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Danske Bank nella bufera, si dimette il Ceo dopo lo scandalo-riciclaggio da 200 miliardi di euro

di Alb.Ma.


Thomas Borgen (Reuters)

3' di lettura

«Siamo una banca nordica con forti radici locali e ponti nel resto del mondo». A posteriori, c’è qualcosa di ironico nella descrizione che Danske Bank fa di sé. L’istituto di Copenaghen è alle prese con le dimissioni del suo Ceo Thomas Borgen dopo uno scandalo-monstre di riciclaggio di denaro attraverso una sua filiale in Estonia.

La banca ha pubblicato oggi un report interno, commissionato a uno studio legale (Bruun & Hjejle), dove si evidenzia che fra il 2007 e il 2015 l’istituto «non è stato sufficientemente efficace nell’evitare che la sua banca in Estonia venisse utilizzata per riciclaggio di denaro», in larga parte da clienti in arrivo da Russia e paesi nell’orbita della ex Unione Sovietica. Danske Bank ha dichiarato in un comunicato di «non essere in grado di fornire una stima delle transazioni illecite», ma ci si può fare una prima idea considerando che le investigazioni hanno rilevato almeno 6.200 clienti sospetti e un flusso complessivo pari a 200 miliardi di euro nel periodo indicato. Lo scandalo è di una portata tale che potrebbe far scricchiolare l’affidabilità creditizia dell’intera economia danese, da sempre premiata per «gli alti livelli di trasparenza» dalle principali agenzie di rating globali.

Cosa è successo in Estonia e il circuito dei «clienti non residenti»
Quotata sul Nasdaq di Copenhagen e forte di 2,7 milioni di clienti, Danske Bank è la più grande banca della Danimarca. L’istituto è presente in 15 paesi al mondo e ha chiuso il primo semestre del 2019 con profitti per 9,1 miliardi di corone danesi, pari a 1,2 miliardi di euro. Le indagini confluite nel report di oggi coprono un periodo che va dal 2007 al 2015, in concidenza con l’acquisizione nel 2007 di una banca finlandese e della sua filiale estone, rispettivamente chiamate Sampo Bank e As Sampo Bank. Nel mirino del report ci sono 9,5 milioni di transazioni effettuate da 15mila clienti, dei quali 10mila appartenenti al cosiddetto «non resident portfolio» (un portafoglio di clienti residenti fuori dall’Estonia) e altri 5mila che presentavano alcune «caratteristiche» adatte a far sospettare che vivessero o lavorassero fuori dal paese baltico.

Scandalo pari a 20 volte il Pil dell’Estonia
Fra di loro la banca ha rilevato almeno 6.200 persone «che riscontrano i principali indicatori di rischio», a fronte di un flusso complessivo di denaro equivalente a 200 miliardi di euro: quasi 10 volte il Pil dell’intera Estonia, pari a poco meno di 20 miliardi di euro. Per usare le stesse parole di Danske Bank, si parla di «clienti che non dovremmo mai avere avuto e grandi volumi di transazioni che non dovrebbero essere mai successe». La banca precisa che «non ci sono le basi per considerare che tutti i pagamenti fossero sospetti», ma «si aspetta che lo siano in larga parte».

L’allarme del whistleblower
L’errore di Danske Bank, secondo il mea culpa dell’istituto, è di aver ritenuto sufficenti le misure anti-riciclaggio attuate in Estonia ai tempi dell’acquisizione. Solo le segnalazioni di un whistleblower nel 2014, si legge nel report, hanno iniziato a far emergere il «fallimento» delle attività di controllo e l’inadeguatezza delle misure di prevezione dispiegate fino ad allora. Il portafoglio «non residente», che veniva gestito da un gruppo separato di dipendenti, è stato chiuso definitivamente nel 2015. Per ora Danske Banke sta pagando il conto soprattutto sul listino di Copenaghen, dove perde oltre il 6%, ma si temono ripercussioni anche più pesanti in futuro.

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