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Dante raccontato da Shakespeare come non l’avreste mai immaginato

Rita Monaldi e Francesco Sorti, coppia nella vita e nella scrittura con milioni di libri venduti in tutto il mondo, ci riprovano di nuovo a raccontare la storia in forma di romanzo, anzi di dramma

di Elisabetta Fiorito

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Rita Monaldi e Francesco Sorti, coppia nella vita e nella scrittura con milioni di libri venduti in tutto il mondo, ci riprovano di nuovo a raccontare la storia in forma di romanzo, anzi di dramma


5' di lettura

Una coppia nella vita e nella scrittura con milioni di libri venduti in tutto il mondo. Rita Monaldi e Francesco Sorti, due degli autori italiani più conosciuti all’estero, ci riprovano di nuovo a raccontare la storia in forma di romanzo, anzi di dramma. In una finzione narrativa, Monaldi e Sorti ci presentano un inedito In Folio, Dante, per la prima volta tradotto in italiano, un dramma a firma del Bardo inglese. Tutto questo è “Dante di Shakespeare”, il nuovo romanzo della coppia edito da Solferino.

Cosa vi ha ispirato a scrivere un romanzo su Dante in forma di opera shakespeariana?

Facciamo una confessione: questo libro nasce da una rinuncia! Noi abbiamo rinunciato a scrivere un romanzo su Dante. I motivi sono stati vari, e tra questi la difficoltà di scrivere qualcosa che ci piacesse davvero. Ci rendemmo conto che non esisteva in commercio un solo romanzo su Dante – per quanto premiato o incensato – che non trovassimo noioso, kitsch, o irrimediabilmente goffo. E, se avessimo preso anche noi Dante come protagonista di un nostro romanzo, avremmo rischiato di fare la stessa fine. Le cose poi sono andate in modo tale che pensavamo di tornare al nostro abate Melani, il protagonista della serie di Imprimatur. La vita però riserva delle sorprese. E così ci siamo trovati a rispolverare un sogno nel cassetto: una pièce teatrale di Shakespeare, da “falsificare” come già qualche anno fa avevamo “falsificato” Malaparte (tra i progetti avremmo anche Henry James e Oscar Wilde). Il soggetto shakespeariano scelto era inizialmente un altro, ma quando ci siamo immersi nel Coriolano, nell’Amleto, nel Macbeth, ecco che ci è venuto davanti agli occhi Dante. E così lo abbiamo rispolverato dalla soffitta. Nel momento in cui abbiamo messo Shakespeare a scrivere su Dante ci siamo resi conto di essere pronubi del matrimonio perfetto tra i due ineguagliabili della letteratura mondiale.

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Quanto è simile la Firenze di Dante alla Londra di Shakespeare?

Tutte le capitali del denaro si somigliano, e Firenze ai suoi tempi lo era. Ma mentre Dante era legatissimo a Firenze, tanto che la fa confluire nella sua opera, Shakespeare parla poco di Londra. Nel suo orizzonte letterario, a parte le tragedie sulla casa reale inglese, c’è più l’Italia.

Che espediente avete escogitato per collegare la vita di Dante alla Divina Commedia?

Gli espedienti sono due, e storicamente appartengono entrambi sia a Shakespeare che a Dante: il linguaggio teatrale e l’uso narrativo della visione, dell’allucinazione. Premettiamo che la Commedia è stata scritta da Dante come un instant book. Mette in scena in Inferno, Purgatorio e Paradiso fatti e personaggi della sua vita: amici, nemici, amori, intrighi politici e guerre sono stati da lui sperimentati nella sua avventurosa esistenza. Nel Dante di Shakespeare non si vede solo Dante scrivere la Divina Commedia, ma anche rappresentarla (e farla rappresentare) davanti a un pubblico. Per questo ci siamo ispirati allo studio eccellente di un italianista docente in Inghilterra, Paolo De Ventura: Dramma e dialogo nella Commedia di Dante.Il tramite tra realtà e visione è una malattia di cui soffriva Dante, l’epilessia, storicamente accreditata come fattore che potrebbe quantomeno aver accompagnato l’immaginazione del Poeta: gli svenimenti che egli stesso ci narra nella Divina Commedia potrebbero riferirsi a una forma di epilessia, probabilmente fotosensibile, di cui il poeta soffriva fin da bambino e che gli provocava visioni/allucinazioni. Dante quindi “vedeva“ nell’aldilà il destino degli altri personaggi. Il vissuto di Dante si rispecchia nella Divina Commedia come in un “antimondo”, dove il Poeta durante le crisi epilettiche entra ed esce in un drammatico “dentro-fuori” con la vita reale.

Dante appare come un ragazzino, poi adulto, molto fragile e colpito da epilessia, esistono fonti a riguardo?

