la storia

Dalle ricamatrici del 1960 alle mani tech dei robot, così è cambiata la fabbrica

di Antonio Larizza


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2' di lettura

L’avventura di STMicroelectronics a Catania inizia nel 1960. Tra i lavoratori, le donne erano la maggioranza: oltre il 90%. Per assemblare i primi transistor era indispensabile una manualità fuori dal comune. Rara da trovare in un uomo, ma molto simile a quella richiesta per ricamare.

I giovani di Catania facevano la fila davanti ai cancelli della fabbrica, sperando di incontrare una delle tante ricamatrici di circuiti integrati, che per il tragitto casa-lavoro viaggiavano su un pulmino rosa del Comune, conosciuto da tutti in città perché, su quel pulmino, gli uomini non potevano salire.

Nel tempo lo stabilimento è cresciuto: prima ancora che in dimensioni, in conoscenze. Grazie a una rete tessuta con il mondo della ricerca. Un ecosistema vivo ancora oggi, che concentra su un’area estesa poche centinaia di chilometri 50 anni di ricerca e sviluppo sui semiconduttori. Una rete che va dalle sedi siciliane dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) alle università di Catania, Messina e Palermo. E che include il Cnr di Catania, con cui St vanta una collaborazione iniziata oltre 20 anni fa.

È questa la qualità che rende unico lo stabilimento di Catania: riunire in un solo luogo ricerca e produzione. Senza soluzione di continuità tra il laboratorio-fabbrica e la fabbrica-laboratorio. Non è un caso che proprio a Catania St abbia iniziato, negli anni 90, la ricerca sul carburo di silicio, considerato già allora uno dei materiali per l’era post-silicio. Oggi lo stabilimento ha un’area di 210.800 metri quadrati. I dipendenti sono 4.116, di cui mille ricercatori. Le donne sono il 30% del totale. Un successo, visto che in Italia quello delle materie tecnico-scientifiche non è il percorso formativo più battuto dalle donne.

Anche la fabbrica ha cambiato genere, diventando uno dei più avanzati siti di industria 4.0 italiani, con 25mila metri quadrati di clean room, locali 4mila volte più puliti di una sala operatoria. Stanze sterili dove si maneggiano i wafer di silicio, tanto ricchi di qualità quanto sensibili a qualsiasi impurità. Anche per questo le ricamatrici non ci sono più. Il loro lavoro è svolto da robot altamente specializzati, i cui ricami sono invisibili a occhio nudo.

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