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Danni da polveri ex Ilva, per la Cassazione il risarcimento è legittimo

La terza sezione conferma le sentenze di primo e secondo grado favorevoli al ristoro dei cittadini per l’ inquinamento

di Domenico Palmiotti

(REUTERS)

4' di lettura

Sono legittimi i risarcimenti danni che cinque famiglie residenti nel rione Tamburi di Taranto hanno avuto per i danni procurati ai loro appartamenti dalle polveri e dall’inquinamento dell’Ilva i cui impianti sono a ridosso del quartiere. La Corte di Cassazione (terza sezione civile) ha confermato le sentenze di primo e secondo grado, favorevoli al risarcimento, ed ha rigettato il ricorso presentato da Ilva in amministrazione straordinaria, subentrata all’Ilva dei Riva. I risarcimenti variano secondo la tipologia dell’alloggio. Vanno da 13.500 a 16.000 euro. «La sentenza di primo grado è del 2014, confermata in appello nel 2018. Ma l’amministrazione straordinaria di Ilva ha ritenuto d’impugnare questa sentenza anche davanti alla Corte di Cassazione e finalmente adesso, nel 2021, si è messo un punto finale», ha detto l'avvocato Massimo Moretti, di Taranto, che ha assistito le famiglie nel giudizio.

Getti pericolosi

«È una storia - ha aggiunto - che nasce ben sette anni prima del famoso sequestro del luglio 2012. Nasce nel 2005, quando viene depositata la sentenza definitiva in Cassazione penale che riconosce il reato di getto pericoloso di cose a carico di amministratori e dirigenti di Ilva spa. Da quel momento in poi c’era la possibilità per i cittadini che si ritenevano danneggiati dall’inquinamento, di agire in giudizio nei confronti di Ilva spa per ottenere il risarcimento del danno subito. Coloro che furono i primi a muoversi – ha spiegato l’avvocato Moretti – sono stati anche gli unici risarciti davvero. Riuscirono a ottenere la sentenza di primo grado esecutiva già nel 2014, cioè poche settimane prima che Ilva andasse in procedura concorsuale con l’amministrazione straordinaria da gennaio 2015. Questi cittadini - ha rilevato il legale - riuscirono a essere pagati poche settimane prima che ciò accadesse. Il rischio che hanno corso, che sarebbe stata la beffa più grande, è che se avessero perso la causa in Cassazione, avrebbero dovuto restituire quel magro risarcimento a cui hanno avuto diritto».

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Risarcimenti non per tutti

Il risarcimento, però, non è per tutti quelli del quartiere Tamburi che hanno visto le case in cui risiedono, imbrattate e deturpate dalle polveri del siderurgico. «Purtroppo - ha spiegato Moretti - per tutti gli altri, quelli che si sono mossi un po’ dopo, quelli che magari si sono cominciati ad attivare dopo il sequestro del 2012, non c’è stata la possibilità di ottenere una sentenza prima che Ilva andasse in procedura concorsuale. Per tutti gli altri cittadini - ha evidenziato l’avvocato - c’è il grandissimo problema di avere magari maturato un diritto, che è stato anche riconosciuto in altre sentenze o del Tribunale di Milano o del Tribunale di Taranto, ma di non poter ottenere il pagamento perché la procedura concorsuale non ha risorse per pagare».

Decreto Sostegni bis, ipotesi risarcimenti

Si spera ora in un aiuto dal decreto “Sostegni bis”. Uno degli emendamenti riformulati al decreto in votazione in commissione Bilancio alla Camera, prevede infatti l’istituzione di un fondo da 5 milioni nel 2021 e 2,5 milioni nel 2022 per i proprietari di immobili con “sentenza definitiva di risarcimento danni” a carico dell’acciaieria ex Ilva che potranno avere un indennizzo massimo “del 20% del valore di mercato dell’immobile danneggiato al momento della domanda” e comunque “non superiore a 30 mila euro”.

La Suprema Corte

Lo spandimento sistematico di polveri minerali «Risulta accertato, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo spandimento sistematico di polveri minerali che si depositano (e continuano a depositarsi) su abitazioni e strade del quartiere Tamburi», ha scritto la Corte di Cassazione, terza sezione civile, presidente Roberta Vivaldi, nella sentenza con cui ha rigettato il ricorso di Ilva in amministrazione straordinaria, società proprietaria degli impianti. Per la Cassazione, «non viene in rilievo, nella valutazione dei giudici di merito, l’aspetto soggettivo delle sofferenze (o disagi) interiormente vissute dai proprietari degli immobili in ragione delle limitazioni descritte, quanto piuttosto proprio la perdita delle oggettive potenzialità di godimento che, in mancanza delle immissioni illecite, gli immobili stessi per la loro stessa destinazione sarebbero in grado di offrire». Per la Cassazione, inoltre, «la mancanza di un danno non patrimoniale conseguente alle immissioni intollerabili non esclude la configurabilità di un danno risarcibile di natura patrimoniale come conseguenza dell’illecito costituito dalle immissioni medesime».

Uno dei risarciti: la mia una battaglia di coraggio

«La mia è stata una battaglia di coraggio. Si, perchè 18 anni fa chiedere un risarcimento a Ilva, e allora c’erano i Riva come proprietari della fabbrica, non era certo facile» ha commentato Salvatore De Giorgio, ex operaio Ilva, addetto al Movimento ferroviario del siderurgico, da anni in pensione, tra coloro che hanno ottenuto il risarcimento per i danni all’abitazione in via Ludovico De Vincentis nel rione Tamburi di Taranto. «Io questa battaglia - ha aggiunto De Giorgio - la volevo affrontare con tutto il quartiere Tamburi, ma il rione all’epoca fu latitante. Mi dicevano: sai, ho mio figlio, ho mio padre, non voglio licenziamenti in famiglia. Anche quando feci la prima assemblea nel salone parrocchiale di Gesù Divin Lavoratore, vennero solo 3 persone. E dagli avvocati dell’azienda mi fu detto: facendo il ricorso, ci stai diffamando, stai nuocendo all’immagine aziendale. L’Ilva di allora mi chiese un risarcimento danni di 60mila euro».

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