Escalation

Dazi, la Cina a Trump: bullismo. E lui studia nuove tariffe su 500 miliardi

di Gianluca Di Donfrancesco

La Cina risponde a Trump: al via i dazi sulla merce Usa


3' di lettura

«È la più grande guerra mondiale del commercio e a scatenarla sono stati gli Stati Uniti»: la Cina prova a giocare il ruolo della vittima nello scontro tra le due superpotenze, dopo l’entrata in vigore dei dazi incrociati su 68 miliardi di dollari di interscambio. A quelli americani del 25% su 34 miliardi di dollari di beni cinesi, scattati alla mezzanotte di ieri (ora di New York), Pechino ha prontamente risposto con una reazione uguale e contraria. E con una serie di dichiarazioni molto critiche nei confronti della Casa Bianca. Quello degli Stati Uniti, ha aggiunto il ministero del Commercio, «è un atto di bullismo commerciale».Tutto come da copione. Tutto come previsto da Organizzazione mondiale del commercio e da Fondo monetario internazionale, che da mesi provano ad avvisare Washington: una volta presa la via dei dazi, fermare la spirale delle ritorsioni diventa molto difficile.

Trump alza ancora la posta: dazi su 505 miliardi di euro
Per non smentirsi, il presidente Donald Trump ha spinto le sue minacce di escalation fino al limite del valore delle merci acquistate negli Usa dalla Cina: durante una visita in Montana, Trump ha affermato che i suoi dazi colpiranno beni cinesi per un valore di 500 miliardi di dollari, contro i 505 miliardi di import del 2017. Nelle prossime settimane arriveranno i balzelli su altri 16 miliardi di importazioni dalla Cina. I settori colpiti saranno ancora una volta quelli dell’economia digitale e dell’innovazione tecnologica, in linea con l’obiettivo strategico finale della Casa Bianca: fermare lo sviluppo del rivale e difendere il primato hi-tech degli Stati Uniti.

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Il nuovo conto alla rovescia è già partito, in vista di una mossa annunciata da mesi. Altrettanto scontata sarà la risposta simmetrica di Pechino, che ha a disposizione un valore di importazioni di merci Usa (130 miliardi di dollari) molto più basso per attuare ritorsioni, ma che potrebbe spostare la mira sui servizi, dove registra un deficit bilaterale. «La guerra commerciale non è mai la soluzione», ha affermato, ieri, il premier Li Keqiang. La Cina però non ha intenzione di tirarsi indietro e ha già portato lo scontro alla Wto.

Gli scenari: la Fed alza il livello di allarme
Da mesi gli analisti provano a prevedere i danni economici. Nelle minute del meeting di giugno, pubblicate giovedì, la Fed ha alzato il livello di allarme, segnalando che alcune imprese hanno già cominciato a «diminuire o posporre» gli investimenti programmati a causa «dell’incertezza sulle politiche commerciali». Per l’Fmi, un aumento medio del 10% dei prezzi mondiali delle importazioni intaccherebbe la domanda globale dello 0,25-0,5%. Per Commerzbank, le imprese tenteranno di assorbire parte degli aumenti a scapito dei profitti, cercando di non scaricare tutto il peso sui consumatori. Nel breve termine, l’impatto sarà sostenibile. Dazi su 100 miliardi di interscambio sino-americano, secondo molti analisti, sottrarrebbero lo 0,1-0,3% alla crescita cinese e ancora meno a quella statunitense.

Lo scenario di base di Bank of America prevede «solo una modesta ulteriore escalation della guerra commerciale questa estate, ma non si può escludere uno scontro totale, tale da provocare una recessione». In un’ottica di lungo periodo, sottolinea ancora Commerzbank, le conseguenze saranno invece pesanti, perché le imprese dovranno rivedere l’articolazione delle catene di produzione e distribuzione, le cui fasi sono state dislocate in tutto il mondo (con la Cina in un ruolo chiave), alla ricerca della massima efficienza. I dazi di Trump colpiranno anche le aziende giapponesi, sudcoreane e taiwanesi che forniscono le componenti dei macchinari e degli apparecchi elettronici che la Cina esporta negli Usa.

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