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Davos 2020, cos’è e perché è nata la riunione dell’élite mondiale

Evoluzione, agenda, routine dell’appuntamento sulle Alpi svizzere che quest’anno compie cinquant’anni

di Angela Manganaro


Davos:il clima scavalca l'economia fra i rischi globali

5' di lettura

Il professore Klaus Schwab ha fondato il World Economic Forum di Davos nel 1970, quest’anno la sua creatura compie cinquanta anni.

Ogni anno a metà gennaio, un paesotto sulle Alpi svizzere ospita per cinque giorni presidenti e primi ministri, banchieri centrali e boss di grandi aziende, industriali, miliardari, influenti accademici, sportivi, attori, rockstar, innovatori, giovani e non.

Le origini
Il Forum (acronimo WEF) è un’organizzazione internazionale che dà lavoro a circa 800 persone ed è governata da un Board of Trustee che garantisce il rispetto dei valori e il raggiungimento degli obiettivi. L’ottantaduenne professor Schwab è il presidente esecutivo e continua a presiedere e presentare gli incontri con le personalità più importanti che ospita, in una recente intervista con il Financial Times, ha ricordato che il WEF «è sempre stato concepito come piattaforma per gli investitori». In questo mezzo secolo la piattaforma è diventato altro ma il professore assicura che non ha mai perso la sua anima. Certo l’ha evoluta perché si è adattata ai tempi e i tempi hanno portato con sé più politica e più personalismi, si è andati oltre le discussioni accademiche attorno al lavoro dell’economista americano Milton Friedman.

Come è cambiata l’agenda
Oggi non si discute più se Davos sia stata culla della centralità degli azionisti nella struttura delle aziende. Davos cinquanta anni dopo si offre come levatrice di un capitalismo etico, e vara un nuovo Manifesto che aggiorna il primo del 1973 e sia guida «per le aziende nell’era della Quarta Rivoluzione Industriale» (nelle scorse settimane, per la prima volta nella sua storia, il WEF ha pagato inserzioni pubblicitarie per diffonderne il contenuto).

In mezzo ci sono stati i frenetici anni Ottanta, la globalizzazione dei Novanta, il movimento no global che prese Davos come simbolo negativo e bersaglio, la lunga crisi economica iniziata nel 2007, quindi inediti discorsi sulla deglobalizzazione, e la deriva di tutto questo, il populismo e il sovranismo. Quest’anno, al centro dell’agenda, il clima.

Considerato dai più come vertice esclusivo e inaccessibile - nel tempo si è anche identificato “l’Uomo di Davos”, ricco, poliglotta, cosmopolita, naturalmente global - è diventato sempre più un evento coperto dai media: nonostante i suoi detrattori o forse anche grazie a questi, ha perso quell’aura di gran consesso a porte chiuse che tanto sospetto ha instillato nei movimenti populisti anti-élite. Di Davos si può sapere tutto, ospitare i grandi nomi comporta e quindi assicura massima visibilità (banalmente, molti incontri si possono seguire online sul sito).

A Davos si raccontano i processi in corso e si tenta di predire il futuro: nel 2004 Bill Gates predisse che il mondo sarebbe stato travolto da un’epidemia entro il 2006, lo spam. In generale quando le cose non vanno bene, a Davos si sente. Nel 2009, piena crisi finanziaria globale, il morale era a terra, in quel caso non c’era niente da predire, c’era da discutere come uscirne il più presto possibile, e l’Uomo di Davos sapeva di essere più responsabile di altri.

Chi c’è, chi non c’è
Ogni anno si gioca a chi c’è e chi non c’è, di solito ci sono quasi tutti e anche le clamorose defezioni come Donald Trump appena eletto alla Casa Bianca, rientrano: il presidente americano che dell’avversione a questi esclusive riunioni ha fatto un vezzo elettorale, è andato nel 2018 e torna nel 2020. Due anni fa ha promosso il suo America First e lanciato frecciate all’Europa e alla Cina, stavolta torna anche per ribadire il suo credo negazionista sul clima, non c’è alcun cambiamento climatico in corso, e lo dirà in faccia alla diciassettenne icona globale dell’ambientalismo, Greta Thunberg.

