Rinah

Dan John e la scelta di investire nel retail

Brand nativo digitale che punta ad avere 185 negozi entro il 2022

di Giulia Crivelli


2' di lettura

L’eccezione che conferma la regola. O il caso che indebolisce alcune teorie troppo rigide di chi analizza i cambiamenti dell’industria dell’abbigliamento. Potremmo introdurre così Dan John, marchio creato da Rinah nel 2015 e focalizzato sul total look da uomo.

La moda, per definizione, deve stupire. Non solo perché sforna novità a ciclo continuo nella speranza di suscitare il desiderio dei consumatori, distinguendosi in un’arena estremante affollata e competitiva. Il settore riesce a stupire, nonostante sia considerato maturo, perché chi ci lavora quasi sempre ha una forma mentale forse ancora più flessibile e aperta rispetto a quanto si richiede in altri comparti del largo consumo. La moda deve essere disrupting, per usare un termine inglese diffusosi di recente. Come è stato il brand Dan John, nato in piena era digitale. Fatto non secondario, visto che – sempre stando a chi analizza guardando dall’esterno – internet avrebbe messo in secondo piano il retail fisico e lo spazio per nuovi brand esisterebbe solo a patto che abbiano le caratteristiche dei nativi digital’, cioè siano interamente web oriented.

Non è così per Dan John: l’e-commerce è un valido canale distributivo, certo, ma il network di monomarca è al centro di tutto. Per la fine dell’anno i negozi a insegna Dan John saranno 90, la maggior parte in Italia, ma il piano triennale prevede di arrivare a 185 entro il 2022, cento dei quali a gestione diretta e con novità all’estero. Nel 2019 sono stati aperti i primi punti vendita in Spagna e Belgio, nel 2020 sarà la volta di Inghilterra, Francia, Germania e altri Paesi europei. Per restare ai numeri,nel 2018 il marchio Dan John ha generato vendite per 37 milioni, che dovrebbero sfiorare i 70 per il 2019 e arrivare a 180 entro il prossimo triennio.

I numeri sono importanti, ma raccontano sempre solo una parte della storia: alla base del successo dell’idea di Rinah c’è prima di tutto la compagine societaria e l’esperienza di chi guida lo sviluppo del brand. La proprietà è divisa tra Tiffany Hannah Raccah (85%) e Giovanni Della Rocca (15%); amministratore unico è Daniele Raccah, imprenditore con più di 40 anni di esperienza nel settore tessile retail, che negli anni 90 e Duemila lanciò brand come De Puta Madre e Derby, disrupting ante litteram, potremmo dire. Dan John ha successo anche per altri fattori: il concept dei negozi, accogliente, quasi “old style”, con grande utilizzo di materiali naturali, a cominciare dal legno. Dietro però c’è un utilizzo attento della tecnologia per la gestione del magazzino, l’analisi del sell-out e dei dati di mercato in generale. Last but not least, la scelta, coraggiosa per una start up, di essere integrata verticalmente, per controllare lo stile delle collezioni, ma soprattutto il rapporto qualità-prezzo, con listini che partono da 79 euro per le giacche e 29 euro per le camicie. Una sfida che, al momento dello sbarco in Spagna di Dan John, ha spinto qualcuno a paragonare Rinah a Davide che sfida Golia, ovvero Inditex, il colosso che controlla, tra gli altri, Zara e Massimo Dutti.

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