premio italo calvino - racconto n. 4

Dalle correnti esco

di Alice Lucci


7' di lettura

ore 8.35 CAMPANE A SBATTERE PER 18 MINUTI

ore 9.17 CAMPANE, 6 MINUTI – troppo veloci

ore 10.22 CAMPANE (ho scritto qualche pagina, pulito il bagno e ancora suonano)

ore 12.04 3 RINTOCCHI e poi basta

Da quando ci hanno ordinato di stare tutti chiusi in casa, il ragazzo che fa suonare le campane fa quel che vuole col tempo.

Lo chiamano Giona, per quella faccenda della balena, perché il suo ragionare rimbalza e rimbomba come dentro la pancia di un grande pesce.

Giona è ritardato. Insomma, uno di quelli lenti che capiscono poco, o capiscono quello che vogliono loro. Il prete l'aveva chiamato in chiesa e messo lì perché non desse fastidio e avesse qualcosa da fare con le campane, perché non si facesse prendere in giro dai ragazzi del bar.

E adesso che stiamo tutti chiusi dentro, non lo controlla nessuno. Tanto, in quella sua testa sott'acqua, che vuoi che gli possa capitare ormai? dice mia mamma. E che vuoi che faccia succedere a noi?

Allora lo vediamo dalle nostre finestre che gironzola da solo per le strade come se niente fosse. Che qui mica c'è la polizia a controllare, il paese è piccolo – ci controlliamo da soli, ci spaventiamo da soli.

Oggi l'ho visto arrivare. Si è affacciato ai vetri della cucina – noi dentro. Ha salutato con la mano e ha perfino sorriso. È entrato in chiesa e si è rimesso a suonare le campane senza misura né ordine.

Il tempo del paese è allora sempre in anticipo, o sempre in ritardo. Scappato fuori dalla balena. Un tempo libero.

– Dimentica di fare preghiera così, non so quando è ora a șsasea, mezzogiorno, prima di pranzo, che Dio dimentica poi di me, che non vede me a casa, che è qua Irina, non a casa e dimentica di fare preghiera, se tutti dimentica poi Dio cosa fare, Dio non sa cosa fare, anche lui annoia.

Irina è la badante del piano di sopra dove vive una signora che non parla più, non mangia più, non si muove, aspetta. Irina la gira, la veste, l'accarezza, la rigira, la scuote, le urla Buongiorno, le grida Buon appetito, la pettina.

Lo racconta a mamma dal balcone. Da qui, dal basso, si vedono le sue gambe con calze e pantofole, si parla con loro e si immagina Irina truccata come se ci fosse sempre qualcuno a guardarla, pettinata come se non ci fosse filo d'aria a spostarla.

È rimasta incastrata al paese.

– Non cambia cosa fa Irina, io sempre qui anche prima, bello era fare spesa e salutare gente che conosce, quando giorno libero vedeva altre amiche badanti, Maria Catia Olga, anche loro in casa adesso, non cambia cosa fa nel giorno, cambia cosa Irina pensa quando notte, perché non muove e non stanca e non fa preghiera, allora Irina pensa tanto, manca la mia casa vera. La sua voce rintrona più delle campane, cambia tono ma non ritmo.

Oggi non mi va di ascoltarla, oggi no. Oggi non mi va nemmeno di incontrare mia madre. La evito, giro per le stanze – quattro stanze, una due tre quattro e il bagno – mi chiedo cosa posso scrivere ancora per far passare il tempo.

ore 14.15 CAMPANE (poco, veloci, distratte)

Chissà dove è andato Giona, fuorilegge delle passeggiate.

Ho aperto la finestra per cercarlo, per sporgermi e vedere tutto il sagrato.

Si è alzato un vento muto. Si sente che smuove qualcosa nell'aria ma niente si sposta.