Che il grande poeta abbia nutrito la sua capacità visionaria con gli effetti di una grave malattia non è una nostra invenzione. Il disturbo di cui soffriva il poeta, l’epilessia, era probabilmente connesso ad apparizioni e intuizioni di carattere mistico: questa nozione, sorta nell’Ottocento e sposata anche dal compianto Marco Santagata, è ormai acquisita da diversi ricercatori e sono usciti perfino articoli su riviste scientifiche di primo piano come The Lancet. La patologia che noi in particolare abbiamo postulato per disegnare un Dante “alla Shakespeare” è l'epilessia fotosensibile, detta anche Pse (photosensitive epilepsy) una varietà in cui gli attacchi possono essere innescati dalla percezione di un trigger visivo: forme regolari e ripetitive, strisce, reticolati o quadrati bianchi e neri. La letteratura scientifica sul tema è molto ampia. Ma qui siamo anche nel terreno del Bardo: Amleto non vede forse apparirgli suo padre defunto, che gli dà istruzioni per la vendetta? Allucinazioni hanno Macbeth, Re Lear, o il Bruto del Giulio Cesare. Insomma, Dante sembra fatto apposta per calcare il palcoscenico del Globe Theatre. Anche la profezia è un tipico espediente del teatro shakespeariano, soprattutto nei drammi storici di argomento inglese, a cominciare dall'Enrico VI. E pure Dante si presentava come profeta: è famoso il passo della Commedia in cui racconta di aver rotto un’anfora piena d’acqua benedetta nel battistero di Firenze, per salvare un bambino che vi stava annegando. In questo modo accosta se stesso al profeta Geremia, che nella Bibbia distrusse un’anfora su ordine di Dio per profetizzare agli abitanti di Gerusalemme la distruzione della loro città. Un passo chiave nel nostro libro, anche per i rapporti con la giovane moglie Gemma.

Gemma Donati e Beatrice, nel vostro romanzo come si distinguono e come Dante trova l’amore?

Beatrice non significa automaticamente Bice Portinari: la figura della Beatrice dantesca, che tutti conosciamo, prende corpo e si sviluppa nel Dante di Shakespeare partendo anzitutto dalla madre del Poeta, Bella degli Abati. L’idea che la Beatrice di Dante si identifichi con la madre Bella è stata proposta in verità già un secolo fa da più di uno studioso, con un esplicito richiamo alle teorie di Jung e di Frazer. La figura di Bice-Beatrice va poi arricchendosi via via con le donne che saranno sul suo cammino, inclusa la moglie Gemma e altre di cui non possiamo dire senza svelare troppo il contenuto di questo e degli altri volumi della trilogia. Basti dire che esiste l’ipotesi, formulata da alcuni dantisti, che Dante abbia avuto un figlio illegittimo...

Qual è il personaggio che più vi affascina nella Firenze di Dante e quello al quale avete dato più spazio?

Questo primo tomo tratta della giovinezza del Poeta, e quindi l’amore e Beatrice sono in primo piano. Ma il tema dell’amore è filtrato anche attraverso l’amicizia. Guido Cavalcanti, il raffinato poeta, grande amico di Dante, gioca un ruolo essenziale: Guido è di alto lignaggio, corteggiato da tutti, amaro e disincantato, e predica l’amore sensuale e terreno. Dante invece è modesto, di piccola nobiltà decaduta, e tende verso l’amore come mezzo di elevazione spirituale; ma Guido lo tenterà. Gli esiti di questa dinamica col tempo saranno esplosivi, sia sul piano letterario che su quello delle loro due vite. Dante e Guido sono fortemente legati ma diversissimi: ognuno dei due cerca di portare l'altro dalla propria parte, ne diffida e allo stesso tempo ne è attratto. Il contrasto è perfetto e sembra inventato da un romanziere, invece è nei fatti. Ma non vogliamo anticipare troppo…

Questo sull’inferno è il primo di una trilogia, cosa ci aspetteremo dal sequel? E soprattutto, purgatorio e paradiso sono altrettanto interessanti per intrecciare nuovi romanzi?

In realtà in ogni tomo della trilogia sono presenti tutte e tre le cantiche, dato che tutta la Divina Commedia è strettamente intrecciata con la vita di Dante. Già in questo primo volume non ci sono solo amici, nemici, parenti e mèntori che Dante ha posto all’Inferno, come Farinata e Cavalcante, Brunetto Latini o Geri del Bello, ma ci sono anche molto Purgatorio e Paradiso, con Bonagiunta, Cacciaguida, Piccarda, Sordello e Cunizza, ad esempio. Il sottotitolo di ogni volume, tratto rispettivamente da Inferno, Purgatorio e Paradiso, ci dice che la trilogia si suddivide tra amore (“Amor, ch'a nullo amato”), politica (“Ahi, serva Italia”) ed esilio (“Come è duro calle”).


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