Sostenibilità

Dare nuova vita alla materia: i percorsi del design sono sempre più green

Non solo oggetti, tessuti e metalli. Il tema del riuso coinvolge anche architetture, luoghi e metodi di produzione. Per trasformare i rifiuti in risorsa

di Chiara Dal Canto

Sedia This is Copper, realizzata con gli scarti di produzione della lavorazione industriale del rame, THUSTHAT.

6' di lettura

Ormai vuoto, il grande campo era un tempo popolato di serre per l'agricoltura, che costituivano il business di famiglia. L'ampio volume in ferro e vetro dell'ultima sopravvissuta dispiegava la sua bellezza un po' appannata. Nel silenzio e nell'immobilità del lockdown, gli architetti belgi Theo De Meyer e Stefanie Everaert hanno deciso di farne l'oggetto di un progetto di riuso sperimentale. Svuotata, ha incominciato a ospitare manufatti da abitare, non realmente definiti, ma aperti a utilizzi diversi. Per i loro studenti hanno ospitato dei workshop interrompendo finalmente gli incontri via zoom, mentre una cucina, amache e letti, installazioni e angoli per isolarsi e leggere hanno trasformato la serra in un Giardino Segreto, utilizzato da amici e parenti. «È uno spazio temporaneo», spiega Theo De Meyer, «qui nulla è definitivo e la stessa esistenza della grande serra non è garantita. È diventata un luogo multifunzionale, un'alternativa alle dimensioni piccole del nostro appartamento, ma anche un luogo di incontro, di scambio e soprattutto di condivisione. Parlando di riuso si parla principalmente di materiali, ma l'attenzione va dedicata anche alle persone, alla memoria dei luoghi, al loro significato emotivo e sentimentale».

Il playground per adulti nella campagna fuori Ghent non è lontano dalla lezione degli architetti francesi Lacaton & Vassal, vincitori del Pritzker Prize 2021. “Non demolire mai, riparare sempre” è lo slogan che riassume il loro credo e che si materializza nei loro progetti che hanno reso più vivibili, con interventi a costi contenuti, alcuni edifici di edilizia popolare simili ad alveari.

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L'esistente è una risorsa. Così recita il credo di una filosofia che ha investito anche il mondo del design dove sostenibilità, riuso, riciclo sono diventate parole d'ordine che hanno contagiato ogni campo produttivo e che sono entrate nei protocolli di numerose aziende. Alludono a realtà molto complesse e tra loro diverse che vanno dalla startup ultragiovane alla sinergia tra le migliori menti nei campi della biochimica, bioingegneria e biofisica per progetti costosi che richiedono importanti investimenti. È il caso della californiana Bolt Threads, nata nel 2009, che ha lanciato prima Microsilk, un tessuto totalmente biodegradabile (a differenza delle fibre sintetiche), nato dallo studio della seta filata dai ragni, e più recentemente Mylo, autentica alternativa alla pelle che sostituisce quelle animali e quelle sintetiche, prodotta grazie all'elaborazione del micelio.

“La soluzione dei problemi sta nella natura”, sostengono i ricercatori, non senza il decisivo apporto della scienza, dal momento che l'innovazione di Mylo si basa sull'ingegnerizzazione degli elementi naturali. Anche se la fetta di mercato è attualmente minima, è significativo l'interesse che ha suscitato presso grandi marchi quali Adidas, Stella McCartney, Kering che si sono consorziati, nonostante posizioni concorrenti, intorno a questo progetto. È, invece, solitario il processo della giovane designer milanese Maddalena Selvini, studi a Milano e a Eindhoven. Dopo aver disegnato la pentola S.Pot in pietra ollare, è arrivata a interessarsi degli scarti derivati dalla tornitura. Mixata con porcellana e bone china, la polvere di pietra ha generato un materiale dalle diverse sfumature che Selvini utilizza per creare complementi d'arredo e per la tavola. «Il tema del riuso», racconta, «si inserisce in un più ampio interesse per i materiali e per l'artigianato. Durante il Salone del Mobile i miei nuovi oggetti che esplorano il feltro e gli intrecci di legno flessibile saranno esposti nello showroom Pianca».

Ciò che è considerato rifiuto ha enormi potenzialità di trasformazione e alcuni giovani designer sanno mixare capacità progettuali e specifiche conoscenze scientifiche. Metallurgia, mineralogia, chimica entrano nei progetti del gruppo inglese ThusThat che si è fatto conoscere grazie alla collezione This is Copper. Nulla che faccia pensare al rame vedendo la loro seduta dall'apparenza minimale: a comporla sono proprio gli scarti della lavorazione del metallo tra i più usati nell'era contemporanea, proposti dal gruppo inglese come alternativa al cemento. Nella sua forma grezza la scoria ha l'aspetto di una sabbia nera, quella che dà vita alla sedia Sparkly Black. La ricerca dei ThusThat punta alla conoscenza di nuovi processi più che alla proposta di nuovi oggetti e «mira a ribaltare», sostengono, «il modo in cui comprendiamo il mondo materiale, scoprendo i retroscena nascosti, scavando nelle loro origini ed esplorando ciò che è stato lasciato come rifiuto».

