Spirits

Dalla sambuca alla liquirizia, il ritorno dei liquori tradizionali e degli amari

Per gli amari in 12 mesi oltre 20 milioni di euro di vendite aggiuntive. Luxardo quadruplica la capacità produttiva e il rosolio Italicus si afferma come brand internazionale

di Manuela Soressi

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il recupero dei sapori vintage, l’orgoglio per il made in Italy e il desiderio di “bere diverso” stanno determinando il revival dei “liquori della nonna”. Lo conferma anche Nielsen: nell’anno finito a giugno 2021, sono aumentate le vendite nella grande distribuzione di tutti i liquori tradizionali, e in particolare di quelli a base di liquirizia, anice o frutta (rispettivamente +11,2%, +8,7% e +5,2%), di amaretto e sambuca (+7,9% e +5,7%), e di tutti gli altri liquori minori (+12,7%). Per non parlare degli amari: in 12 mesi ha realizzato oltre 20 milioni di euro di vendite aggiuntive (+13,7%).

Non solo un trend da lockdown

Certo lo spostamento dei consumi in Gdo si deve in parte alla chiusura dei locali pubblici dettata dal lockdown, ma non solo. Nielsen rileva che le vendite continuano a crescere mese dopo mese e l’Osservatorio Spirits di Nomisma conferma l’interesse anche nel post pandemia.

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A guidare i consumi nel prossimo anno saranno il made in Italy (39%), la provenienza dei liquori da territori specifici (10%), le limited edition e i prodotti realizzati con ingredienti particolari (14%). Coglie questi ultimi due trend la versione al peperoncino piccante calabrese del Vecchio Amaro del Capo della Distilleria F.lli Caffo che negli ultimi anni ha avuto crescite a due cifre, arrivando a coprire il 35% delle vendite degli amari in Gdo.

Del resto, il brand in questo mercato è determinante: secondo Nomisma, guida le scelte del 22% dei consumatori. Il ruolo della marca, unito al mix tra desiderio di esplorare nuovi gusti e di fare esperienze diverse, è il terreno favorevole anche per il successo dei craft spirits, indicati dal 14% dei consumatori come uno dei trend più promettenti del futuro e che già oggi vanta produttori di culto, come “l’alchimista” Baldo Baldinini con i suoi Di Baldo Spirits.

La new wave dei piccoli produttori...

La new wave dei liquori tradizionali coinvolge gli oltre 240 piccoli e medi produttori, che sono poi l’ossatura del comparto (sono l’80% delle aziende, secondo Federvini) e anche la memoria storica, come la Luxardo (26 milioni di euro di vendite, per il 70% realizzate all’estero), che festeggia i 200 anni di attività quadruplicando la capacità produttiva

Questo patrimonio storico ora è pronto a essere valorizzato anche dalla Ue grazie alla nascita del registro ufficiale delle bevande spiritose, che le inserisce nel sistema delle indicazioni geografiche. Ora si aspettano le procedure di riconoscimento dei consorzi di tutela per estendere anche ai liquori tradizionali le politiche che hanno decretato il successo dei prodotti Dop e Igp.

... e le mosse dei big

Intanto il settore ha catalizzato anche l’interesse di alcuni importanti competitor, come il Gruppo Montenegro che ha varato un progetto di valorizzazione dei suoi sei brand premium tradizionali, prodotti seguendo le ricette originali e con una lunga storia legata al territorio di origine (Nocino Benvenuti, Rabarbaro Bergia, Maraschino Buton, Coca Buton, Grappa Libarna e Oro Pilla): «Questa collezione racchiude tutte le caratteristiche del made in Italy di successo – afferma il marketing & new business director, Gianluca Monaco – e riteniamo che abbia un grande potenziale in Italia e soprattutto nei mercati internazionali»

Che l’export sia ripartito lo attesta Federvini: nel primo semestre 2021 ha raggiunto i 700 milioni di euro, aumentando del 25% (anche in volume) rispetto al 2020 ma anche del 10% rispetto al 2019. Logico che gli spirits italiani stuzzichino l’interesse anche dei grandi gruppi internazionali. Come Pernod Ricard che ha acquisito la distribuzione del rosolio di bergamotto Italicus, diventato in cinque anni un brand internazionale (è distribuito in 40 Paesi), centrando l’obiettivo di rilanciare la storica categoria del rosolio. Una sfida che sembrava impossibile e che oggi ha portato Italicus nei migliori bar e ristoranti del mondo come espressione del made in Italy.

«Nonostante il lockdown, tra 2020 e 2021 abbiamo fatturato oltre il 40% in più – dice Giuseppe Gallo, fondatore e ceo di Italicus – e con la riapertura dei locali prevediamo di raddoppiarlo in quest’anno fiscale. Inoltre, grazie all’accelerazione data dall’accordo con Pernod, pensiamo di raggiungere 1 milione di bottiglie entro fine 2022, con oltre un anno d’anticipo sulla tabella di marcia».

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