Roma Galleria Borghese

Damien Hirst, prova il rilancio tra museo e Nft

Focus sul suo mercato, le mostre e le quotazioni

di Laura Traversi

Teste di unicorno (argento, bronzo e citrino, 2010) e Pala Baglioni di Raffaello Sanzio. ARCHEOLOGY NOW di Damien Hirst. Galleria Borghese-Roma (Ph.LTraversi)

5' di lettura

Il palcoscenico su cui opera Damien Hirst è iper-globale e interconnesso. Coinvolge una pluralità di attori, dai grandi galleristi, Larry Gagosian in testa, ai grandi collezionisti worldwide (da François Pinault agli Emiri del Qatar, da Deutsche Bank a Prada, sponsor alla Galleria Borghese). Fino ai grandi musei internazionali, a partire dalla Tate Modern di Londra (2012) e oltre, nelle ramificazioni infinite di Instagram e, nel futuro prossimo, degli NFT. Infatti lavora da cinque anni a The Currency Project, per entrare nel mercato dei Non Fungible Token con 10.000 oli su carta accompagnati da un file di certificazione digitale o NFT, autenticato dalla block-chain.

Tridacna gigante (bronzo, 2010). ARCHEOLOGY NOW di Damien Hirst. Galleria Borghese-Roma (Ph.LTraversi)

Le opere a Roma

La mostra «Archaeology Now», appena aperta alla Galleria Borghese di Roma, a cura di Anna Coliva e Mario Codognato (in calendario dall’8 giugno al 7 novembre) sarà seguita da quella alla Fondazione Cartier di Parigi (dal 6 luglio al 2 gennaio 2022) con parallela «Cathedrals Built on Sand» da Gagosian-Parigi, in corso fino al 22 settembre. La prima personale in Francia, «Cherry Blossoms», sarà costituita da una «Serie» di 107 grandi tele (2018-19) dai colori impastati in tocchi ripetuti e sovrapposti ad infinitum, che pare citare in chiave astratto-minimalista il «Ramo di mandorlo fiorito» di Van Gogh (1890). Hirst aveva pensato di portarne parte a Roma optando, invece, poi per «12 Colour Space» dalla serie di 94 creata nel 2016, e per 72 sculture della post-Wunderkammern già “naufragata” a Venezia nel 2017, tra Punta della Dogana e Palazzo Grassi di monsieur Pinault, intitolata «Treasures from the Wreck of the Unbelievable», e costata 54 milioni € e 10 anni di lavoro.

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Tadukheba (marmo di carrara, smeraldi etc. 2011). ARCHEOLOGY NOW di Damien Hirst. Galleria Borghese-Roma (Ph.LTraversi)

Il nuovo marketing

Cosa aggiunge la nuova temporanea “musealizzazione” italiana del più luciferino e abile artista vivente, dopo quella del 2004 al Museo Archeologico di Napoli? Perché giova esporre tra le mura di un simile tempio della bellezza, classica e anti-classica? Forse è una tappa della volontà di smarcarsi dalla serialità e dal marketing elevati ad arte globale? Nel 2012, fu Larry Gagosian ad allestirgli una personale globale delle «Spots Paintings» (1986-2011, in contemporanea in 11 sedi, da New York e Hong Kong a Roma. Quasi una mostra in serie. Da Pinault, a Venezia, nel 2017 aggrediva un nuovo territorio rielaborando in invenzioni scultoree post-archeologiche materiali preziosi e rari degli amatori e connoisseurs di ogni tempo. In questo rilancio 2021, parallelo tra musei, fondazioni e gallerie, i «Colour Space», ora alla Borghese, evoluzione degli «Spot Paintings», sono tutti “manu-fatti” con dichiarata provenienza privata, come le «Veil Painting», secondo il processo creativo spiegato dallo stesso Hirst: Damien esibisce il suo intervento diretto e il suo ritorno alla pittura dal suo sito, e da quello di Gagosian.

Cinque nudi dall’antica Grecia (bronzo, 2012) nella sala della Paolina Borghese di Antonio Canova. ARCHEOLOGY NOW di Damien Hirst. Galleria Borghese-Roma (Ph.LTraversi)

In asta

Lontana la stellare asta «Beautiful Inside My Head Forever» da Sotheby's del 15-16 settembre 2008, quando l’esponente della Young British Artists sembrò convogliare il mega-gallerista ad un'inedita competizione al rialzo con buona parte dei suoi collezionisti ed agenti (Charles Saatchi, Jay Jopling di White Cube) subito dopo il fallimento della Lehman Brothers. L'ex enfant terrible degli YBA riuscì ad aggiudicare direttamente nei due giorni 287 opere, di cui solo 5 invendute, per 111,4 milioni di sterline, circa 140 milioni di euro, rispetto alla stima di 65 milioni di sterline, portandosi a casa 92.730.000 £ (di cui oltre 2.770.000 £ date in beneficenza). Mentre una parte di Wall Street e della City soccombevano ai subprime e allo scollamento rispetto all'economia reale, sembrava che il mondo della Contemporary Art fosse un pianeta a parte. Non era vero. Hirst era stato tempestivo e intrepido, ma non senza paura. Poi ha riconosciuto che “la stessa asta in fondo non era altro che un'opera d’arte e una performance”.

