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Coronavirus, dalla saturazione all’aspirina: come curarsi a casa e quando andare in ospedale

Il documento del ministero della Salute è un vademecum sulla gestione del paziente, i farmaci da somministrare e i valori da tenere sotto controllo

di Marzio Bartoloni e Andrea Gagliardi

Covid, Iss: in un mese 12.904 morti e 800.953 casi

Il documento del ministero della Salute è un vademecum sulla gestione del paziente, i farmaci da somministrare e i valori da tenere sotto controllo


4' di lettura

Una saturazione dell’ossigeno sotto al 92% e una febbre sopra i 38 gradi da più di 72 ore. Ecco i due campanelli d’allarme che devono far scattare la reazione immediata dei malati di Covid e dei medici di famiglia che li assistono. È urgente cambiare terapia, chiamare le Usca (Unità Speciali di Continuità Assistenziale). E nel caso anche il «test della sedia» o il «test del cammino» confermino il livello di saturazione misurata dal saturimetro sotto il 92% - segnale di una polmonite in corso - chiamare il 112 e andare in ospedale. Arriva finalmente e dopo una lunga attesa (a 10 mesi dallo scoppio della pandemia) il documento ufficiale del ministero della Salute per la «gestione domiciliare del paziente con infezione da Sars Cov-2».

Il ruolo fondamentale del saturimetro

Fondamentale il ruolo del saturimetro. Il suo utilizzo diffuso «potrebbe ridurre gli accessi potenzialmente inappropriati ai servizi di pronto soccorso degli ospedali - si legge nella circolare - identificando nel contempo prontamente i pazienti che necessitano di una rapida presa in carico da parte dei servizi sanitari». Importanti a tal proposito l’esito del «test del cammino» (che si effettua facendo camminare l’assistito per un massimo di 6 minuti lungo un percorso senza interruzione di continuità di 30 metri monitorando la saturazione dell’ossigeno) e del «test della sedia» (che consiste nell'utilizzo di una sedia senza braccioli, alta circa 45 cm, appoggiata alla parete: il paziente, senza l’aiuto delle mani e delle braccia, con le gambe aperte all’altezza dei fianchi, deve eseguire in un minuto il maggior numero di ripetizioni alzandosi e sedendosi con gambe piegate a 90 gradi, monitorando la saturazione dell’ossigeno e la frequenza cardiaca mediante un pulsossimetro) per «documentare la presenza di desaturazione sotto sforzo

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IL MONITORAGGIO DEL PAZIENTE COVID

IL MONITORAGGIO DEL PAZIENTE COVID

Le terapie da utilizzare a casa

Il documento contenuto nella circolare della Salute è stato condiviso nelle settimane scorse anche con i medici di famiglia ed è un vero e proprio vademecum sulla gestione del paziente, le terapie e i farmaci da somministrare e i valori da tenere sempre sotto controllo. Il paziente da gestire a casa è quello definito «a basso rischio» che presenta una sintomatologia simil-influenzale (per esempio rinite, tosse senza difficoltà respiratoria, mialgie, cefalea); l’assenza di dispnea e tachipnea (documentando ogni qualvolta possibile la presenza di una saturazione dell’ossigeno sopra il 92%, i valori normali sono tra il 95 e il 98%), febbre sotto i 38 gradi o sopra da meno di 72 ore e anche sintomi gastro-enterici oltre ad astenia, ageusia e disgeusia (perdita o abbassamento del senso del gusto) e anosmia (perdita dell’olfatto). Questi pazienti vanno trattati con la misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria (il saturimetro) e trattamenti sintomatici (per esempio il paracetamolo) oltre ad «appropriate idratazione e nutrizione».

La terapia farmacologica

Il documento raccomanda di «non modificare terapie croniche in atto per altre patologie (come terapie antiipertensive, ipolipemizzanti, anticoagulanti o antiaggreganti) e di non «utilizzare routinariamente corticosteroidi» ma solo quando il paziente è grave e necessita «di supplementazione di ossigeno». Non vanno poi utilizzati antibiotici. Il loro eventuale uso è da riservare «solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore o ogni qualvolta in cui il quadro clinico ponga il fondato sospetto di una sovrapposizione batterica, o, infine, quando l'infezione batterica è dimostrata da un esame microbiologico». No anche all’utilizzo di idrossiclorochina «la cui efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici controllati fino ad ora condotti». Si raccomanda inoltre di «non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri conviventi per il rischio di diffusione del virus nell'ambiente».

Integratori inefficaci

Il vademecum sottolinea infine che «non esistono, a oggi, evidenze solide e incontrovertibili (ovvero derivanti da studi clinici controllati) di efficacia di supplementi vitaminici e integratori alimentari (ad esempio vitamine, inclusavitamina D, lattoferrina, quercitina), il cui utilizzo per questa indicazione non è quindi raccomandato».

L’importanza delle visite domiciliari

Qualora venga esclusa la necessità di ospedalizzazione, potrà essere attivata, con tutte le valutazioni prudenziali di fattibilità del caso, la fornitura di ossigenoterapia domiciliare.Nel caso di aggravamento delle condizioni cliniche, durante la fase di monitoraggio domiciliare, andrà eseguita una rapida e puntuale rivalutazione generale per verificare la necessità di una ospedalizzazione o valutazione specialistica, onde evitare il rischio di ospedalizzazioni tardive. È largamente raccomandabile che, in presenza di adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale (mascherine, tute con cappuccio, guanti, calzari, visiera), i medici di medicina generale e i pediatri, anche integrati nelle Usca, possano garantire una diretta valutazione dell’assistito attraverso l’esecuzione di visite domiciliari.

L’obiettivo di non affollare ospedali e pronto soccorso

La guida ricorda che i dati di letteratura attualmente disponibili hanno evidenziato un’associazione significativa tra l’incidenza di forme clinicamente severe d’infezione da SARS-Cov2 e l’età avanzata (soprattutto oltre i 70 anni), il numero e la tipologia di patologie associate. Si parte perciò dalla necessità di «razionalizzare le risorse al fine di poter garantire la giusta assistenza a ogni singolo cittadino in maniera commisurata alla gravità del quadro clinico». Una corretta gestione del caso fin dalla diagnosi consente di «attuare un flusso che abbia il duplice scopo di mettere in sicurezza il paziente e di non affollare in maniera non giustificata gli ospedali e soprattutto le strutture di pronto soccorso».


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