riforme

Dalle ceneri del referendum ai fondi in manovra, la seconda vita delle Province

di Marta Paris

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(Carlo Carino Imagoeconomica)


3' di lettura

Le province sono morte, lunga vita alla province. Lasciate alle spalle le rovine della riforma costituzionale che avrebbe dovuto scrivere la parola fine anche sulla loro esistenza nell’ordinamento della Repubblica, i nuovi “enti di area vasta” sembrano conoscere una seconda giovinezza. Prima lo stop del Consiglio d’Europa alla loro abolizione qualche giorno fa («rivedere la politica di progressiva riduzione e di abolizione delle province, ristabilendone le competenze, e dotandole delle risorse finanziarie necessarie per l'esercizio delle loro responsabilità»), poi la manovra per il prossimo anno che stanzia nuovi fondi: 250 milioni nel 2018 e 220 milioni nel biennio 2019-2020. Il tutto a oltre tre anni dalla riforma Delrio ( legge 56/2014) che ne ha ridimensionato il ruolo sostituendole con nuove amministrazioni di secondo livello, senza elezione diretta degli organi governo, lasciando il passo alle città metropolitane e ridistribuendo risorse e funzioni tra i diversi livelli di governo territoriali.

I TAGLI ALLE EX-PROVINCE

Contributo chiesto agli enti di area vasta a partire dal 2011. In milioni di euro. (Fonte: elaborazioni Ufficio valutazione impatto del Senato)

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Dalle strade alle scuole le funzioni fondamentali
Le “ex” province devono garantire la sicurezza di 5.179 edifici che ospitano 3.226 scuole superiori (il 70% non ha certificazioni antincendio, il 41,2% è in zona a rischio sismico, il 9,8% a rischio idrogeologico) frequentate da 2,6 milioni di studenti. Hanno la responsabilità della manutenzione di 130mila chilometri di strade e 30mila tra ponti, viadotti e gallerie. Si devono occupare di difesa del territorio e tutela dell’ambiente.

Riforma completa, quattro modelli sul territorio
A tracciare lo stato dell’arte della riforma Delrio è l’Ufficio valutazione impatto del Senato che evidenzia come, benché con grosso ritardo, l’attuazione della riforma delle Province in capo alle Regioni, a tre anni e mezzo dall’avvio, sia ormai completa con un assetto istituzionale delle autonomie territoriali tendenzialmente definito, seppur con risultati differenziati sul territorio. Sostanzialmente sono quattro i modelli a cui possono essere ricondotte le scelte fatte per la redistribuzione dei compiti degli enti di area vasta. Basilicata, Calabria e Marche hanno voluto una forte centralizzazione delle titolarità delle funzioni nella Regione con tendenziale esclusione degli altri enti territoriale. In altre cinque - Abruzzo, Umbria, Toscana, Lazio e Lombardia -  l’accentramento qualitativo e quantitativo a livello regionale è temperato dal trasferimento di alcune funzioni rilevanti delle ex province ai Comuni. Più omogenea la distribuzione tra vari livelli territoriali in Veneto, Molise, Piemonte, Liguria, Puglia e Campania. Unico invece il caso dell’Emilia Romagna che ha assegnato a ciascun livello di governo specifici compiti: alla Regione l’attività di programmazione, indirizzo e, in alcuni casi anche di controllo, alle ex province funzioni di programmazione coordinamento nel proprio ambito di competenza, ai comuni le funzioni amministrative di gestione.

Il nodo risorse
Dalla fotografia dell’Uiv di palazzo Madama se il collocamento del personale degli Eav è stato completato, sanando le situazioni di esubero che si erano generate all’inizio (solo 44 dipendenti non hanno preso servizio presso la nuova amministrazione di destinazione), il vero nodo del riordino delle province resta quello di carattere economico. A fronte dei risparmi nel breve periodo (sulle indennità degli amministratori e i gettoni non erogati ai consiglieri) l’attuazione della riforma ha dovuto fare i conti con i tagli che hanno contraddistinto la politica degli ultimi anni, condizionando i bilanci e l’attività degli enti di area vasta fin dal 2010, per toccare il picco con la legge di stabilità del 2015, che ha imposto di riservare alle casse dello stato oneri che, dal 2017, sono pari a tre miliardi di euro annui. Stretta che si aggiunge ai tagli di spesa decisi in precedenza. L’ultima valutazione del Sose, la società del Mef che si occupa dei fabbisogni standard degli enti locali, ha calcolato in 651 milioni lo squilibrio complessivo tra le entrate e le spese delle province nel 2017.

L’inversione di tendenza
La stretta sulle risorse ha portato Governo e Parlamento a introdurre fin dal 2015 a favore delle ex province misure di carattere finanziario (finanziamenti specifici) e contabile (come la possibilità di approvare il solo bilancio annuale, l’ utilizzo degli avanzi di amministrazione per raggiungere l’equilibrio di bilancio, la rinegoziazione dei mutui con la Cassa depositi e prestiti). Tanto che negli ultimi due anni si è registrata un’inversione di tendenza, che comunque non azzera lo squilibrio sebbene si riduca di circa 371 milioni di euro (si veda il grafico sotto).

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