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Dalla vela all’architettura la sfida hi tech di i-Mesh, il tessuto super tecnico

Nelle Marche

di MIchele Romano

Progettata dall'architetto tedesco Werner Sobek per Expo Dubai 2020 , è la più grande copertura retrattile della storia con i suoi 2,7 km di tessuto tecnico per una superficie totale di 53.000 mq

2' di lettura

«Dalla progettazione di barche alla progettazione dell'architettura di terra potrebbe sembrare un salto iperbolico, ma alla fine si tratta dello stesso esercizio: realizzare materiali confortevoli, con i quali trovarsi a proprio agio. Come dev'essere per chi va per mare». Trent’anni nella nautica poi la scelta di orientarsi a un settore completamente diverso, ma solo nell'immaginario collettivo. Quando Alberto Fiorenzi fondò Sailmaker International, 10 anni fa, aveva ben chiaro che la sua prima avventura imprenditoriale lo avrebbe accompagnato anche per la crescita della sua seconda creatura, nel tessile: «Ero in possesso di una tecnologia che mi consentiva di realizzare materiali in piena libertà, direzionando le fibre come volevo, e ottenendo una specie di tessile diversa dal convenzionale» spiega.

Il resto l’hanno fatto la ricerca, su come utilizzare le fibre materiali e sui riferimenti artistici, a cominciare dal tema del viaggio che si ritrova in diversi manufatti finali, e le contaminazioni rese possibili da architetti, ingegneri, esperti di materiali, designer computazionali e curatori d’arte, perché quel che conta in questo progetto è il pensiero. Così è nato i-Mesh, prima a Numana ora a Castelfidardo, alle porte di Ancona, un tessuto tecnico per l'architettura, «fibre eterne e performanti» che possono essere applicate sia all'interno (tendaggi high-tech, separatori verticali, controsoffitti, skyroof e arazzi), come hanno fatto Dior, per lo store agli Champs Elysées e in altre decine nel mondo, Msc per gli uffici di Tokyo, Virgin Galactic per lo Spaceport America nel deserto del Nuovo Messico; sia per l’esterno, dove i-Mesh filtra e riflette l’eccessivo irraggiamento solare, fornendo luce e garantendo al tempo stesso comfort termico e visivo, come è stato per i 53mila mq. di copertura forniti all’Expo di Dubai, dove il tessuto è capace di resistere anche una tempesta di sabbia.

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«Architettura morbida» la chiama Fiorenzi, che non è solo una questione di materiali ma piuttosto di rapporto fisico tra l’industria e gli architetti, «che devono essere consapevoli dei materiali, perché la conoscenza fino al dettaglio estremo è fondamentale per i loro progetti». «Vogliamo essere promotori di questo approccio e che l’architetto possa chiedere lo stesso approfondimento e livello di attenzione alle altre aziende che fanno materiali». Un approccio di consapevolezza, favorito da una produzione completamente 4.0 («la tecnologia è prodotta in gran parte in casa») e da un tessuto completamente green, composto da sei tipi di fibre e un polimero termoplastico, che può essere separato dalle fibre durante le operazioni di riciclo. Non a caso, per Sailmaker International il presente sono soprattutto Giappone, Europa e Cina e il futuro sarà il Medio Oriente, grazie alla Saudi Vision 2030 e ai suoi progetti di sostenibilità ambientale.

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