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Dalla sindrome della papera al quiet quitting: così cambia il mondo...

Due modalità strategiche diametralmente opposte per gestire lo stress e le richieste pressanti sul lavoro e in famiglia (e le proprie aspirazioni)

di Eva Campi *

(REUTERS)

4' di lettura

Il termine “sindrome della papera” ha origine dall’immagine di un’anatra che, mentre sembra scivolare calma sulla superficie di un placido laghetto, in realtà sta remando freneticamente con le zampe, solo per rimanere a galla. Questa sensazione di “stare sopra l’acqua ’’ può essere attribuita a qualsiasi persona che può sembrare rilassata e sotto controllo all’esterno ma, sotto sotto, sta lottando per mantenersi al passo delle richieste pressanti del lavoro, della comunità, della famiglia e delle proprie aspirazioni.

La sindrome dell’anatra è spesso riscontrata tra i giovani che essendo stati “i grandi pesci nel laghetto ’’ al liceo o all’università - dei talenti, insomma - sono abituati ad essere popolari e performanti e quindi richiedono a sé stessi di essere sempre al top anche nelle fasi della vita successive. La sindrome dell’anatra non è una diagnosi medica ufficiale. Tuttavia, dire che se ne soffre significa riconoscere alcuni sintomi, quali la depressione, l’ansia o qualche altra forma di disagio psico-fisico in reazione a stress estremo.

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Sappiamo che le reazioni allo stress possono essere diverse. Alcune persone lo affrontano bene e alcune persone scoprono che il loro stress si aggrava, indipendentemente da quello che fanno. Le reazioni fisiche allo stress estremo nei casi di sindrome dell’anatra sono ugualmente varie. Mentre alcuni riferiscono che lo stress dà loro mal di testa, disturba il loro sonno e offusca la loro concentrazione, altri riferiscono di sentirsi tesi o arrabbiati.

Quando lo stress diventa prolungato e grave, questa sensazione opprimente può condurre al burnout, che consiste nella completa mancanza di interesse della persona per le attività che prima lo eccitavano e coinvolgevano. Si diventa insensibili a tutto e si cercano vie di fuga, per sopravvivere. Le ragazze in ambito universitario e le donne nel mondo del lavoro hanno maggiori probabilità di essere colpite da questa sindrome e si ritiene che ciò sia dovuto, in parte, alle differenze di genere, nonché ai modi in cui le femmine sono incoraggiate a rispondere alla pressione che la vita e le aspettative sociali riversano su di loro.

Ora, mentre leggete queste righe, sono certa che molti di voi riconoscano di averla attraversata, almeno una volta, questa sensazione di “anatra esausta”. Io almeno ne porto ancora i segni, forse in parte perché sono una donna, ma credo anche perché sia il modo con cui, molti di noi, siano stati abituati ad affrontare le sfide e le difficoltà per emergere e riuscire. Portare il risultato sempre, anche se ci è costato lacrime e sangue; mai un cenno di sofferenza, dimostrare facilità in tutto, perché se ammettiamo di aver fatto fatica, allora vuol dire che “non siamo fatti per questo o quel lavoro” …e via così in un turbinio di incarichi sempre più difficili, sfidanti e solitari. Ma con il sorriso stampato in faccia, pensando che sia il modo giusto o l’unico modo.

Sacrifici e competizioni che siamo convinti valgano la pena di essere affrontati perché in gioco c’è la nostra affermazione, quello che vogliamo fare, veramente. Fino a quando avviene un cambio di rotta e anche le anatre più motivate smettono di remare. È avvenuto e sta avvenendo nella post pandemia Covid 19. Il fenomeno della Great Resignation, le grandi dimissioni, ci ha già messo di fronte a questo cambio di paradigma, ma il Quiet Quitting, l’abbandono silenzioso, è probabilmente il segnale inequivocabile che la cultura del workaholic sta vedendo il suo tramonto.

Oltre 4,6 milioni di persone seguono già l'Hashtag #Quiet Quitting su TikTok, inutile dire che sono quasi tutti appartenenti alla generazione Z (1997-2012), quella che, invece, secondo lo stereotipo, dovrebbe avere “l’energia del mai stanco”, dell’anatra di cui sopra, insomma. Potremmo chiederci se questo fenomeno, che in poche parole significa “fare ciò che è richiesto nel tempo dato e poi dedicarsi alla propria vita privata per avere un maggior worklife balance”, colpisca solo questa generazione.

Ecco cosa ci dicono i dati. La generazione Z ha raggiunto la maggiore età oppure è entrata nel mondo del lavoro, in mezzo al crescente attivismo alimentato dalla pandemia, dall’omicidio di George Floyd, dalle disuguaglianze razziali, dalla crisi climatica, dall’epidemia di violenza e hate-speech e dall’invasione russa dell’Ucraina. Di fronte a questo scenario, secondo McKinsey, i lavoratori della Generazione Z di età compresa tra i 18 e i 24 anni apprezzano maggiormente la flessibilità e un lavoro che abbia un significato oltre la mera produttività.

Ma non è tutto. Ciò che emerge dalle ricerche è che anche i Millennial e i membri della Generazione X (tra i 25 e i 45 anni circa) stiano rivedendo le loro priorità, cercando un lavoro autonomo o nuovi tipi di lavoro, la cosiddetta “economia della passione”, in cui le persone fanno di più ciò che amano. Sembra quindi che questa reazione alla gestione del post emergenza sia intergenerazionale. Insomma, di energia e di voglia di fare e realizzarsi ce n’è, ma, per molti, sembra trovare il suo spazio al di fuori dell’ambito lavorativo.

È evidente, qualcosa non sta funzionando nella gestione del new normal, ma siamo in tempo per rimediare. Due aspetti appaiono evidenti. Il primo, aver sottovalutato l’impatto dell’onda lunga della fatica e dello stress dei due anni trascorsi si sta rivelando un boomerang. Adottare la modalità da “papera” non è più sostenibile di fronte ad un cambiamento d’epoca (e non un'epoca di cambiamenti).

Il secondo ha a che fare con il senso del lavoro, l’appartenenza, l’apprezzamento, il valore aggiunto dell’unicità. In poche parole, ha a che fare con la capacità che le organizzazioni avranno nel far evolvere la propria cultura organizzativa verso la sostenibilità inclusiva e consapevole. A chi tocca fare questo salto di paradigma? Un po’ a tutti, ma a chi gestisce persone di più. Ma l’avevate già capito.

* Partner di Newton Spa


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