IL REPORTAGE

Danimarca, dentro alla fabbrica dei robot che «ci ruberanno il lavoro»

di Alberto Magnani

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Un modello di Ur10


4' di lettura

Odense (Danimarca) – I «robot che minacciano il lavoro umano» hanno le sembianze di un braccio meccanico a due colori, scarno nell'estetica e negli obiettivi: sollevare un massimo di 10 chilogrammi ed eseguire funzioni elementari, come il fissaggio delle viti e lo spostamento di telecamere. Siamo a Odense, 168 chilometri da Copenaghen, «la città di Hans Christian Andersen» diventata nota anche per ragioni più industriali che turistiche. È qui che è nata e ha mantenuto il suo quartier generale la Universal Robots, azienda che si classifica come leader mondiale nel microsegmento dei cobot: i robot collaborativi installati e programmati per sostituire dipendenti nell'esecuzione di compiti routinari.

I suoi prodotti di punta, nonché gli unici, si chiamano Ur3, Ur5 e Ur10 (la cifra indica i chili sollevati) e si propongono come un'alternativa user friendly ai molossi meccanici della terza rivoluzione industriale. «Puoi imparare a manovrarne uno anche in pochi minuti» spiega Esben Østergaard, cofondatore dell'azienda insieme a Kasper Støy and Kristian Kassow, mentre si aggira per uffici open space dove capeggia il motto «Meet the world's number 1», conosci i numeri uno al mondo. L'azienda si riferisce a se stessa, anche il primato inizia a fare i conti con l'ascesa di rivali dal resto d'Europa, Stati Uniti e Asia. «Facciamo fatica a dare previsioni sul mercato globale - dice Østergaard - Perché non ci sono ancora dati, è un fenomeno emergente».

Un mercato da (almeno) 4 miliardi di dollari
In realtà i numeri ci sono, ma discordano e raffigurano ancora una nicchia rispetto alle valutazioni miliardarie del segmento robotica e delle tecnologie nel loro complesso. La società di ricerca irlandese Market&Research prevede che si arriverà a un mercato da 4 miliardi entro il 2025, la Barclays Equity Research si spinge a stimare 14 miliardi nello stesso lasso di tempo. Per dare un ordine di grandezza, la sola Apple potrebbe chiudere l’ultimo trimestre fiscale con profitti da 19 miliardi di dollari. Il fenomeno, comunque, si sta espandendo e ha buoni motivi per spingere le aspettative oltre agli steccati d’origine. NkResearch, un'agenzia di ricerca, ha stimato un tasso di crescita annuo composto di oltre il 49% da qui al 2025.

Lo stabilimento della Universal Robots

Lo stabilimento della Universal Robots

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La sola Universal Robots ha visto le vendite dei suoi robot passare da zero a 5mila unità dal 2009 al 2016, con un fatturato in crescita da meno di 500mila a 99 milioni di dollari Usa nello stesso periodo. Le altre quote sul mercato globale sono presidiate da gruppi che si dedicano solo in parte ai cobot, come la svizzera Abb e le tedesche Bosch, Mrk-System e Kuka Ag, per arrivare alle asiatiche Kawasaki e Yaskawa. Universal Robot sbarcherà a breve anche in Italia, dove i cobot hanno già iniziato a lavorare al fianco dei dipendenti di aziende come il Luxottica e Camozzi, un'impresa bresciana che si occupa di automazione industriale.

I rischi per l’occupazione? Dipende dalla macchina (e dal lavoro)
A leggere i numeri, non sembrerebbe di essere di fronte a tecnologie capaci di scardinare milioni di occupati. Eppure i cobot sono in cima alla lista degli indiziati nell'allarme psicologico della automazione del lavoro, se non altro perché si tratta di macchine brevettate per sbrigare in maniera più rapida e precisa le stesse funzioni dei dipendenti in carne ed ossa. Universal Robots non ha stilato dati univoci, ma una best practice citata dal loro magazine aziendale spiega che un loro prodotto «fa in quattro ore quello che a un dipendente richiede due giorni». Senza stipendi, costi assicurativi e orari di lavoro. È vero che oggi il leader mondiale vende solo 5mila pezzi e i mestieri automatizzabili al 100% sono una minoranza. Ma la questione si acuisce mano a mano che crescono i volumi di vendita e, magari, il grado di versatilità raggiunto dalle macchine.

In Danimarca il governo si è posto il problema, inaugurando un Disruptive council («Consiglio della distruzione») che monitora e cerca di mitigare gli effetti collaterali dell'innovazione. Ci siede anche Østergaard, ormai abituato alla domanda di rito: «E che ne sarà del lavoro?», sottintendendo l'apporto umano vanificato dalla macchina. La risposta istituzionale è che i lavori rubati dai macchinari saranno compensati da quelli creati ex novo. Una volta che l'azienda installa i cobot e risparmia sulle figure rimpiazzate, è la tesi, dovrà comunque assumere qualcuno che controlli e metta a frutto i macchinari: manutentori, analisti dei dati raccolti dalle macchine, designer, ingegneri programmatori di robot. La risposta pragmatica, secondo Ostergaard, è che «non si ancora esattamente quali saranno i nuovi profili», perché la tecnologia ha sempre eliminato alcune competenze per crearne di nuove.

La soluzione? Formazione continua
Per ora si è avverata solo la prima metà del processo. In futuro, aggiunge Ostergaard, si andrà verso una contaminazione tra il lavoro tecnico e manageriale. Gli addetti alle macchine dovranno farsi un'infarinatura digitale, obbligatoria di fronte a macchine connesse e capaci di fornire informazioni su di sé. I manager dovranno iniziare a capire qualcosa di più sulle componenti tecniche e rapportarsi di più con la produzione, visti i margini di produttività (e risparmio) garantiti dai cobot. Idealmente, l'automazione dovrebbe traghettare tutte le imprese verso una logica di apprendimento lifelong, la formazione continuativa invocata come paracadute per lavoratori e amministratori che rischiano di vedersi rimpiazzati da un braccio meccanico. Idealmente, appunto, perché nulla esclude che i cobot vengano utilizzati per quello che sono: macchinari che fanno risparmiare, sul lungo periodo, i tempi e gli stipendi dei lavoratori umani. La tecnologia è neutra, le sue applicazioni non lo sono: «Solo la formazione fa sì che nessuno resti indietro - dice Østergaard - Se poi si chiede quali saranno gli impatti reali sull'occupazione, la risposta è che non si può sapere ancora».

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