Guerre commerciali

Dazi, Berlino apre a Trump ma Parigi punta i piedi

di Gianluca Di Donfrancesco

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Il presidente francese Emmanuel Macron (a sinistra), il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente Usa Donald Trump


3' di lettura

Pur di disinnescare la spirale di ritorsioni che punta dritta a una guerra commerciale, Berlino sarebbe pronta a cedere al ricatto del presidente statunitense Donald Trump. L’obiettivo palese è anche proteggere le proprie esportazioni di auto dalla minaccia di dazi al 25% già formulata dalla Casa Bianca, come “punizione” per l’Europa, se dovesse reagire alle tariffe su acciaio (25%) e alluminio (10%).

Dai balzelli sulla siderurgia, la Ue ha conquistato solo una breve esenzione (fino al 1° maggio). In cambio dell’esclusione definitiva, Washington chiede la “resa” su altri fronti. Termini che non sembrano andar giù a Parigi, pronta a puntare i piedi, anche in nome della grandeur riscoperta dal presidente Emmanuel Macron, malgrado l’idillio con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Le due anime della Ue

Nel negoziato tutto europeo per definire la linea da tenere al tavolo con Trump, la Germania propone di cedere sui dazi sull’import di auto (oggi al 10%), macchinari, alimentari e farmaceutica, in modo da ottenere il salvacondotto definitivo sull’export di acciaio e alluminio e non essere costretti a reagire imponendo a propria volta tariffe sul made in Usa. Secondo la Suddeutsche Zeitung, Merkel avrebbe già chiesto ai gruppi tedeschi dell’auto se siano in grado di sopportare uno sconto sui dazi e avrebbe ottenuto parere positivo.

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L'export di auto tedesche negli Usa. Migliaia di veicoli (Fonte: Associazione tedesca produttori auto)

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La linea tedesca incontra un primo ostacolo a Parigi, dove Macron, piuttosto che fare concessioni sui dazi, preferirebbe associarsi al pressing di Trump su Pechino. La questione è stata affrontata ieri dai tre leader, Trump, Merkel e Macron, in una serie di telefonate. La Casa Bianca sottolinea che Trump e Merkel hanno discusso dell’opportunità «di unire le forze» contro la Cina.

Se Washington ha messo sul tavolo la pistola dei dazi per “convincere” gli europei, Bruxelles, da parte sua, ha pronta la lista dei prodotti Usa da colpire: il valore complessivo dell’export nel mirino arriva a 6,4 miliardi di euro. La mossa successiva, in questa corsa verso il baratro iniziata da Washington, toccherebbe di nuovo alla Casa Bianca, con dazi del 25% sulle auto importate dalla Ue.

Nel 2017 gli Usa, con 631 miliardi di euro (pari al 16,9% del totale degli scambi) e la Cina, con 573 miliardi (15,3%), si sono confermati i due maggiori partner nel commercio dei beni della Ue.

Il nodo della Wto
Le regole della Wto vietano ai Paesi membri di accordare a un altro Stato un trattamento privilegiato, se non all’interno di un accordo di libero scambio (o di una unione doganale), come spiega Claudio Dordi, docente di diritto internazionale alla Bocconi. La trattativa Ue-Usa dovrebbe quindi muoversi in questa cornice. È la direzione proposta da Merkel. Resuscitare un’intesa come il Trattato transatlantico (Ttip), per quanto in formato leggero, sarebbe però impresa dai tempi molto lunghi.

Il fronte cinese

Ieri, Pechino ha chiesto a Washington compensazioni per l’export di acciaio e alluminio che perderà a causa dei dazi Usa. È il primo passo del percorso che sfocia nel ricorso alla Wto. La posizione cinese ricalca una delle ipotesi allo studio a Bruxelles e sostiene che le tariffe Usa non siano strumenti di tutela della sicurezza nazionale, ma misure di salvaguardia della siderurgia a stelle e strisce. Una fattispecie che consente ritorsioni in tempi più brevi. Il 90% dei prodotti siderurgici cinesi è già colpito da dazi, per questo le esportazioni cinesi valgono 689 milioni di dollari, meno del 3% del totale.

Tra le richieste fatte dall’amministrazione Trump a Pechino c’è quella di abbassare il dazio del 25% applicato all’import di auto Usa. Ma colossi come General Motors e Ford hanno già stabilito in Cina la produzione dei veicoli per il mercato locale (e non solo), in modo da evitare balzelli alla dogana e sfruttare il minor costo della manodopera. Secondo Steve Man, analista di Bloomberg, «non ha senso esportare auto in Cina, visto che costa meno costruirle lì».

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