Lotta al Covid

Dalla produzione ai bioreattori, gli albori della filiera del vaccino

È brianzola l'unica azienda italiana che ha già sottoscritto un contratto con l'americana Pfizer: Thermo Fisher sta infialando a Monza

di Sara Monaci

Industria leader.

4' di lettura

Siamo solo agli albori di una possibile “filiera” del vaccino anti-Covid in Lombardia, ma qualcosa si muove. Ci sono aziende che hanno stretto accordi con multinazionali già produttrici; chi sta sperimentando una sua formula; chi si è concentrato sui principi attivi da usare nelle terapie; chi infine produce bioreattori che potrebbero in futuro essere usati per stabilizzare la produzione nei prossimi anni.

Si tratta dei primi passi, avviati solo qualche mese fa, anche per via di un ritardo del paese nel settore: l’industria farmaceutica italiana è tra le più importanti in Europa, con una grande capacità di esportare, ma il mondo politico non è riuscito ad allineare le aziende e chiedere già dall’anno scorso uno sforzo nella lotta contro il coronavirus. Così cominciamo adesso. Ecco come.

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Chi fa accordi

Va sottolineato che è brianzola l’unica azienda italiana che ha già sottoscritto un contratto con la statunitense Pfizer, leader mondiale della produzione anti-Covid, quella su cui l’Europa fa più affidamento tanto da aver già stretto accordi per i prossimi anni (con incremento di prezzi fino al 60%). In Italia sta attualmente infialando questo prodotto lo stabilimento della Thermo Fisher di Monza. «Thermo Fisher - ha spiegato a fine marzo la stessa azienda statunitense - fornirà servizi di riempimento sterile e preparazione del prodotto finito nel proprio stabilimento di Monza nel corso del 2021. Thermo Fisher (che conta in tutto il mondo oltre 80mila addetti, ndr) sta lavorando come parte della rete globale di produzione di vaccini di Pfizer e fornirà servizi di produzione a contratto, in Italia, per il vaccino Pfizer-BioNTech contro il COVID-19, che sarà distribuito in diversi mercati».

La capacità produttiva dello stabilimento brianzolo potrà superare l’obiettivo dei 2 miliardi di dosi entro il 2021, prevedendo l’espansione non solo della capacità di produzione dei siti, ma anche l’aumento dei fornitori per i materiali. Questo ciò che per ora la Thermo Fischer ha ufficializzato. Sul resto regna ancora il massimo riserbo. È chiaro dunque che l’azienda a Monza infialerà il vaccino, e da qui potrebbe partire per essere venduto sia in l’Italia che in altri paesi.

Altro accordo, per ora ancora più segreto, è quello che lega la svizzera Adienne Pharma Biotech alla produzione russa del vaccino Sputnik. L’azienda ha una sede in Italia, a Caponago in Brianza. L’intesa è stata trovata a inizio marzo.

Ad aver pensato ad una produzione italiana dello Sputnik è stato il fondo governativo russo Russsian Direct Investment Fund, che in Italia si è mosso attraverso la Camera Italo-Russa. Si parla di possibili 10 milioni di dosi infialate a fine 2021. Tuttavia la strada è ancora in salita: l’autorita europea Ema non ha ancora autorizzato questo prodotto e tantomeno l’Aifa in Italia. Non può essere quindi usato né qui né in altri paesi europei (a meno che i singoli governi non se ne assumano la responsabilità). Lo Sputnik è stato intanto approvato in 45 paesi nel mondo, e lo stabilimento in Brianza potrebbe servire a questo. Non è chiaro se la produzione è ancora partita.

Chi sperimenta

C’è intanto chi punta a creare un nuovo vaccino. È il caso della Rottapharm Biotech di Monza, che ha avviato la sperimentazione del vaccino made in Italy ideato dalla Takis di Castel Romano (Roma). Il primo volontario è stato vaccinato il primo marzo nell’ospedale San Gerardo di Monza, uno dei tre centri italiani che, in collaborazione con l'Università di Milano-Bicocca, sono stati coinvolti. Si aggiungono l’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli e l’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma.

Ad entrare in prima linea nella possibile filiera del vaccino italiano potrebbe essere la Olon di Rodano, hinterland milanese, che ha stabilimenti operativi a Capua (Caserta) e Settimo Torinese. È un’azienda con oltre duemila dipendenti, 9 sedi in Europa, uno in India e uno negli Stati Uniti e 500 milioni di fatturato. Tra le prime ad aver prodotto la pennicellina in Italia, si occupa di principi attivi di molti medicinali, ovvero della prima fase della filiera industriale. Avendo una piattaforma tecnologica all’avanguardia, con un’esperianza di molti decenni nella fermentazione, potrebbe essere tra le prime a occuparsi di vaccinazione made in Italy.

Sul fronte della cura, in Lombardia è sempre la Olon ad aver realizzato due principi attivi già messi in commercio da molti mesi.

La filiera da costruire

In Italia ci sono eccellenze che potrebbero essere valorizzate e che soprattutto potrebbero tornare utili durante la pandemia, che ha insegnato l’importanza di avere nel paese alcune produzioni fondamentali. Prima ancora delle aziende farmaceutiche che realizzano infialamenti e che producono i principi attivi, ci sono i fornitori di bioreattori, i grandi macchinari che riproducono i processi di fermentazione naturale, indispensabili per vaccini e medicinali. In Italia la leader è la mantovana Solaris Biotech, che ha sedi anche San Francisco e a Kuala Lampur.

Tra le aziende che si “riforniscono” a Mantova c’è anche un produttore del vaccino russo Sputnik e l’azienda del vaccino israeliana. La Solaris ha nelle case farmaceutiche i suoi principali acquirenti, essendo i bioreattori utilizzati per le vaccinazioni tradizionali più diffuse. È un’azienda che nei prossimi anni potrebbe entrare a far parte di una filiera italiana - ancora da costruire - contro il Covid.

È chiaro a tutti infatti che il fabbisogno di vaccino non si esaurirà nel 2021. L’Europa ha già stretto contratti fino al 2023, almeno per ora. Una produzione italiana - evidentemente dal forte contributo lombardo - potrebbe fare davvero la differenza.

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