Opinioni

Dalla svolta etica di Wall Street una chance anche per l’Italia

di Umberto Tombari


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(Agf)

3' di lettura

Quali scopi deve servire e quali finalità può perseguire la grande impresa in un contesto globale così complesso?

Nei corsi e ricorsi della Storia, la narrazione friedmaniana (obiettivo della corporation è creare valore per i soci) è attualmente al centro di critiche e revisioni.

E la dichiarazione della Business Roundtable di pochi giorni fa è un ulteriore passo in questa direzione. Per la prima volta nella vita di questa associazione, i 181 firmatari appartenenti al mondo della grande Corporate America non hanno dubbi: accanto al profitto per gli azionisti, occorre perseguire anche gli interessi di altri stakeholder (dipendenti, fornitori, consumatori, comunità locale).

È in atto una svolta etica del capitalismo? O siamo solo in presenza di generiche e superficiali affermazioni di un mondo che non ha alcuna volontà di cambiare?

Il punto è un altro. In un momento storico caratterizzato da intollerabili disuguaglianze, da crescenti rischi ambientali e da forti difficoltà degli Stati nazionali a perseguire adeguate politiche di welfare, la grande impresa non può non interrogarsi sul proprio ruolo sociale, rilegittimando se stessa come soggetto più inclusivo.

E ciò a maggior ragione se consideriamo che, secondo dati Ocse del 2017, tra le cento maggiori economie mondiali compaiono 65 gruppi multinazionali e solo 35 Stati.

Come ha ricordato anche Raghuram Rajan, le corporation non sono state create per essere organizzazioni politiche e occuparsi di problemi generali, ma devono avere il coraggio di farsi sentire quando i cardini essenziali della società sono a rischio, perché nel lungo periodo questo influirà sulla capacità di chiunque di generare profitti.

Al dibattito in corso manca tuttavia un pezzo.

In ogni realtà avanzata, gli organi amministrativi non sono liberi di scegliere il fine della propria società: non si muovono in spazi vuoti, ma all’interno di un reticolato di regole.

È allora da chiedersi se il diritto societario sia pronto per questa rivoluzione.

La grande società per azioni incide su una pluralità di interessi potenzialmente conflittuali; talvolta per aumentare i profitti dei soci occorre tagliare posti di lavoro o investire meno in politiche di sostenibilità sociale e ambientale.

Come si pone il “diritto” rispetto a questo tema centrale?

In linea generale, sono sempre maggiori gli ordinamenti orientati a dare una rilevanza, più o meno diretta, anche a interessi diversi da quelli dei soci. Ad esempio, la Francia con una recentissima legge del 22 maggio 2019 ha fatto un importante passo in questa direzione. Emerge tuttavia un dato comune: nei Paesi a economia liberale nessuna esperienza giuridica ha risolto in modo chiaro e definitivo il problema e ampi sono i margini di discrezionalità che restano affidati agli amministratori.

Per quanto riguarda l’Italia, siamo ancora dominati da un paradigma lucrativo fondato sull’articolo 2247 del Codice civile; lo stesso Codice di autodisciplina prevede che il cda persegua l’obiettivo prioritario della creazione di valore per gli azionisti in un orizzonte di medio-lungo periodo.

In questo contesto, la proposta è allora quella di introdurre una nuova disposizione di “diritto societario comune”, in forza della quale consentire ai soci di utilizzare la società e quindi anche la grande impresa azionaria alternativamente (nel senso che sarebbe possibile scegliere una delle tre seguenti “funzioni”): i) per perseguire, in via esclusiva, “interessi lucrativi” (come nell’ordinamento attualmente vigente); ii) per contemperare “interessi lucrativi” e “beneficio comune”, generalizzando, con le opportune modifiche, il modello della società benefit; iii) per perseguire unicamente finalità “non lucrative”, ossia solidaristiche e di utilità sociale.

La società per azioni si configurerebbe come un modello organizzativo funzionalmente orientabile e consentirebbe alle grandi imprese italiane di orientarsi verso quello più idoneo (in modo molto più chiaro rispetto a ora) a contemperare il profitto per gli azionisti con il beneficio comune.

Potrebbe essere una risposta chiara del Sistema Italia alla richiesta rivolta alle grandi corporation, da parte di un numero sempre maggiore di grandi investitori (a cominciare da Larry Fink, ceo di BlackRock), di perseguire anche finalità “sociali” nell’interesse di tutti gli stakeholder.

Le grandi società possono e devono essere un fondamentale motore di sviluppo e di proposizione di nuovi paradigmi di sostenibilità. Mettiamole nelle condizioni di avere una cornice giuridica chiara e adeguata. Per il nostro Paese un’opportunità da non perdere.
Ordinario di Diritto commerciale all’Università di Firenze

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