Roma

Danneggiata l’opera di Marzia Migliora a Villa Borghese

L’installazione “Staccando l’ombra da terra”, parte del progetto “Back to Nature” promosso dalla Sovintendenza Capitolina e in corso al Parco dei Daini di Villa Borghese, chiude al pubblico per danni irreparabili in situ: uso improprio o atto vandalico?

di Francesca Guerisoli

Marzia Migliora, Staccando l'ombra da terra #1, 2021, 27 canne da organo, basamento, altalena, di acciaio, componentistica meccanica e elettronica, aria compressa, suono.

5' di lettura

A poco più di un mese dall’inaugurazione, una delle opere della seconda edizione di “Back to Nature”, progetto realizzato dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con un investimento complessivo di 170.000 euro che comprende nove installazioni d’arte contemporanea allestite nel parco dei Daini di Villa Borghese, chiude al pubblico per danni irreparabili in situ. Si tratta di “Staccando l'ombra da terra #1”, del valore di circa 80.000 euro, realizzata dall’artista Marzia Migliora (Galleria Lia Rumma, installazioni da 30.000 a 80.000 euro) e prodotta con la collaborazione di Fondazione Merz e con un contributo della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali per le spese di allestimento pari a 32.000 euro + IVA. L’opera ha anche una versione gemella, installata in via permanente presso la Casa Circondariale Femminile “Germana Stefanini” di Rebibbia, ed entrambe sono parte di un progetto articolato portato avanti dall’artista con un gruppo di detenute che si è svolto nei mesi scorsi. L’artista risponde in questa intervista ad arteconomy appena appreso del danno.

Ci racconti come è avvenuto l’incontro con il gruppo di detenute del carcere di Rebibbia e come si è evoluto il progetto?
L’incontro è avvenuto proprio mentre nel carcere di Rebibbia era in corso un focolaio di Covid. Non era la cosa più facile per un’artista entrare in contatto con un carcere in quel momento! Tutte le iniziative culturali e sociali normalmente in programma erano state sospese. Insieme a Giulia Crisci, sono entrata in contatto con un gruppo di donne con cui fare un workshop a distanza incentrato sul tema dell’altalena, con incontri settimanali, dialoghi, lettere, poesie, disegni. Ogni donna era invitata ad approfondire il tema: c’è chi ha scritto, chi ha condiviso un ricordo, chi ha disegnato. Nel giro di diversi mesi è emerso il sentimento più forte alla base di questa condivisione: l’impossibilità di far pervenire la propria voce al di fuori delle mura del carcere: “vogliamo respirare la vostra stessa aria”, frase incisa sul sellino dell'opera, tratta da una poesia di una delle detenute. Il carcere di Rebibbia (Casa circondariale Germana Stefanini) porta il nome di un quartiere, ma si tratta di un quartiere chiuso all’interno di un quartiere aperto. Circa 400 vite risiedono dietro quelle mura, vite che non sono inserite nella società, che non possono comunicare con l’esterno.

