c’è del marcio in danimarca

Danske Bank, il giro del mondo dei miliardi riciclati

di Angelo Mincuzzi


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(Bloomberg)

4' di lettura

Nella filiale estone della Danske Bank - il più grande istituto di credito della Danimarca - fiorivano conti intestati a società dei più oscuri paradisi fiscali: Panama, Belize, Isole vergini britanniche, Seychelles. Le società non avevano attività, siti web e dipendenti e i beneficiari finali erano schermati da prestanome.

Enormi quantità di soldi venivano trasferite più volte al giorno in un giro vorticoso di triangolazioni prima di terminare la corsa in entità offshore o nell'acquisto di pietre preziose, auto di lusso e appartamenti esclusivi. Nella banca in molti sapevano delle anomalie e il giro è andato avanti per anni. Così, dal 2007 al 2015 oltre 200 miliardi di euro sospetti sono entrati e usciti dalle casse della filiale della Danske Bank in Estonia, una cifra grande 20 volte il Pil del paese baltico. È il più grande caso di riciclaggio degli ultimi anni?

Danimarca sotto shock
Certamente la Danimarca è sotto shock. Danske Bank è un'istituzione nel paese che vanta una Tripla A nel rating del debito. Ma la più importante banca danese (profitti netti per 9,1 miliardi di corone, circa 1,22 mliardi di euro, nel primo semestre dell’anno) non è riuscita a contenere gli effetti di uno scandalo che ha portato ieri alle dimissioni del Ceo, Thomas Borgen, mentre il titolo perdeva più dell'8% in Borsa ampliando il calo dall'inizio dell'anno al 32%. Dal suo picco nel maggio 2017 la capitalizzazione di Borsa della Danske Bank è scesa di 12 miliardi di euro.

Ora la banca rischia una multa da 536 milioni di euro se sarà riconosciuta colpevole mentre la Fsa, l’Authority finanziaria danese, ha annunciato che riaprirà l’inchiesta sulla Danske Bank che era stata chiusa lo scorso maggio.

Borgen, 54 anni, si è dimesso dopo la pubblicazione di un report commissionato dallo stesso istituto di credito a uno studio legale, in cui viene rivelato il gigantesco (presunto) riciclaggio di soldi provenienti dalla Russia e dai paesi dell'ex Unione sovietica. Sono state analizzate milioni di transazioni, più di 9 milioni di email interne, 7mila documenti. La lente degli esperti di Bruun & Hjejle si è focalizzata su 15mila clienti della filiale estone, 10mila dei quali inclusi nel “non-resident portfolio”, un portafoglio di clienti - società e persone fisiche - non residenti in Estonia: 6.200 di loro sono altamente sospettati di riciclaggio, anche se il report afferma che per ora non ci sono prove per stabilirlo.

I clienti nel mirino
Sono questi 15mila clienti, provenienti in gran parte dalla Russia, dal Regno Unito e dalle Isole vergini britanniche, ad aver movimentato in nove anni circa 200 miliardi di euro (234 miliardi di dollari). I soldi arrivavano principalmente da altri conti estoni (23%), dalla Russia (23%), dalla Lettonia (12%), da Cipro (9%), dal Regno Unito (4%) e da altri paesi (30%). Dalla banca i fondi ripartivano verso altri conti in Estonia, Lettonia, Cina, Svizzera e Turchia. Più della metà dei soldi, però (il 52%), ha preso il largo verso altri lidi, gran parte dei quali sono paradisi fiscali. I pagamenti sono stati effettuati in 32 diverse valute, anche se la maggior parte ha utilizzato dollari ed euro.

Come sia potuto accadere tutto questo se lo chiedono tra le righe anche gli esperti che hanno investigato sulla banca. Perché, scrivono espressamente, i primi campanelli d'allarme sono risuonati già nel 2007, quando la Danske Bank ha perfezionato l'acquisto per 4 miliardi di euro della finlandese Sampo Bank e della sua filiale estone, la As Sampo Bank, poi diventata branch estone dell'istituto danese.

L’allarme della banca centrale russa
È l'8 giugno 2007 quando la Banca centrale della Russia invia una lettera alla Financial supervisory authority (Fsa) danese esprimendo preoccupazione per alcune transazioni finanziarie di clienti non residenti dell'allora Sampo Bank, operazioni di «origini non chiare» probabilmente finalizzate a evasione fiscale o ad attività criminali. Si tratta di «miliardi di rubli ogni mese», precisa la banca centrale russa. Dieci giorni dopo la lettera giunge sul tavolo dell'executive board della Danske Bank. Ma è alla fine del 2014 che arrivano anche le segnalazioni di un whistleblower interno che denuncia anomalie nel portafoglio dei clienti non residenti mentre anche l'internal audit segnala carenze nei sistemi di controllo interno.

Ma le misure prese dai vertici della banca tardano o addirittura non arrivano. Il sistema informatico della filiale estone, per esempio, viaggia per conto proprio e non è collegato a quello della Danske Bank. A un certo punto si pensa di uniformarlo ma la migrazione viene bloccata: sarebbe troppo costosa e i vertici decidono di soprassedere. Solo nel 2015 il portafolio dei clienti non residenti viene chiuso e la banca corre ai ripari.

Ma è troppo tardi. Tra il 2013 e il 2014, 177 clienti della filiale estone ricevono pagamenti attraverso due banche moldave da 21 società i cui nomi finiranno sui giornali nel 2017 per un gigantesco giro di riciclaggio da oltre 20,8 miliardi di dollari chiamato “Russian Laundromat”. La maggior parte dei non residenti della filiale estone della Danske Bank erano Limited liability partnerships (Llp), società domiciliate in Gran Bretagna.

I soldi dell’Azerbaijan
Più o meno nello stesso periodo 75 clienti vengono coinvolti nell'”Azerbaijani Laundromat”, 2,9 miliardi di dollari di soldi riciclati provenienti dall'Azerbaijan. Anche in questo caso gran parte dei correntisti sono Llp incorporate in Gran Bretagna. La banca estone viene coinvolta anche nell'indagine aperta dalla procura di Milano sull'ex deputato italiano e componente del Consiglio d'Europa, Luca Volonté, accusato di aver intascato 2,4 milioni di euro di tangenti da funzionari azeri. Volonté è stato poi assolto dall'accusa di corruzione.

Ce n'è abbastanza per minare la credibilità di un'istituzione blasonata come la Danske Bank. Il non-resident portofolio garantiva il 90% dei profitti prima delle tasse provenienti dalla filiale estone e un Roac (ritorno sul capitale allocato) del 402% sul segmento dei clienti e del 60% per la branch. Il Roac delle branch lituana e lettone era rispettivamente del 16 e del 7%. Se qualcuno ha chiuso un occhio lo stabilirà l'inchiesta penale aperta dai magistrati danesi.

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