A Mumbai, invece, una startup che fa capo a Carbon Craft Design, fondata dall'architetto Tejas Sidnal, ha messo in atto una strategia sorprendente: quella di recuperare il carbonio che inquina l'aria per riutilizzarlo nella creazione di piastrelle prodotte con tecniche vecchie 200 anni. Non sono poche le aziende che si occupano della raccolta del carbonio, ma è complesso riutilizzarlo ed elaborarlo in modo che abbatta la sua pericolosità.

È nata colorata, ce ne siamo innamorati, ed è diventata sinonimo di modernità per trasformarsi via via in una delle peggiori minacce all'ambiente: riciclata con soluzioni virtuose ed esteticamente accattivanti, la plastica continua a essere un materiale controverso. “The New Gold” la definisce il duo olandese che ha dato vita a Plasticiet: trasformano gli scarti per ottenere lastre che assomigliano al seminato veneziano con frammenti colorati oppure lavorano il policarbonato con una tecnica che gli conferisce un aspetto madreperlaceo. La loro serie Mother of Pearl ha già trovato il consenso dei collezionisti. Ci crede anche Rossana Orlandi, gallerista milanese che ha istituito il premio internazionale RO Plastic Prize, giunto quest'anno alla terza edizione. Il suo è un appello alla comunità del design affinché nascano dal riciclo della plastica oggetti di valore, utili e realizzabili. Roguiltlessplatic è il nome del progetto che nell'edizione 2020 ha premiato il gruppo greco BlueCycle, autore di Second Nature, arredi dalle forme morbide come onde, realizzati digitalmente con l'uso della stampa 3D, fatti di plastica marina riciclata, derivata dalle reti da pesca e dalle cime da ormeggio.

A 3.500 chilometri più a nord, in Norvegia, da un'operazione analoga è nata la panchina Coast, disegnata da Allan Hagerup su iniziativa di Vestre, un'azienda di arredamento che ha promosso la pulizia degli oceani dai rifiuti plastici per convertirli in mobili. Con una struttura in acciaio zincato, Coast ricava la sua seduta dai rifiuti raccolti sulle spiagge, materiale altamente distruttivo che non ha proprietari e che nel mondo viene riciclato ancora troppo scarsamente rispetto alla sua enorme quantità. Rigore e misura sono espressi dalla scaffalatura tutta in plastica riciclata, nata dai rifiuti domestici su disegno del collettivo belga Haring &_Voud. Morbide e calde al tatto, le lastre da cui nasce la serie Achttien ne dettano le dimensioni e raccontano la storia dei loro componenti. Saranno esposti, durante il Salone, nella Galleria Antonia Jannone in una mostra collettiva curata da Amarchitectrue che, anche nell'allestimento, ha privilegiato una scenografia anti- spreco da cui nascerà una seconda esposizione.

Utilizza invece una tecnologia sviluppata dalle industrie automobilistiche, la sedia Hydro , riciclabile al 100 per cento. Tutta in alluminio, rappresenta un'autentica innovazione nell'uso di questo materiale ed è firmata da Tom Dixon. Ha l'estetica di un prodotto di massa, realizzata in Canada da sub fornitori di Tesla, e testimonia la possibile joint venture tra super imprese (Hydro è il più grande produttore di alluminio al mondo) e brand del design. Ancora alluminio, ma trattato al contrario con spirito artigianale. La lampada Anemone dello studio Luini12 nasce dal materiale eccedente di una lavorazione industriale per essere convertito in un oggetto che si modifica di volta in volta a seconda di ciò che si trova in fonderia. Una scultura luminosa che non può che essere in edizione limitata e che esprime il desiderio dei suoi creatori di dar vita a manufatti altrimenti destinati a scomparire.

Infine il progetto più radicale che ha meritato a Irene Roca Moracia il premio Green Trail e vede uniti in una comune iniziativa la Central Saint Martins School e il gruppo Lvmh. La sua serie Appropriating the grid si compone di 11 elementi tra loro combinabili con clip metalliche. Saldata e patinata a mano, la rete del telaio viene ricoperta con diversi tipi di cemento e sabbia gettati via perché il loro imballo si è strappato nel corso del trasporto. Classificati come rifiuti, questi materiali, nonostante siano integri, non possono più essere venduti, né vengono riciclati né rimessi sul mercato perché troppo oneroso. «Il mio», spiega Moracia, «è un esercizio critico sul modo di produrre e consumare architettura nei Paesi europei. Credo fermamente che possiamo utilizzare le strutture architettoniche incompiute, come rovine contemporanee, per iniziare a creare ambienti più partecipativi che riflettano la società».

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