ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùil cremlino in medio oriente

Dalla Siria alla Libia, così si complica il progetto di Putin

L’eventualità di un conflitto Iran-Usa metterebbe a rischio lo status di potenza militare e di grande mediatore regionale di Mosca

di Antonella Scott


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Dicembre 2017: Vladimir Putin si rivolge alle truppe russe impegnate in Siria

2' di lettura

La Borsa di Mosca a un nuovo massimo storico, il petrolio in aumento di 3 dollari al barile, l’oro vicino ai picchi di sei anni: e uno scenario di pericolosa instabilità che si apre, a causa degli Stati Uniti, nella regione in cui Mosca ha - o sembrava aver raggiunto - un autorevole ruolo di regista in grado di parlare a tutti gli attori coinvolti. Il solo Paese ad avere in mano le carte per evitare l’irreparabile. Non è quello a cui Vladimir Putin ha sempre aspirato? A prima vista, e al di là delle prevedibili dichiarazioni di condanna e condoglianze, si potrebbe pensare che l’uccisione del generale Qassem Soleimani non sia dispiaciuta troppo al Cremlino.

Ma guardando oltre, il quadro si complica terribilmente anche per gli equilibri costruiti da Mosca, chiamata a dimostrare nei fatti il proprio legame con gli alleati iraniani in un eventuale scontro diretto con Washington; e nello stesso tempo a tenere le fila del legame con i sauditi, con cui i russi stanno coordinando la politica energetica; con la Turchia, ora che il presidente russo e quello turco, Recep Tayyep Erdogan, rischiano di trovarsi uno di fronte all’altro in Libia; con Israele, da cui Putin non può prescindere nella gestione del conflitto siriano, e nella ricomposizione politica a cui aspira: ed è soprattutto in Siria che la Russia subirà le conseguenze delle future mosse iraniane.

Come ha scritto sul Moscow Times con lungimiranza nei giorni scorsi Marianna Belenkaja, inviata per Kommersant,«nel 2020 la sfida principale per la Russia in Medio Oriente sarà provare di non aver costruito un castello di carte che possa crollare in ogni momento». La sfida si è concretizzata ancor prima del previsto: il Medio Oriente in cui Mosca ha ritrovato un proprio ruolo era un Medio Oriente in cui gli americani avevano fatto più di un passo indietro. Quell’influenza ora è da dimostrare.

Eppure, in caso di guerra, non è facile immaginare fino a che punto i russi sarebbero disposti a farsi coinvolgere per difendere Teheran: molto probabilmente non desiderano andare oltre la fornitura di armamenti e altri sistemi di difesa missilistica, o al massimo mettendo a disposizione altri contractors, i mercenari del misterioso gruppo Wagner già impiegati in Siria e ora in Libia. Uomini - e potenziali perdite - poco identificabili.

Lo stesso legame tra Putin e Soleimani è avvolto nel mistero. Nell’autunno 2015 l’agenzia Reuters riferiva di una precedente visita del generale a Mosca, in luglio: il primo passo dell’intervento militare russo che, a fianco delle forze speciali iraniane, avrebbe cambiato le sorti della guerra in Siria, a vantaggio del presidente Bashar Assad. Sarebbe stato proprio Soleimani, l’architetto dell’influenza iraniana in Siria e in Iraq, a convincere Putin.

«Amico mio, Qassem», così Putin si rivolgeva a Soleimani, secondo fonti anonime riportate all’epoca dalla Fars, l’agenzia di notizie iraniana. Eppure, il Cremlino ufficialmente ha sempre tenuto le distanze dall’uomo che rivestì un ruolo chiave nell’organizzare l’intervento russo-iraniano in Siria: sotto sanzioni americane, nella lista nera delle Nazioni Unite. «Siamo molto meravigliati - aveva fatto sapere il ministero degli Esteri russo all’epoca smentendo ogni incontro con Putin -: il signor Soleimani non è a Mosca».

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