Libri

Dante poeta e giudice

Anniversario dantesco. Roberto Antonelli affianca alla figura del «poeta» quella di «giudice», con conseguenze immediate sulla prospettiva strutturale e narrativa della «Divina Commedia»

di Piero Boitani

  La statua del poeta realizzata da Enrico Pazzi (1865) in Piazza di Santa Croce a Firenze

4' di lettura

Poco meno di cent’anni fa, nell’anno orribile del crack di Wall Street, il 1929, uscivano due smilzi volumi che avrebbero rivoluzionato gli studi danteschi in tutto il mondo ben oltre il punto fermo segnato (nel 1921) da La poesia di Dante di Benedetto Croce: uno, in inglese, il Dante del poeta T.S. Eliot; l’altro, in tedesco, Dante als Dichter der irdischen Welt (Dante poeta del mondo terreno) del filologo romanzo Erich Auerbach.

Aggiunge al «poeta» il «giudice»

È ispirandosi a quest’ultimo che il filologo romanzo romano, Roberto Antonelli, pubblica ora il suo, anch’esso non voluminoso, libro dantesco. Seguendo un’intuizione proveniente dall’Estetica di Hegel, aggiunge tuttavia al «poeta» il «giudice», con conseguenze immediate sulla prospettiva strutturale e narrativa del poema, a partire dall’impostazione del binomio personaggio-poeta lanciato da Gianfranco Contini, che ora include non solo il «dialogo con se stesso», ma anche il Lettore.

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Il libro di Antonelli, con queste premesse, si presenta come sin qui il più originale che io abbia veduto in quest’anno di celebrazioni centenarie. Ci sono, in esso, una mirabile vis dispositiva e un concatenamento inesorabile: nella scelta dei «sondaggi» che vengono compiuti e dei temi che sono esplorati. Un capitolo dedicato alla domanda Come ha scritto Dante la Divina Commedia?, è seguito da un altro sulla auto-collocazione nel canone, il famoso «sesto fra cotanto senno» di Inferno IV col quale Dante si piazza unico moderno tra i poeti classici: Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio, Lucano.

Antonelli, leggendo la Commedia attraverso i magnalia del De vulgari, associa fruttuosamente gli ultimi tre alla salvezza, l’amore e la virtù predicati nel trattatello latino della poesia alta, mentre Omero e Virgilio svettano al di sopra di ogni regola per formare, insieme a Stazio e Dante, la «nuova quaterna» della poesia sublime della fine del Purgatorio e del Paradiso.

Classificazioni

In Dante, però, tali classificazioni non sono mai fine a sé stesse, ma attivamente funzionali alla composizione poetica medesima. La sequenza successiva in Dante poeta-giudice è costituita da due episodi celeberrimi, quello di Francesca e quello di Farinata, nei quali il ruolo di Virgilio è diversamente decisivo. Sono due gioielli dell’interpretazione di Antonelli, appassionato e sottile il primo, finemente modulato il secondo sull’affiorare dell’ombra di Guido Cavalcanti dietro quelle del padre Cavalcante e del suocero Farinata. Forse le frasi più memorabili del volume occorrono proprio qui: «Era necessario, non tanto per la “qualità” dei personaggi ma per l’economia e la strategia della Commedia, che Francesca e l’amante, Paolo, morissero nel modo che ancora li offende e fossero per sempre fissati nel destino di un viaggio eternamente ripetuto e ciclico: al contrario del “fatal andare”, di quella “guerra sì del cammino e sì della pietate” che caratterizza invece il destino dantesco, lineare e ascensionale. Davvero Dante ha composto il poema secondo una sceneggiatura di ferro, sin dall’inizio».

Il vero fantasma della Commedia è Guido Cavalcanti, primo Amico del poeta e titolare di una conversazione ininterrotta, dal canto X dell’Inferno ad almeno l’XI del Purgatorio e oltre. Incisivo di nuovo, il critico: «Guido», scrive, «rappresenta l’altro “possibile” itinerario poetico», quello che sarà ripreso dopo Dante, per esempio dal Petrarca e quindi da tutta la lirica europea. Così, ed ecco un’altra frase memorabile, «Cavalcanti rimaneva al di qua del Paradiso, in un altro Assoluto. La sua poesia poteva essere dunque evocata nella terza cantica soltanto come l’ipotesi opposta, quella priva di luce, costretta nelle tenebre e cieca».

Dante poeta-giudice è tutto fatto di pezzi altrettanto forti. Nella seconda parte del libro si ascende dalla tradizione poetica al destino del personaggio-poeta a Dante giudice di se stesso per bocca di Beatrice ai canti dei Sapienti nel cielo del Sole, sino all’investitura del profeta da parte dell’antenato Cacciaguida. Confesso di aver sempre avuto un debole per i canti X-XIV del Paradiso, nei quali Dante sistema, non senza novità sensazionali (Sigieri di Brabante e Gioacchino da Fiore), la sapienza cristiana – Padri e Dottori della Chiesa – e Salomone: «un vero e proprio canone in corrispondenza e in superamento di quello pagano di Inferno IV». Antonelli, però, va oltre. Parte dalla «gloria di colui che tutto move» con la quale inizia, solenne, la terza cantica della Commedia, passa per le difficoltà del ricordare e del dire, si sofferma sul bellissimo discorso ai lettori di un Dante che «cantando varca» in Paradiso II, plana su Tommaso (Francesco) e Bonaventura (Domenico), e sul fenomenale «Ciò che non more e ciò che può morire» di Paradiso XIII: ma vede in questi canti anche il modo in cui Dante proietta «ancora una volta le ragioni del poema e la concezione del proprio ruolo, insieme speculativo e mistico e teso agli stessi fini»: una «legittimazione», soprattutto, «del proprio ruolo poetico di giudice e riordinatore sapiente, per grazia divina, del mondo terreno». Così operano gli scritti come Dante poeta-giudice, che forniscono ai lettori «vital nodrimento».

Dante poeta-giudice del mondo terreno, Roberto Antonelli, Viella, pagg. 275, € 27

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