Sul mercato secondario delle aste l’artista inglese, tra 2004 e 2008, aveva scalato le posizioni più alte totalizzando circa 210 milioni €, gli anni 2007-8 rappresentano quasi il 45% del fatturato ventennale. Tra 2009 e 2010 c’è stato un ridimensionamento importante dei valori e dei volumi del suo mercato, cresciuto esponenzialmente nel suo complesso.

Grigio tortora (vernice lucida su tela,2016) e Lucas Cranach. ARCHEOLOGY NOW di Damien Hirst. Galleria Borghese-Roma (Ph.LTraversi)

Il trend

Cosa è successo poi? Hirst non si è fermato, ma (ri)assestato su basi più contenute, mantenendo valori alti e costanti, comunque all'apice delle vendite. Con un mercato concentrato in area anglosassone (65% Regno Unito, 28% Usa) e un fatturato complessivo di 472 milioni di € ( 2001-2021 circa 290 milioni di € in dipinti e 153 milioni di € in sculture, di cui 17,4M € nel 2020). Oggi si attesta tra i primi 70 artisti del mondo (nel 2008 aveva conquistato il 3° posto). Nel corso di un ventennio molto movimentato, il 61% del venduto è costituito da dipinti e il 32% da sculture. Per i «Colour Space» e le tipologie scultoree presenti al Museo Borghese, Gagosian & Co., interpellati per il loro ruolo di promotori dell'artista, si chiudono a riccio. Sul mercato ufficiale (aste) sono apparsi pochi esempi di soggetti scultorei come quelli in Galleria Borghese, già a Venezia: un «Penitente» del 2011 a 507.982 €, un «Faraone» del 2015 a 668.148 € da Christie's, di proprietà dello stesso Pinault il 23 marzo 2021 (lotto 35) e il 13 novembre 2019 (lotto 40). Il suo record per un bronzo di grandi dimensioni è di 2,8 milioni € per «The Warrior and the Bear», scolpito nel 2015 e battuto da Christie’s , New York l’11 maggio 2021. Ne ha esposti diversi a S. Moritz anche il gallerista italiano Marco Voena dal 2 febbraio al 5 aprile («The Monk», 2014 e «Two Figures with a Drum», 2013), con quotazioni comprese tra 1,2-2,4 milioni €.

Dove Grey (vernice lucida su tela, 2016). ARCHEOLOGY NOW di Damien Hirst. Galleria Borghese-Roma (Ph.LTraversi)

Il valore del pennello

In pittura, il record per gli «Spot Paintings» è del 2008 per 2,3 milioni € da Phillips il 28 febbraio 2008 (lotto 137) per una tela molto grande (213,4 x 518), rispetto all'ultimo passaggio del 2021 (43,2 x 48,3) a 166.900 € ( Sotheby's, il 13 naggio 2021). Da Voena le «Spot Paintings» erano quotate in un range di circa 58.000-660.000 €, in base a complessità e dimensioni. Replicate molte delle sculture passate sotto il martello (701 in 21 anni), nei piccoli e medi formati, e in parte anche nei grandi formati, come il marmo «Anatomy of an Angel» (1 di 3, h.187) che andò a 1.351.993 € nel 2008. Naturalmente le stampe e i multipli fanno numero arrivando al 50% dei lotti esitati in asta. La serie «Spot Painting» quota tra 420-26.995 €, con un andamento abbastanza costante. Bassa la percentuale media ventennale di invenduti (29%). Nel 2021 la Newport Street Gallery di Londra, di proprietà dell'artista, ha esposto opere degli anni '80-'90: Spot, Spin, Formaldeidi e Vetrine, inclusa la celebre installazione con le mosche «A Hundred of Years» del 1990 (dal 7 ottobre 2020 al 7 marzo 2021). Alla Galleria Borghese, da ”Master of Matter” (Anna Coliva, saggio nel Catalogo di Marsilio ed.) Hirst esplora ogni tipo di illusionismo di materiali, linguaggi e concetti. In un corpo a corpo colle tecniche più complesse, dalla fusione bronzea monumentale ai trompe-l'oeil. Ma sul mercato anche l'artista più ricco ed autonomo non si promuove da solo.

(Fonte: dati Artprice)

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