emergenza coronavirus

Dalle mascherine ai camici: il tessile-moda pronto alla «conversione»

La moda made in Italy in prima linea nella produzione di dispositivi per la protezione individuale. E Confindustria Moda pensa a una rete di aziende per l’emergenza

di Marta Casadei

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La moda made in Italy in prima linea nella produzione di dispositivi per la protezione individuale. E Confindustria Moda pensa a una rete di aziende per l’emergenza


3' di lettura

Dall’abbigliamento tecnico per il ciclismo alle mascherine, dal confezionamento di abiti da vendere online a quello dei camici monouso che, in questi giorni, i medici di tutta Italia indossano negli ospedali. Così il tessile-moda made in Italy reagisce all’emergenza: è pronto a convertire le proprie linee di produzione per concentrarsi sui dispositivi di protezione individuali.

In attesa dell’entrata in vigore del decreto «Cura Italia», nel quale sono incluse disposizioni straordinarie per l’autorizzazione alla produzione di mascherine chirurgiche, le imprese del tessile stanno lavorando a dei prototipi oppure hanno già avviato la produzione.

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Il nome più noto ad essersi attivato immediatamente su questo fronte è Miroglio: il gruppo tessile di Alba ha risposto all’appello del presidente della Regione Piemonte e avviato la produzione di mascherine; i prototipi sono stati giudicati idonei dall’unità di crisi di Torino e la produzione dovrebbe arrivare a toccare i 600mila pezzi in due settimane.

Da Mantova a Berga mo, le Pmi producono mascherine

Anche la Artemisia, azienda tessile di Castel Goffredo (Mantova), ha avviato la produzione di mascherine, ma senza aspettare la certificazione ufficiale dell’Istituto superiore di sanità. «All’inizio ero restìo, perché sapevo di non poter produrre in tempi brevi un prodotto che potesse essere certificato come dispositivo medico. Ma poi l’Ospedale di Bergamo ci ha detto: qualsiasi cosa è meglio che usare le lenzuola tagliate. E allora abbiamo cominciato a produrre: ne facciamo 10 mila al giorno, ma potremmo arrivare a farne di più». A parlare è Stefano Bottura, titolare e tecnico aziendale dell’impresa di Castel Goffredo, che ha 25 dipendenti e sta producendo 10mila mascherine al giorno. In tempo “di pace” si occupa di abbigliamento intimo esternabile e tecnico. E nella produzione di mascherine - «che indichiamo come “capi di abbigliamento”» impiega lo stesso know how: «Quelle che produciamo sono mascherine igieniche, caratterizzate da trame molto fitte e realizzate con filati che appartengono al mondo dell’abbigliamento tecnico “antibatterico” o batteriostatico, come quelli in fibra d’argento, che ci fornisce un’azienda di Bergamo». Ad oggi, queste mascherine sono utilizzate nell’Ospedale di Mantova, in aziende e farmacie e, contemporaneamente, l’azienda ha sviluppato alcuni prototipi certificabili come Dpi.

Lo stesso ha fatto la Santini di Bergamo, azienda che produce abbigliamento tecnico per il ciclismo: «Abbiamo presentato alcuni prototipi, ora vediamo se verranno certificati. Poi stiamo pensando di realizzare anche mascherine lavabili e riutilizzabili», racconta Elena Santini, direttore marketing. L’azienda si trova nell’occhio del ciclone: «La situazione a Bergamo è terribile, come azienda stiamo cercando di fare il possibile per dare una mano. Come tante altre aziende del territorio». La capacità di produzione della Santini è di 4mila mascherine al giorno: «È una corsa contro il tempo», conclude la marketing manager.

L’appello all e imprese sui social e la rete di Confindustria Moda

Mentre le piccole imprese si danno da fare ognuna a proprio modo e con le proprie forze, Confindustria Moda cerca di tirare le fila: anche via social, ha lanciato, attraverso Pwc, una campagna di “raccolta” delle candidature delle aziende del tessile-moda alla produzione di “tessuto non tessuto” (Tnt) idrorepellente e alla confezione di mascherine, camici, calzari. «Abbiamo ricevuto circa 100 candidature al giorno da tutta Italia. Ora attendiamo di capire di più sul fronte della normativa», spiega Erika Andreetta, partner Pwc.

Pronte a cucire camici gratis: la sartoria sociale di Chieri

Tra le realtà che si sono candidate c’è anche la sartoria sociale del Museo Tessile di Chieri, nel torinese. Una realtà che, complice il sostegno del Comune di Chieri che ha messo a disposizione i locali, dà lavoro alle donne del progetto “Reborn in Italy” di Amrita Kids, madri vittime della tratta di esseri umani che in Italia sono state salvate e accolte. «Quando ho letto sui social che c’era bisogno, ho subito aderito all’iniziativa - spiega Olesea Ionita di Amrita Kids -. Le nostre sarte sono pronte a confezionare mascherine e camici gratuitamente». La sartoria sociale lavora per diverse aziende dell’abbigliamento (oltre a confezionare vestiti da vendere online): «Tra i nostri clienti c’è un’azienda di camici, quindi abbiamo già i cartamodelli e la nostra sartoria è grande, possiamo lavorare rispettando tutte le norme di sicurezza imposte dall’emergenza».

Il motto è cambiare rapidamente, dunque, per produrre ciò che c’è bisogno. Un processo che la moda ha già fatto altre volte, nel caso delle due guerre mondiali. Trovando anche spunti per poi tornare a crescere più forte di prima nei propri ambiti tradizionali. Il trench di Burberry, nato per vestire i militari in trincea e oggi indossato da milioni persone, insegna.

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