Non è stagione di foglie secche, dentro a questo mio orizzonte non ci sono alberi, panni ad asciugare, sacchetti di plastica a gonfiarsi. Un vento muto come se nevicasse, un silenzio di neve caduta in estate. Eppure in questo mondo non abitato qualcosa scorre, lo sentiamo, lo sappiamo. Qualcosa che non siamo noi.

– L'Irina dice che ci sono i cinghiali in piazza!

Mia mamma ha parlato. Ha deciso di parlare ancora, dalla stanza numero due.

– Capito? L'Irina dice che ci sono i cinghiali in piazza!!!

Undici passi. Sono entrata nella stanza numero due.

– Mamma, non urlare.

– Ti immagini? I cinghiali in piazza! Si saranno messi a mangiare l'immondizia! Magari quando usciremo li troveremo seduti sulle panchine sotto la palma! O a parlare con la statua di Garibaldi! Pure il sindaco sarà un cinghiale!

Mamma è la donna del punto esclamativo. Anche oggi – ancora oggi – termina ogni sua frase con un'enfasi come se le pause fossero pacchetti regalo scartati di sorpresa in cima alle montagne russe.

Non la sopporto più, mia mamma, ma la scuso perché anche io devo essere insopportabile ormai. Ero qui quando ci hanno ordinato di fermarci. Ero qui. Non è colpa sua. Non è detto nemmeno che sia la sua fortuna. Ero qui e resto qui. Lei ride, dice che non sarebbe mai capitato di avermi in casa per così tanto tempo. Ha qualcuno per cui cucinare, ci si impegna, rovista ricette antiche, costruisce il menù del giorno.

Ha scoperto la tuta e la indossa ogni mattina dopo il caffelatte. Zoccoli e pantaloni sintetici con il marchio americano, fabbricati in Bangladesh, consigliati da una rumena, comprati al negozio cinese, prima che i confini si facessero stretti.

– Mamma, non urlare.

– Hai scritto? Scrivi? C'hai una consegna? Una data?

– Ho scritto, scrivo, per nessun scadenza, non ci sono più scadenze.

– Senti! Lo senti? Si è alzato un po' di vento! Chissà che non porti tutto via!

ore 17.02 CAMPANE A RITMO (quale?) per qualche minuto (quanti? non so)

Mi sono scaraventata alla finestra per vedere Giona. È uscito di corsa, ha saltato in un balzo i tre gradini della chiesa. Portava un mantello, ne sono certa, legato al collo, lungo fino alle cosce. Rosso. Non mi ha visto. Anche se gli ho fatto segno con le braccia cercando di sembrare movimento da riconoscere in mezzo a questa inerzia. Non l'ho chiamato. La mia voce sarebbe stata uno squarcio, non ce l'ho fatta a violentare il silenzio. Ho abbozzato un gesto di vago saluto con le braccia. Se si fosse avvicinato gli avrei chiesto dei cinghiali. Solo lui sa se il paese è governato dai cinghiali.

Ho richiuso la finestra.

Fuori si è alzato il maestrale.

Vorrei infilarmi le scarpe da ginnastica – che non ho qui – e correre da muro a muro della stanza quattro, sbattere sulla parete, far finta di essere tempesta e inventare una nuova bestemmia. Invece mangio cioccolata. E rifaccio il letto. E metto in ordine i libri. E sistemo i vestiti sulla sedia con simmetria. E pulisco il lavandino. E mi accorgo di una piccola ragnatela che ieri non c'era.

Di cosa scrivere? Sembra di essere fantasmi che occupano le stanze. Abbiamo ingombri fatti di carne e sudore, ma non ci sono più idee interessanti da appoggiare alle parole.

– Per cena faccio il pollo!

Di cosa scrivere?

– Capito? Per cena c'è il pollo!!

Poche povere parole a contaminare la casa. Parole che si ripetono, in esilio, stanche.

– Pollo e melanzane! Me le ha tirate l'Irina dal balcone! Sempre gentile, l'Irina! La invito a cena appena posso!