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L'installazione ha una forma intrigante. Appare al tempo stesso come una sorta di gabbia, con strutture geometriche verticali che ricordano le sbarre delle celle, fredde, acromatiche, ma è anche un oggetto aperto, relazionale: un’altalena che invita il pubblico al suo utilizzo. L’oscillazione del sellino su cui ci si siede per dondolarsi attiva un doppio congegno che fa “suonare” l’installazione, come un organo. Ci puoi descrivere il funzionamento e le competenze necessarie a realizzare (e a restaurare) l’opera?
Il piccolo disegno che avevo sottoposto al capo tecnico del progetto, Diego Valentino, è diventato reale e funzionante grazie alla sapienza di un team di tecnici e operai specializzati che hanno messo al servizio di un’opera complessa le loro competenze e passione, con la supervisione di un ingegnere che ha testato ogni elemento grazie un collaudo finale. L’installazione ha tre cuori pulsanti: meccanico, elettronico e umano (la persona che ne fa uso). Quando una persona sedendosi fa oscillare l’altalena il sistema meccanico dell'opera attiva il sistema elettronico per dare vita all'emissione dei suoni, attraverso dei compressori posti nel basamento. Da un pezzo di acciaio pieno, manualmente scavato e forgiato, sono state realizzate le forme di ognuna delle 27 canne da organo che compongono l'opera. All’interno delle stesse canne ci sono diverse saldature e pezzi d'acciaio che non si vedono ad occhio nudo, ma fondamentali in quanto conducono l'aria in un percorso di strozzature e fanno sì che si trasformarsi in suono ed esca come un sibilo. Una sorta di soffio, un respiro. Per questo l’opera, che presenta cinque delle canne d'organo spezzate, purtroppo non è riparabile in situ ed è necessario smontarla e portarla agli operai dell'azienda che l'hanno costruita, la Om Project di Borgaro.

Quando domenica scorsa, recandomi in visita al progetto “Back to Nature”, ho scoperto il danno dell’opera e ti ho inviato le foto dell’installazione compromessa, non ne sapevi ancora nulla. Mi hai informata che l’organizzazione ha attivato subito la procedura di verifica dell’opera, di cui è stato interdetto l’uso il giorno stesso. Ho sentito nelle tue parole un dolore...
Al di là del grosso lavoro di coordinamento tecnico per realizzare l’opera, c’è la questione concettuale. Questo è un lavoro che tratta il tema della libertà. Ci siamo lamentati per un anno che eravamo ingabbiati, ma tutte le fasce più deboli della società sono quelle che hanno subito realmente i danni portati dalla pandemia. L’aria è il motore di tutto il lavoro: passa nelle canne e le fa suonare, la attraversi mentre fai questa esperienza che imita il volo, ed è l’aria ad unire l’opera di Villa Borghese con l’opera a Rebibbia, come un flusso, un corridoio immaginario di pensiero.

Che idea ti sei fatta della vicenda? Pensi che si tratti di un atto vandalico o forse più di un uso improprio di un’opera d’arte che ha l’elemento relazionale, ma che risponde a un modello d’uso convenzionale semplice da comprendere (mi siedo sul sellino, mi spingo)?
Staccando l'ombra da terra è si un’altalena ma è anche un'opera. È pensata per essere usata come altalena: sedersi e dondolare. L’opera è stata condivisa tantissimo dalle persone attraverso i social, mi sono arrivate decine di immagini e video, selfie. Ho visto anche molti abusi. Questa vicenda oggi mi motiva ancor di più a lavorare nello spazio pubblico perché mi dice quanto ancora ci sia bisogno che l’arte venga comunicata. A Villa Borghese avevamo esposto un cartello che spiegava il processo del lavoro. Mi sono consegnata nelle mani delle persone, ho avuto molta fiducia nell’idea che visto il contesto, vista la generosità dell’opera, che si può usare, ci sarebbe stato un uso rispettoso, ma probabilmente la sua forma particolare e l'interazione diretta del pubblico, solitamente vietata nei musei, hanno fatto sì che alcuni non si siano solo seduti e dondolati.

E per la versione a Rebibbia non avete riscontrato problemi?
Quella a Rebibbia è in buona salute, funziona benissimo! È posta davanti alla Casa dell’Affettività di Renzo Piano, una struttura bellissima, arancione, che sarà inaugurata quest’anno insieme al mio lavoro con un open day. Funziona, è rispettata. Le donne che l’hanno voluta hanno lasciato un’eredità alle future ospiti.

Qual è l’entità del restauro e chi se ne occupa?
Al momento non lo sappiamo ancora. A giorni la vedrà un perito e quantificherà. È un oggetto molto resiliente: nonostante i danni suona ancora e dopo il restauro sarà nuovamente pronto a vivere in altri spazi e contesti.

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