell’appello per una riforma «non più rinviabile» e «radicale» lanciato, di lì a poco, dai vertici della Cassazione proprio sulla base di quel dato, sia pure limitatamente al primo semestre del 2015: 68.098 prescrizioni, rispetto alle 63.753 dello stesso periodo del 2014 (che in totale ne registrava 132.296), con un trend in aumento rispetto agli anni 2009-2012. Quale sia stato il trend successivo, non si sa: non risulta né dalle 109 pagine della «Sintesi della relazione del Ministro» né dalle 733 pagine della Relazione integrale né, tanto meno, dalle 18 cartelle lette dal ministro in Parlamento.

A maggio dell’anno scorso, Orlando convocò una conferenza stampa per illustrare un’ampia analisi statistica sulla prescrizione, ufficio per ufficio, ferma però al 2014, dalla quale emerge una realtà a macchia di leopardo, frutto anche di una diversa organizzazione degli uffici. Come a dire che la prescrizione non è solo un problema di norme ma anche di capacità organizzative dei capi degli uffici. Si era alla vigilia della presentazione degli emendamenti al Ddl di riforma della giustizia penale in commissione Giustizia...

Ma il silenzio sul dato della prescrizione non è l’unico. La relazione tace anche sul Dl 168/2016 dell’estate sorsa, con cui il governo, dopo aver abbassato da 75 a 70 anni l’età pensionabile dei magistrati, ha prorogato il trattenimento in servizio dei soli vertici della Cassazione. Orlando non ne ha parlato, e tanto meno dello scontro con l’Anm, dell’impegno suo e di Renzi di correggere il «vulnus» creato da quel decreto e del ripensamento successivo, nonché della decisione delle toghe, per protesta, di disertare l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, il 26 gennaio (decisione senza precedenti e non priva di rilievo istituzionale visto che alla cerimonia è presente anche il Capo dello Stato). Il ministro ne ha parlato solo nella replica, sollecitato da alcuni parlamentari, liquidando la questione come «non fondamentale» per il funzionamento della giustizia, e la reazione delle toghe come «sproporzionata». Eppure si tratta di una vicenda politico-istituzionale significativa, perché il “privilegio” della proroga è stato dato per decreto legge ad alcuni magistrati, creando un pesante precedente sulla possibilità che un governo si scelga le toghe da far rimanere e quelle da mandar via. Un incidente di percorso del precedente governo, ormai irrimediabile? Forse, ma non può essere silenziato o liquidato come “affare corporativo” delle toghe, tanto più se poi si dice che «devono essere contenute le prevaricazioni del potere esecutivo».

Infine: carcere e politica penale. Sul primo fronte va dato atto a Orlando di aver fatto molto (anche con gli Stati generali) per far passare - nel governo, nella maggioranza, nel Pd, nel Paese - una diversa cultura dell’esecuzione penale, ma proprio per questo ci si aspetta trasparenza e coerenza. A cominciare dal numero dei detenuti, scesi, è vero, di molte migliaia, ma risaliti dai 52.164 a 54.653 nel corso del 2016. Indagare le cause di questa ripresa è doveroso, anche perché, forse, si annidano in una politica penale che, purtroppo, non ha archiviato - come Orlando invece rivendica - una logica «propagandistica e simbolica». Da un lato, il ministro stigmatizza la «costante dilatazione dei reati previsti dalla legge»; dall’altro, sembra dimenticare alcune discutibili scelte del governo Renzi, come l’introduzione dell’omicidio stradale (che non ha ridotto gli incidenti mortali), il mantenimento in vita (finora) del reato di immigrazione clandestina, l’aumento delle pene per i cosiddetti reati di strada. Un’evidente contraddizione, insomma, rispetto alla «tendenza di molti Paesi, compreso il nostro - denunciata ieri - ad affrontare con interventi penali problemi di carattere sociale». A meno che, con queste parole, il ministro non abbia voluto prendere le distanze da quelle perle di populismo penale...

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