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Dalle imprese culturali e creative, 830mila posti di lavoro

Presentata la prima indagine sul settore di Intesa Sanpaolo-Mediocredito: un’industria ad alto potenziale, che vale l’1,7% del Pil del Paese e il 2,3 del valore aggiunto

di Giovanna Mancini


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2' di lettura

Sono dinamiche, giovani, ottimiste e pronte a investire sul futuro. Purtroppo devono fare i conti con una mancanza endemica di risorse finanziarie che ne limita l’attività. E questo spiega in parte perché, pur essendo l’Italia uno dei Paesi con il più grande patrimonio culturale al mondo, l’industria della cultura e della creatività incide appena dell’1,7% sul Pil del Paese (contro il 2,8% del Regno Unito o l’1,8% della Germania) e del 2,3% sul valore aggiunto (contro una media Ue del 2,7%).

La prima indagine Intesa-Sanpaolo con Mediocredito sulle imprese culturali e creative italiane (che include biblioteche, musei, archivi teatri e altre attività culturali, ma anche spettacolo dal vivo, musei, editoria, musica, produzioni video...) fotografa una galassia dalle grandi potenzialità, che dà lavoro a 830mila persone, mediamente più giovani e qualificate rispetto ad altri settori industriali italiani.

«Questa ricerca conferma che la cultura è economia – spiega Gregorio De Felice, chief economist di Intesa-Sanpaolo – perché genera fatturato e occupazione non soltanto in termini di turismo, ma come industria vera e propria a se stante». Eppure, come dimostra il confronto con gli altri Paesi europei, «si tratta di un settore ancora poco valorizzato, con un potenziale maggiore rispetto a quanto finora sfruttato», aggiunge De Felice.

Se infatti la connessione tra turismo e cultura pone le città italiane a un buon livello nel confronto internazionale, lo stesso non si può dire del legame tra cultura e benessere complessivo dei cittadini , che vede il nostro Paese indietro. Per accrescere la ricchezza generata dall imprese culturali occorrerebbero maggiori investimenti: «Queste aziende sono ben disposte a investire – osserva De Felice –: il 67,2% del campione da noi interpellato (119 aziende, ndr) dichiara che farà investimenti nei prossimi tre anni. Ma spesso questa volontà è frenata dalla carenza di risorse finanziarie».

Il tema dell’accesso ai finanziamenti è centrale: oltre la metà delle imprese ricorre a finanziamenti bancari, molte ricorrono a sponsorizzazioni private. Ma servirebbero strumenti finanziari adeguati e specifici. Sprattutto se si considera che le risorse pubbliche, oltre che in costante diminuzione, sono anche incerte, come osserva Stefano Firpo, direttore generale di Mediocredito Italiano: «Per sostenere lo sviluppo di questo settore particolare occorrono soluzioni finanziarie dedicate, capacità di valutazione dei molti asset immateriali e interlocutori bancari specializzati», osserva.

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