Appena posso. Cosa fare, appena potrò?

ore 19 CAMPANE – puntuali senza scopo, ma solo 13 rintocchi (senza senso)

Con il pollo in tavola non mi è concesso alzarmi. Non ci ho nemmeno provato a sfidare la faccia compiaciuta di mia madre che tagliava la coscia e me la spingeva nel piatto come se avessi sei anni.

Una tortora è arrivata sulla finestra e ha passeggiato avanti e indietro, velocemente, come vorrei fare io in scarpe da ginnastica. Poi però è volata via, senza incertezza.

– Il pollo non vola, vero?!

– No mamma, non vola.

– Come noi! Lo sai che prima ho visto un aereo? Una striscia nel cielo fino alla punta del campanile! Qualcuno vola, qualcuno si muove! Anche solo uno! Anche solo il pilota!

Allora mi sono alzata, non ce l'ho più fatta. Sono corsa in camera. Ho tradito il pollo, mamma, la tortora, il pilota. Ma non ce l'ho più fatta a stare nelle cose, a infestare la casa, a maneggiare parole sterili.

Sono adesso nella mia stanza quattro e aspetto che suonino le campane. Che sia un orario qualsiasi, un tempo smisurato, per un qualunque vacillante perché, non mi interessa. Io aspetto Giona.

ore 20.25 UN SOLO RINTOCCO, dong – campane lasciate a rimbalzare e perdere volume

Finestra spalancata, luce accesa per farmi esistere. La piccola porticina laterale della chiesa si è aperta e Giona si è affacciato, sospettoso. Il buio fa pensare ci siano occhi affamati a spiarci pronti a divorarci. Poi però è uscito, ha imbastito due passi di danza col mantello a fargli da compagno di ballo.

Io ho lasciato cadere lontano la palla di mia madre, quella con cui fa ginnastica in camera. Una palla pesante e sgonfia. Giona si è accorto dei suoi rimbalzi ammaccati ed è andato a raccoglierla. Mi ha visto, si è avvicinato timidamente.

– È caduta da me.

Il mondo fuori è di Giona, la sua casa.
Ha una faccia buffa, Giona. Assomiglia alle nuvole che lasciano passare i raggi del sole sotto il temporale.

– Se vuoi puoi tenerla.

– Non mi serve.

Allora ha appoggiato la palla a terra, come se l'avesse valutata oggetto-non-prezioso ed è rimasto a fissarmi.

– Giona, è vero che in piazza ci sono i cinghiali?

– No, ci sono i fidanzati nascosti in spiaggia.

– I fidanzati?

Ha fatto sì con la testa ed è corso via, come la tortora.

Ho guardato la palla. Non sono uscita per raccoglierla. Domani sarà ancora lì, sempre che non la porti in giro il vento.

I fidanzati nascosti.

Immagino allora che i giovani amanti di questo piccolo paese scappino di casa tutti alla stessa ora, di notte, organizzati in uno sciame pirata. Vestiti di colori scuri, cauti decisi zitti, si incontrano sui sentieri che scendono alla cala. Li immagino adesso là fuori, in mezzo agli scogli, qualcuno sotto un cespuglio, qualcun altro vicino alle case abbandonate dei pastori, baciarsi, toccarsi, stringersi, abbracciarsi. Il rumore dell'acqua spinta dalla corrente, la luce di qualche stella, il maestrale che sposta i capelli. Sono emozionati e impauriti. Si chiedono se sopravvivranno. Eppure continuano a baciarsi.

Penso a Giona scappato dalla balena che li fa esistere tutti, guardandoli, sapendoli, testimone della loro fuga collettiva, del loro volersi insieme.

E poi vedo me che da qui dentro, rinchiusa, faccio esistere tutti inventandoli, per costruire il mio personale pezzo di questo immenso ricordo universale.

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