Davide contro Golia, si dirà, ma si sa che i simboli, gli esempi, in quest’era come non mai, valgono più del reale potere di due attori su un palco. Trump lo sa e opporrà il suo ciuffo alle trecce di Greta, perché almeno mediaticamente su una ribalta imbiancata e fintamente neutrale come Davos sarà un «uno contro uno». Quest’anno non ci saranno il presidente francese Macron e il premier canadese Justin Trudeau mentre il Regno Unito manda il Cancelliere dello Scacchiere, Sajid Javid al posto del premier Boris Johnson.

(AFP)

Come vestirsi
Il guardaroba è condizionato dal freddo, molti arrivano con le scarpe da montagna e non se le tolgono neanche dentro, pochi mollano gli scarponi per costose, cittadine, scarpe di ricambio. La maggioranza, quelli che restano col moonboot, è autorizzata dall’ormai consolidato dress code, quel generico business casual che vuol dire tutto e niente, spesso il solito: pantalone, camicia e magliocino, al massimo un completo ma non la cravatta. Nessuno però si presenta in jeans e giacca o in pantalone con le tasche e maglietta, unica eccezione il fondatore di una azienda tech di successo, specie che ormai da alcuni anni fa parte dell’habitat Davos e come tale ora si mimetizza. I miliardari della Silicon Valley non più novizi si sono allineati in pochi anni, anche troppo, ha scritto il business editor della Bbc, con il caso limite del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, che è passato da un opposto all’altro, dalla felpa del dormitorio di Harvard alla cravatta, e in entrambi i casi si è ritrovato unico e solo.

Come muoversi
La sicurezza non è discreta e non potrebbe essere altrimenti vista la presenza di politici, banchieri, miliardari, grandi boss di multinazionali, celebrità di ogni latitudine. Spazio aereo interdetto, esercito, cecchini sui tetti, controlli come all’aeroporto a ogni passaggio, controlli già alla frontiera se arrivi in macchina ma anche sull’autobus e in treno fin che giungi in cima a 1.500 metri di altitudine. Poi quando sei lì, se non sei ricco o ben finanziato, stai in alberghi lontani dal luogo degli incontri, quindi anche mezzora di navetta al giorno nella neve. E ti ritrovi a dover scegliere tra circa 300 incontri in cinque giorni, e non sai come dividerti e neanche come battere la concorrenza, perché i posti disponibili si esauriscono in pochi minuti e, se sei un principiante, rischi di ritrovarti in una sessione sulla creatività nel quotidiano, la mente e le macchine, il futuro della mobilità, la questione artica, i segreti dell’universo (qui i sette temi chiave dell’edizione 2020 da cui sviluppano gli infiniti panel).

Fuori, prezzi alle stelle e Davos non è neanche un granché, un paesello moderno non il tipico villaggio da cartolina svizzera, qundi di bello restano le montagne, ma fa freddo, tanto freddo, a gennaio anche meno 20 gradi, insomma hai voglia a gridare all’élite: Davos è un servizio faticoso, confessa un esperto cronista, almeno per chi quella élite la deve raccontare.

Davos, il centro congressi che ospita l’annuale riunione del World Economic Forum (AFP)

Occasione unica
Chi può però a Davos va perché non capita tutti i giorni di vedere riunite le duemila persone più potenti della Terra in un paesino senza assistenti e esperti di pubbliche relazioni a fare da barriera. È un’occasione unica per parlare, ascoltare, imparare qualcosa di nuovo che ha l’ambizione di andare oltre l’utilità quotidiana. E non bisogna farsi intimidire, Lord Digby Jones, habitué del Forum per tanti anni, citato da Bbc, rassicura: «Sembra che tutti sappiano quello che fanno, in realtà non è così».

Per approfondire:
Tra Trump e Greta: Davos 2020 alla prova del capitalismo responsabile
Che cosa dirà Trump al vertice di Davos dedicato al clima?
Sfida per un capitalismo pulito: la svolta verde arriva a Davos

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